Bill Evans 10,Copenhagen 1964

Venti grandi album di jazz dal 1960 al 1967

Proseguendo il discorso su dischi fondamentali – come la volta precedente suddivisi per ordine cronologico (ma indicati in senso alfabetico per nomi di musicisti) – si può notare come in un arco temporale strettissimo ci siano una quantità enormi di autentici capolavori, a dimostrazione che anche il jazz – alla pari di tutte le altre forme artistiche – non è distribuito omogeneamente, ma può vantare periodi in cui la creatività e l’inventiva brillano meglio che in altre epoche magari più diffuse e meno compresse.

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Albert Ayler, Ghost (ESP) 1964

Di questo grande tenorista afroamericano – morto prematuramente in circostanze tragiche e dubbiose – si segnala il primo disco che lo espone prepotentemente all’attenzione di pubblico e critica, che in quei primi anni Sessanta, per miopia intellettuale, non nutrono grosse simpatie verso di lui e il suo free jazz. La carica visionaria (non a caso il titolo Ghost, vuol dire fantasma) è quasi palpabile e alla creatività allo stato puro fanno contrappunto gli essenziali partner ayleriani: Sunny Murray alla batteria, Gary Peacock al contrabbasso. Nel trio dunque le improvvisazioni tematiche dalle quali è abolito ogni centro tonale armonico fanno sì che un senso di estrema libertà pervada tutta la musica; ma non è free cerebrale: a un ascolto immediato possiamo già subito avvertire elementi cantabili tratti dalla musica caraibica, cenni alle fanfare di New Orleans, in un fluire continuo e inarrestabile: insomma Ayler e Ghost con una sonorità aspra e dirompente rivoluzioneranno il rapporto con la musica di un’intera generazione di musicisti.

Ray Charles, Live Concert (ABC Paramount) 1964

Soprannominato the Genius, perché di fatto è il genio, cantante e autore del soul, del blues e del rhythm ‘n’ blues, nonché organista, pianista (e talvolta sassofonista) molto apprezzato dai musicisti jazz. A soli ventitré anni incide il suo primo 45 giri di successo I got a woman che scandalizza i benpensanti e nel 1959 scala i vertici delle classifiche mondiali con What’d I say, un brano pieno di sensualità e ritmo, dal brioso gusto spiritual, grazie a una struttura quasi antifonale, che rimane ancor’oggi uno dei song più influenti della musica popolare della seconda metà del secolo. Ray Charles, alla stregua di Armstrong, ma con maggior senso critico, è poi in grado di conferire negritudine a ogni musica come dimostra questo bel lavoro dal vivo, dove, oltre quelli citati, si ascoltano altri 10 pezzi trascinanti da I Got Woman a Makin’ Whoopee.

Don Ellis, Live at Monterey! (CBS) 1966

Del trombettista bianco losangeleno (1934-1978) presentiamo velocemente questo disco in cui egli, nelle vesti soprattutto di big band leader, fonde impasti orchestrali di tipo progressive alla Stan Kenton (nella cui orchestra milita a lungo) con soluzioni ritmiche di sapore esotico (Balcani, India, Maghreb). Del resto proprio i tempi ritmici, affidati a una batteria e due percussioni, ci appaiono assai compositi tra binario e ternario, con l’ulteriore aggiunta di interessanti commistioni con il mondo classico, come nel brano Concert For Trumpet dove si ascolta una fuga di sapore bachiano. E proprio la tromba di Ellis rimanda ai grandi dello strumento per la limpidezza del suono, il fraseggio brillante, la padronanza dell’emissione. Questo disco risulta dunque al crocevia degli esperimenti dell’autore, il quale nei primi anni Sessanta occhieggia la third stream, ma alla fine del decennio arriva a fare una rapida digressione verso il jazzrock più elettrico secondo la moda che egli stesso anticipa con i 33 giri, sempre con una big band, appena susseguenti questo dal vivo nella nota località californiana.

Bill Evans, The Complete Village Vanguard Recordings (Riverside) 1961

Dal vivo, nel celebre club newyorchese, il grande pianista bianco punta sulle novità armoniche (in parte figlie del cool di sapore quasi classico) dagli assunti melodici che allungano la frase sull’armonia che segue, mentre la ritmica in interplay (qui formata da Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria) rimane quasi ineguagliata per precisione, originalità e aderenza alla musica. Attingendo dal proprio curriculum di tipo colto Evans inoltre è in grado sviluppare un’estetica personalissima in cui si riflette una genuina attenzione per Satie e Debussy. Questo triplo CD, registrato in presa diretta in uno dei ‘templi’ jazzistici, subito dopo la permanenza del leader nel quintetto davisiano, è l’esempio della maestria di Bill nel rivitalizzare alcuni brani evergreen di vecchia data e perlopiù tratti da celebri musical da All of You di Cole Porter a My Romance di Rodgers-Hart, fino alla magnifica interpretazione di Porgy and Bess, ovviamente di George Gershwin.

