Kent Haruf: un prolungato abbraccio

di Serena Catastini

Due anziani, Addie e Louis, ognuno con una propria vita passata, colma di scelte, di rinunce, di dolori.

Una cittadina, Holt, come un quadro di un pittore, casette basse, spazi verdi immensi, ruscelli, viottoli con balconate di fiori cascanti che si guardano l’un l’altra, l’odore delle lenzuola stese al sole, il vento leggero che fa svolazzare i foulars delle donne che camminano per le vie. Sguardi che commentano le vite altrui, immagini lontane e così vicine alle nostre cittadine.

Un piccolo squarcio di vita che si intravede dalle pagine di Haruf, in questo ultimo suo capolavoro di profonda leggerezza.

Una donna, Addie, che chiede al suo vicino di casa, Louis, di passare le notti con lei, di “attraversarle” insieme, per parlare, per sentirsi meno soli.

Entrambi senza più i propri compagni di vita, entrambi anziani, entrambi soli.

Da lì, un susseguirsi di incontri, al calare della sera, tra le lenzuola fresche e il vento caldo, nei piccoli riti di ciascuno, tra i vestiti ripiegati di Louis chiusi in un sacchetto e le delicate attenzioni di Addie, le sue spalle nude, il suo desiderio di sentire a fianco a sé una presenza che, spenta la luce della lampada del comodino, possa iniziare a parlare con lei e ciascuno si possa raccontare e ascoltare.

Nulla è come sembra, nulla che possa essere come tutti possiamo immaginare, il pensiero che vola su corpi sessualizzati o l’intimità indicibile e indecorosa che “gli altri” legano  alla vista di un uomo che si intrufola la notte a casa di una donna sola e la consapevolezza di una donna che chiede un uomo accanto a sé in un letto, di due anime che stanno accanto nell’oscurità.

“Ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.”

Tra le loro tenerezze lente e morbide, tra quei corpi così nudi e così puri che tutto sono fuor che indecenti, che nascondono una dignità e una sobrietà che trattiene il respiro di chi legge, tra la naturalezza dei loro gesti e tra le distese verdi di Holt e le caffetterie della città, si annodano quegli “altri”, le Voci, quei pettegolezzi che come in sottofondo echeggiano borbottanti tra le righe del romanzo, si intrecciano e si contrappongono alla Bellezza delle loro due vite, così semplici, così spontanee, affettività forti e personalità così profonde che mettono radici in ogni azione e parola, nelle anime che sanno rendere ogni gesto del vivere quotidiano una risorsa, un guardare avanti e oltre, che cavalcano quel tempo così fuggente, così veloce, che Haruf vuole afferrare e stringere per non perderne neanche un frammento. Quel tempo sacro, che Addie non vuole lasciarsi sfuggire, quel bisogno di voler il bene e farsi voler bene, quella vita da riempire di gioie profonde, che pur nel timore sanno attendere, vite ricche di nudità diafane, che rendono corpi anziani e goffi, corpi leggeri e fusi nella naturalità della vita stessa, nei color del cielo stellato e le acque fresche di un ruscello.

Ti arriva forte,  ma lentamente, questo sentimento, questa spontaneità che trasuda dalle loro vite, separate e poi insieme, penetra forte in chi legge la forza di due anime che accolgono il nipote di Addie in casa, un bimbo angosciato e spaventato ma che, piccoli, delicati, discreti gesti e presenze attente e silenziose riescono a riportare in lui il sorriso, la quiete, la gioia, cancellando la paura da quella piccola vita apparentemente “normale” ma incapace di abbracciare.

L’abbraccio, ecco.

Quello di Addie e Louis è l’abbraccio che contiene, avvolge, protegge, scalda, colora, riempie, quieta le loro vite, la vita di un bimbo che, in un letto tra due anziani, ritrova respiro e pace, lo stesso letto che agli occhi di quegli “altri”, persino del figlio di Addie, diventa spazio di scabrose e indecenti azioni da non ripetere.

Stesso spazio, stesso tempo, stessi gesti, ma occhi diversi, occhi che guardano l’azione senza andare oltre, senza leggere nello sguardo, di due persone anziane, la gioia di riscoprirsi capaci, utili, vivi.

Il tempo si dilata ma anche corre, il tempo copre, ma anche scopre, scopre le loro vite, scopre voci, pettegolezzi, scopre e uccide, separa, allontana, squarcia, dilata e dilania.

E quelle voci e quel tempo viene strappato loro, ma non vincerà in fondo sulla purezza di un sentimento, sull’acqua cristallina che lava via, sul dolore, portato come bagaglio silenzioso e intimo che può privarti, ma che poi ti ricongiunge.

Haruf ha fretta, nella sua scrittura, pulita, semplice, che scorre fluida come i fotogrammi che ti rimangono negli occhi e nel cuore di questa cittadina che, come dice la quarta di copertina del libro, “è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto è per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.”

Haruf ha fretta di catturare il tempo, che pur scorre lento nei loro gesti, nel tempo da prendersi per scoprirsi, nel tempo che non basta mai, in questo tempo che non puoi afferrare del tutto, che non ti deve fare chiedere cosa ci sarà dopo. Un tempo che ci abbandona.

C’è, nella scrittura di Haruf, la sua fame bulimica di quel tempo che a sua disposizione sta finendo, così come per le vite di Addie e Louis, ma dello stesso tempo che non può distruggere quel filo sottile che ci lega a chi si ama davvero.

Un libro che va oltre alle apparenze, un libro che sembra riemergere da tempi antichi, da una cittadina lontana e piccola, di altri tempi, ma una storia così terribilmente attuale,  che impregna le vite, le nostre vite. Quello che appare e quello che è davvero. In fondo.

E per chi legge ogni riga di questa opera, sopravvive una conferma continua silente e costante di un prolungato abbraccio, dilatato nei gesti e negli sguardi, negli altri e tra loro.

Un calore saldo e rassicurante che va oltre schemi, ipocriti formalismi e apparenze, ma che dà forma a una delicata e forte determinazione che mette radici dove sembra non essercene, che ribalta ciò che appare, ciò che si dice, che capovolge la falsa costruzione dell’agire umano; che mette a nudo l’anima con quell’alito di antico pudore che indossa vesti candide sul manichino di una quotidianità semplice e pura.

E ogni cosa assume uno sguardo nuovo, naturale e profondo anche in quei vestiti piegati sulla sedia o nel cielo terso colmo di stelle ammirato tra la retina di una tenda, in un nido di topolini nascosto tra ferraglie vecchie e impolverate che allontanano chi guarda con le sovrastrutture forzate di una società che ingloba anziché lasciar liberi, che incasella tutto in giusto e sbagliato, normale e anormale, brutto o bello e non sa lasciare correre libero lo sguardo, scavalcare la staccionata del giudizio, quello sguardo libero che fa sentire vicina anche la mano lontana.

Si legge lentamente e a tratti fagocitando le parole, la vita di queste anime e quel che ti rimane è l’odore e il sapore di quel pane appena sfornato, avvolto in un canovaccio di lino grezzo a quadri, in una giornata di primavera: ed è incanto.

“Tu meriti di essere felice, non credi?”.

E chi legge resta in questo abbraccio.

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