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In North Carolina pulsa, con la forza che solo i luoghi immaginari hanno, la cittadina di Falls, “più chiese che concessionarie d’auto” per 6803 anime d’incrollabili ottimisti. Lì la gente è irresistibilmente felice e ignara che quel nome copiato alle Niagara Falls avrebbe, prima o poi, vendicato il fatto di “aver rubato loro il frastuono”. Ma la tragedia non manda indizi e a Falls non ci sono indovini; a cose fatte si dirà che lungo il fiume Lithium, una sera che andarono a fuoco gli ex magazzini di tabacco del contado, si respirava “un lusso che può venire solo dalla fine di qualcosa”. Ed è così. Il ritorno a Falls di Allan Gurganus – L’esca (trad. di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Playground, pp. 237, euro 17) chiude la trilogia di Local Souls – racconta, sull’ampio raggio di una vita, l’esistenza di Bill Mabry, il prima e il dopo la Catastrofe che a due terzi di libro si abbatte sui Caduti (tale è il nome, ironico, dei cittadini di Falls).

L’a.C., il prima è una storia d’ascesa sociale: William Rooney Mabry, per gli amici Red, grazie a un lascito del cittadino Paxton approda a Falls, acquista una casa sulla Riverside e dipinge porte e finestre di un vistoso rosso pomodoro; che la dice lunga sulla gioia urbana della famiglia Mabry in stile “vincita alla lotteria” e sull’etopea di quell’imbarazzante Red, dalla fiducia ingenua e campagnola, che cerca di farsi a immagine e somiglianza di Falls, cambia congregazione religiosa innamorandosi della vetrata della Prima Presbiteriana perché “se Dio fosse una caramella, è proprio quello l’aspetto che avrebbe”. L’approdo in città è, per Red, la ricompensa ai guasti di salute suoi e del figlio Bill: soffrono di cuore, hanno l’ipercolesterolemia, ma su di loro veglia un nume tutelare, il medico condotto Marion Roper, Doc, un essere sui generis sfiorante la perfezione: “aveva frequentato il liceo di Falls secoli prima di me – parla Bill –, eppure la nostra classe ancora ondeggiava sull’acqua mossa dalla sua scia”. In questa Falls dorata, Roper cura la famiglia Mabry, la “strana e mortale avidità” dei loro corpi, trasformando Bill in un paziente dipendente, quasi innamorato di Doc, nonostante il felice matrimonio con Janet Beckham.

Ma poi arriva la Catastrofe, il dopo, il d.C.: è un uragano che gonfia il Lithium, quel loro “fiume simbolico che si era scatenato all’improvviso credendosi il Mississippi”. Case e certezze sono spazzate giù, ché non esiste luogo senza pericolo su questa terra. Eppure la decadenza era già iniziata quando Doc, in pensione, aveva preso a intagliare esche, anatre spose, germani reali tanto simili al vero da superarlo. “Ma le anatre? Le anatre di legno? Invece di vite umane da salvare? A me e a Janet era sembrata una regressione”. Nelle esche di Roper e nel nom de plume, Marion, che utilizza per segnarle, non c’è traccia della laurea a Yale. La Fase 2 di Doc sbigottisce, fa paura, tanto più se piazzata in un universo di promozioni sociali.

E però è un universo-esca, accecante, colorato. “Poiché ogni creatura vivente è naturalmente attratta dalla sua copia in bello, le esche dovevano essere più belle del vero”. Falls fu un’esca per Red; Doc è l’esca di Bill e le esche stesse, quelle di legno, diventano per Roper la più penosa seduzione. E se Red avrà una tomba in cui dormire in pace coi propri sogni, la stessa sorte non spetterà a Bill e a Doc. Il primo, cittadino insoddisfatto dei partiti paterni e disperatamente ossessionato dalle cure del dottore, non sopporta la ‘decadenza’ di Roper, l’assurdo amore per le anatre di legno, per quell’arte sterile, tutta intesa a scolpire perfino l’ultima goccia d’acqua sul finto piumaggio. Il Roper artista spicca infine come esca, come “bella copia di qualcosa che probabilmente in origine era molto meglio”. Così l’uragano risolve in meglio, paradossalmente, la Fase 2 di molti Caduti. Il dolore fa decadere le false lusinghe: i sopravvissuti ridono, s’ubriacano, fanno banchetti da paese della cuccagna (“la gente fu entusiasta di veder utilizzare i propri beni deperibili […] Bistecche di tonno. Petti di fagiano, capesante bianche e tenere come il culetto di un neonato, pesci delfino catturati da pescherecci noleggiati a centinaia di miglia da lì”). La vita dopo la Catastrofe profuma di brodi miracolosi, di abdicazioni ai grevi desideri degli avi; Bill prova il ‘sollievo’ di perdere tutto, di non sentirsi più obbligato a essere la bella copia di qualcosa, la esca di se stesso. È li che inizia la Fase 3? Esiste un futuro dopo la Catastrofe? Potremo ancora essere qualcuno se spogliati delle convenzioni, sapremo attraccare la coscienza su quella riva in cui non ci sono esche?

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Il brillante e giovane Roper scelse di rimanere a Falls perché “era il modo migliore di stare solo. Qui era un ‘doc’ ancor prima di iscriversi a Medicina, già un dato di fatto. Così poteva lasciare a noi la sua controfigura più attraente”. Ecco. Si vive bene fintantoché sei solo, senza l’ingenuo desiderio “di trovare un compagno degno di te”. Se invece abbocchi all’amo, l’esca ti trascina: Doc, richiamato ormai dalle sue anatre di legno sparse via dall’uragano, fruga lungo il fiume, come un derelitto, tra i cumuli di foglie ammassate. E anche Bill, dopo un ubriacante e momentaneo oblio di Roper, torna a cercarlo. La vita è un richiamo, è una seduzione. Sempre.

E se anche la morte fosse solo un’esca?

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