Gil Evans, Into the Hot (Impulse) 1961

Dopo il complementare Out of The Cool, ecco uno dei dischi fondamentali per la conoscenza del grande compositore canadese, che è soprattutto famoso nel campo dell’arrangiamento. Solo con la big band Duke Ellington e comunque in modo assai diverso, può funzionare la coesione di numerosi talenti in un’unica orchestra, come accade pure nel caso di Gil Evans. Infatti spesso le grosse formazioni jazzistiche posseggono una grande personalità collettiva, ma difettano di veri solisti. Invece Gil riesce a unire un sound collettivo di altissimo livello con l’abilità virtuosistica dei singoli membri. In questo album compaiono come eccellenti improvvisatori e disciplinati session men alcuni musicisti dell’intera storia afroamericana, quasi in rappresenta delle origini e del futuro della modernità. Infatti dei sei brani dell’album tre sono composti da Johnny Carisi e tre da Cecil Taylor, vale a dire rispettivamente da un iniziatore del cool e da un padre del free. E in tal senso l’album riflette un’ambivalenza formale e contenutistica, perché attorno ai due blocchi composizioni (alternate nel disco) vengono riunite due diverse band: una sull’onda di cool, mainstream, hard bop con la sicurezza di Bob Brookmeyer, Urbie Green, Clark Terry, Phil Woods, l’altra facente capo alle ultime leve arrabbiate con Archie Shepp, Roswell Rudd, Jimmy Lyons.

Dexter Gordon, Our Man in Paris (Blue Note) 1961

‘Long Tall Dexter’ attraversa la storia del jazz con grande stile dopo le prime esperienze vissute con l’orchestra di Fletcher Henderson, si unisce prima a Lionel Hampton e poi a Charlie Parker e Dizzy Gillespie contribuendo alla nascita del bebop. Personalità schiva prosegue la sua carriera tra alti e bassi: qui lo cogliamo in ottima forma, dopo un gradito ritorno, con altre due ‘vecchie’ glorie del moderno quali Bud Powell (piano) e Kenny Clarke (batteria) più il francese Pierre Michelot al contrabbasso: una rimpatriata boppistica, con Gordon che addirittura media la lezione di Lester Young e Johnny Hodges. Dopo un quarto di secolo, esattamente nel 1986, il tenorista viene assurto a improvvisa notorietà popolare quando ha già sessantatré anni, dopo oltre quaranta di carriera, Gordon è l’impersonificazione del tipico jazz moderno o anche dell’idea che ci si fa del bopper. Sempre in debito con la propria immaginazione, proteso in avanti quel tanto che basta per sentirsi inadeguato al proprio tempo cerca da sempre rifugio e consolazione nell’alcol e nella droga; e non a caso viene chiamato dal regista francese Bertrand Tavernier per il ruolo (quasi autobiografico, ma con riferimenti anche a Young e Powell) di musicista sconfitto nel film Round Midnight.

Jimi Hendrix & Otis Redding, Historic Performance Recorded at the Monterey Pop Festival (Reprise) 1967

Nel 1970 postume arrivano – in origine su facciate distinte di un unico LP – le esibizioni di due grandi artisti nel primo effettivo megaraduno rock, cogliendo il periodo più creativo del chitarrista di Seattle qui a capo del trio inglese Experience (con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria). I quattro brani dal vivo rendono ancor meglio il clima di effervescente psichedelismo (talvolta venato di soul/blues struggente o di impennate quasi free) confermano Hendrix quale emblema musicale del XX secolo. E lo stesso potrebbe dirsi per i cinque pezzi di Redding intenso cantante soul, in grado di bluesizzare qualsiasi canzone con ritmi trascinanti e voce shout.

Earl Hines, Spontaneous Exploration (Joker) 1964

In questo disco si trova l’anziano pianista di Duquesne a vivere una seconda giovinezza artistica  in compagnia di due giganti del jazz contemporaneo, Richard Davis (contrabbasso) e Elvin Jones (batteria) in un trio che concilia brillantemente tradizione e modernismo, come già accaduto qualche mese prima con Elllington in compagnia di Mingus e Roach. In queste ‘esplorazioni spontanee’ di Hines si apprezza, come sempre, una tecnica poderosa facilitata da un’incredibile estensione della mano e con lui, revivalista aperto, sembra quasi che le innovazioni dei boppers divengano spunto per improvvisazioni vorticose nell’inimitabile stile ‘trumpet-piano’ di cui è l’inventore dai tempi di Satchmo.

Mahalia Jackson, Recorded in Europe During Her Latest Concert Tour (Columbia) 1962

Per chi vuole fruire la più autentica musica spiritual (o meglio gospel, basata su testi evangelici) senza andare in un tempio presbiteriano di Harlem, deve ascoltare queste 11 registrazioni dal vivo attraverso il Vecchio Continente, per apprezzare una cantante così religiosa al punto da non esibirsi più, da allora, in concerto, riservando il proprio canto alle sole chiese. La Jackson indirettamente non perde mai di vista il jazz in ogni risvolto e grazie alla voce straordinaria, portentosa, drammatica, commovente,  infonde in questi inni sacri tutta l’anima afro e blues quasi come la maestra ideale Bessie Smith. Nella vocalità di Mahalia da questo disco ‘europeo’ si sentono infine sofferenze e speranze di un intero popolo in catene, con una sola possibilità di riscatto: la musica.

B.B.King, Live at the Regal (ABC Records) 1964

Qui sono raccolti i primi exploit del cantante/chitarrista, poi divenuto maggior rappresentante del blues elettrico, spesso cover, da Everyday I Have the Blues a Sweet Little Angel insieme a brani con orchestra dove da impasti rhythm ‘n’ blues emerge prepotentemente tutto il carisma, che per mezzo secolo miete consensi straordinari e che forse è da ritenersi anche l’emblema del blues moderno o l’incarnazione (aggiornata ai suoni urbani) di ciò che significa uno spirito bluesistico. E in questo disco live agli inizi della carriera, vi sono presenti gli ingredienti fondamentali del successo massivo: oltre il blues, gospel, folk, boogie, jazz, con uno strumento ‘sporco’ e soprattutto una voce sulfurea che sembra arrivare da molto lontano; e colpisce oltre il canto roco inconfondibile è la chitarra graffiante (Lucille, come la chiama affettuosamente), le armonie morbide alternate a riff indiavolati.

Lee Konitz, The Lee Konitz Duets (Milestone) 1967

In questo lp l’altista anticipa la moda del duetto: con lui suona ogni volta un valente personaggio della scena moderna e contemporanea, dal cool al modale, dall’hard bop al nuovo free; dialogano  infatti, nove solisti come Joe Henderson e Richie Kamuca ai sassofoni, Elvin Jones alla batteria, Marshall Brown e Karl Berger ai vibrafoni, Dick Katz al piano, Jim Hall alla chitarra, Eddie Gomez al basso, Ray Nance al violino. Con uno stile individuale fatto di essenzialità raffinata e partecipazione discreta, il sax di Konitz per così dire si adegua al sound di ogni partner, così come il disco risulta vario ed eterogeneo e proprio per questo molto stimolante.

Rolf & Joachim Kühn, Impressions of New York (Impulse) 1967

Gli esordi del pianista tedesco Joachim (1944) alla fine degli anni Sessanta al fianco del fratello clarinettista Rolf (1929) che dal 1956 al 1959 vive in America, sono molto interessanti; poi in seguito a una svolta elettrica poco originale Joachim abbandona il free per inserirsi nel solco del jazzrock e tornare di nuovo all’avanguardia accanto a maestri della new thing come Ornette Coleman e Archie Sheep. Rolf che venne addirittura paragonato da John Hammond a Benny Goodman da semrpe continua a seguire una linea mainstream, pur adattandosi a situazione anche molto spinte come in queste due lunghe suite, dove i fratelli sono accompagnati dal coltraniano Jimmy Garrison al contrabbasso e dall’italofrancese Aldo Romano alla batteria: l’album all’epoca ottenne molti consensi dagli specialisti.

Jackie McLean, One Step Beyond (Blue Note) 1963

Questa registrazione dell’alto sassofonista rappresenta uno dei più begli esempi di quel post-bop moderno-contemporaneo che negli anni Sessanta, all’avvento del free, ha in Miles Davis (prima della svolta elettrica) un valido esponente: insomma un jazz ai limiti della tonalità. In questi lunghi brani, sulla scia delle improvvisazioni hardboppistiche, oltre il leader, si notano Grachan Mancur III al trombone (che di lì a poco parteciperà con successo alle stagioni free), Bobby Hutcherson al vibrafono (un solista che dopo Lionel Hempton è tra i più sanguigni allo strumento), Eddy Khan al contrabbasso e un appena diciassettenne Tony Williams alla batteria. Si tratta, in One Step Beyond, di un jazz altamente energetico che troverà nell’etichetta discografica Blue Note un marchio di fabbrica anche per tanti altri jazzmen di quel periodo che pur non aderendo alla new thing, però non rinunciano a sperimentare sia pur nel solco di Parker, Gillespie, Monk o di Silver, Blakey, Rollins. Lo stesso McLean rimarrà sempre al di qua del free, qualificandosi comunque tra i maggiori strumentisti degli ultimi Sessanta-Settanta.

Modern Jazz Quartet, European Concerto (Atlantic) 1960

Riunito attorno al pianista e compositore John Lewis il MJQ vanta il vibrafonista Milt Jackson, il batterista Connie Kay e il bassista Percy Heath, il MJQ resta il gruppo più raffinato e colto e nello stesso tempo popolare e riverito della scena musicale degli anni Cinquanta/Sessanta. Il combo si rifà per certi versi alle forme barocche della musica europea settecentesca, giacché le strutture delle composizioni di Lewis sono talvolta sprazzi inventivi su passacaglie, fughe e contrappunti che vengono presto apprezzate dal pubblico europeo più che da quello americano, come si coglie  da questo live frutto di una trionfale visita al Vecchio Continente, in cui i quattro ripassano un repertorio ormai collaudato da nove anni di intenso algido feeling.

Art Pepper, Smack Up (Contemporary)1960

L’altosassofonista di Gardena (California), già esponente di spicco del West Coast Jazz qui è ‘fotografato’ poco prima del va-e-vieni dalle patrie galere, in compagnia di Jack Sheldon (tromba), Pete Jolly (pianoforte), Jimmy Bond (contrabbasso), Frank Butler (batteria).  E il confronto tra i quattro e un sax che sta per convertirsi a musiche più dure è sorprendente: Pepper trasforma gli standard in ballate fantasmagoriche con inventiva, feeling, dinamismo. Art è già oltre lo stile californiano e i sette brani in scaletta (di cui un solo original Las cuevas deMario) sono lì a dimostralo tra i solchi del vinile.

The Oscar Peterson Trio, Bursting Out (Verve) 1962

Accompagnato dal fedele Ed Thippen alla batteria e da Ray Brown al contrabbasso, il pianista nero canadese esegue infocati assolo e – novità! – dialoga, come ben asserisce la dicitura in copertina, con la All Star Big Band che lo asseconda e che gli risponde con improvvisazioni di solisti quali Clark Terry alla tromba, James Moody all’alto e Slide Hampton al trombone. Una straordinaria esemplificazione di ciò che si può indicare come mainstream jazz; questo album convince che Peterson, oltre acquisire una grande tecnica resa possibile da severi studi classici (si favoleggia all’epoca delle sue interpretazioni dei preludi di Chopin, purtroppo mai registrate), rende chiara la grandezza di musicista a tutto tondo!

Frank Sinatra, Swinging Sessions! (Capitol) 1960

Tra le voci popolari jazz e pop maggiormente durature, acclamate e importanti del XX secolo, sa trasformare le melodie in qualcosa di estrema personalità e profondo significato: formatosi nelle swing band degli anni Trenta, dopo alcuni successi con la Tommy Dorsey Orchestra nei Quaranta, si dedica alla carriera da solista conquistandosi un ruolo divistico anche come attore cinematografico. Come questo, tutti i suoi dischi Capitol dalla metà degli anni Cinquanta all’inizio dei Sessanta sono un ritratto impareggiabile di un singolo artista che qualifica la canzone americana, in quanto tale. Inoltre possiede un controllo formidabile sui sentimenti che esprime con l’inconfondibile vocalismo. Dice a questo proposito la cantante Sylvia Sims: “È questo il segreto di Mister Sinatra, la sua gioia, il suo turbamento, non passano mai il segno, si fermano sempre appena in tempo”. In questo album, come sempre orchestrato da Nelson Riddle, ascoltiamo un Sinatra forse più jazzistico del solito, anche se si appoggia saldamente sulle doti collaudatissime di crooner e di pop singer di altissimo livello, intendendo qui con pop una canzone quasi senza tempo.

Jimmy Smith, Walk on the Wild Side (Verve) 1962-1967

L’organo nel jazz dopo qualche sporadica esperienza di Fats Waller e Count Basie è da sempre legato (soprattutto quello hammond o elettronico) al nome di Jimmy Smith. Apparso come una meteora appena ventenne al festival jazz di Newport nel 1955 il suo è un jazz carico di energia swing e di suggestioni soul, un genere, quest’ultimo, in cui lo strumento diventa poi strumento indispensabile. E il suono dell’organo hammond che tanto sviluppo ha a partire dagli anni Sessanta, possiamo dire che viene inventato da lui anche da un punto di vista formale e contenutistico. In questo doppio CD antologico, che come dice il sottotitolo raccoglie il meglio degli anni Verve (l’etichetta a lui più affezionata), Smith è spesso supportato dall’orchestra diretta e arrangiata da Oliver Nelson (in altri pezzi da Thad Jones) e ci fa ascoltare brani in apparenza molto facili. Temi famosi di colonne sonore di film altrettanto celebri da Goldfinger a L’uomo dal braccio d’oro sono qui un pretesto per improvvisazioni cariche di feeling e ballabilità. In anni in cui il genere funky, soul o rhythm ‘n’ blues torna di moda sotto l’etichetta di acid jazz non si può fare a meno di ricordare questo grande strumentista.

Billy Strayhorn, Lush Life (Red Baron) 1964-1965

Il lavoro di questo alter ego di Duke Ellington, nonostante la timidezza e la discrezione esercita una enorme influenza tanto sui musicisti quanto nei circoli afroamericani degli anni Cinquanta e Sessanta, per via della profonda amicizia tra il pianista/arrangiatore e il reverendo Martin Luther King. La morte del jazzman pochi mesi dopo questo bel disco a soli cinquantadue anni, ampiamente sottovalutato dal grande pubblico ma rimpianto da tutti i jazzisti, è quasi ricordata da un album che s’avvale dello stesso Ellington al pianoforte e da molti suoi orchestrali, che per un sound che fa vedere analogie e differenze con il grande maestro, a dimostrazione di come Billy Strayhorn possegga una spiccata personalità artistica. Tuttavia ne fuoriesce uno Strayhorn che soffre della vicinanza del Duca per il quale Sweet Pea (‘pisellino’, come il Duca lo chiama scherzosamente) lavora per la maggior parte della trentennale carriera; ma Billy rimane uno dei personaggi più significativi sia dell’era swing sia di quella moderna. Meglio conosciuto quale arrangiatore (e pianista) reca però la firma su almeno quattro celebri standard ellingtoniani (qui presenti), Passion Flower, Day Dream, Take the A Train e Lush life, l’unico inno gay composto da un ragazzo di colore negli anni Trenta (Billy Strayhorn è infatti omosessuale dichiarato).

Sun Ra, The Eliocentric Worlds Of Sun Ra (ESP) 1965

Sulla copertina di Eliocentric world possiamo infatti ammirare il volto faraonico di Sun Ra tra alcuni studiosi del sistema solare al quale il “gran sacerdote” vuole confrontarsi. Negli anni del disco il tastierista, compositore, band leader, filosofo e talent scout, forgia l’aspetto definitivo alla sua big band, ribattezza tra egittologia e fantascienza, Arkestra. Con lui e nel disco suonano per quasi una vita alcuni egregi solisti come Marshall Allen al sax alto, Pat Patrick al sax baritono e John Gilmore al sax tenore. Sun Ra è inoltre uno dei primi a usare i sintetizzatori nel jazz e a costituisce il ponte ideale fra l’era swing, il bebop, il r’n’b e il free, anche se nel doppio album i suoni tendono ancora a un esacerbato sperimentalismo. Riascoltando quest’album – ritenuto il migliore di una discografia vastissima – si conviene che indubbiamente si tratta di un personaggio fra i più misteriosi della musica del XX secolo: Sun Ra (al secolo Herman Sonny Blount) attraversa tutte le possibilità offerte dal jazz storico e contemporaneo. Di questo prolifico alchimista e organizzatore di suoni ed eventi, preme infatti sottolineare, al di là di The Eliocentric Worlds Of Sun Ra, la continua ricerca effettuata in una carriera molto lunga. Già dagli anni Cinquanta, insieme con alcuni jazzisti che gravitano intorno a lui, non solo musicalmente ma vivendo in una comune, effettua una brillante sintesi tra composizioni e impasti sonori di stampo quasi Kansas City e tra il free più radicale, sempre con una fluidità supportata da una comunione di intenti col gruppo non resta solo artistica ma diventa ideologica: “Il ritorno via musica al proprio pianeta”. Sun Ra infatti ama rifarsi a una personale cosmogonia che prevede un esotico futuro extraterrestre e che in The Eliocentric Worlds Of Sun Ra trova l’ambito fonografico congeniale.

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