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Oggi presentiamo il terzo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro sapiente palinsesto sul Dialogo della Terra e della Luna; la penna è ancora quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo della Terra e della Luna

Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; perché come ho sentito tante volte dai poeti, tu sei una persona; e i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo vedono e in quell’età  ragionevolmente la vista è acutissima. Quanto a me, non dubito che tu non sappia che sono né più né meno una persona; tanto che, quand’ero più giovane, feci molti figli: sicché non ti meraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, pure se ti sono stata vicina così tanti secoli, che non ne ricordo il numero, finora non ti ho mai parlato,  perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo per chiacchierare. Ma oggi che i miei affari ridotti a poca cosa, anzi posso dire che procedono da soli, io non so che fare, e scoppio di noia: perciò mi propongo, per l’avvenire, di parlarti spesso, e occuparmi molto dei fatti tuoi, salvo non ti dia fastidio.

Luna. Non dubitare di ciò. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come son certa che da te non ne avrò. Se ti va di parlarmi, parlami quanto desideri; ché quantunque io sia amica del silenzio, come credo tu sai, io t’ascolterò e ti risponderò volentieri, per servirti.

Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?

Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.

Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da’ miei poli all’equatore, e dall’equatore ai poli, e sembra non saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un suono così dolce ch’è una meraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l’ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e perciò non l’odo.

Luna. Anch’io senza dubbio sono assordata; e, come ho detto, non l’odo: e non so di essere una corda.

Terra. Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti guardo, come un lumacone; non arrivo a scoprire in te nessun abitante: sebbene sento dire che un tal Davide Fabricio, che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi, che spandevano un bucato al sole.

Luna. Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io sono abitata.

Terra. Di che colore sono codesti uomini?

Luna. Che uomini?

Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d’essere abitata?

Luna. Sì, e per questo?

Terra. E per questo i tuoi abitanti non saranno poi tutte bestie.

Luna. Né bestie né uomini; che io non so che razze di creature siano né gli uni né l’altre. E già di parecchie cose che tu mi sei venuta accennando, credo sugli uomini, io non ho ci ho capito un’acca.

Terra. Ma allora che specie di popoli ti abitano?

Luna. Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come io non conosco le tue.

Terra. E’ una notizia che mi pare così strana, che, se io non la sentissi da te medesima, non la crederei per nulla al mondo. Fosti mai conquistata da qualcuno de’ tuoi?

Luna. No, che io sappia. E come? e perché?

Terra. Per ambizione, per cupidigia delle cose altrui, colle arti politiche, colle armi.

Luna. Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, insomma niente di quel che tu dici.

Terra. Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci però la guerra: perché, poco tempo fa, un fisico di quaggiù, con certi cannocchiali, che sono strumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto su di te una bella fortezza, coi suoi bastioni diritti; che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.

Luna. Perdona, signora Terra, se io ti rispondo un po’ più liberamente di quanto forse non convenga a una tua suddita o domestica, come sono. Ma invero mi sembri  un po’ presuntuosa, con la tua idea che tutte le cose di qualunque parte dell’universo siano conformate come le tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente dappertutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo deduci che i miei abitanti devono essere uomini. Ti avverto che non lo sono; e tu ammettendo che siano altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e le stesse vicende de’ tuoi popoli; e mi porti come prova i cannocchiali di non so che fisico. Ma se codesti cannocchiali non vedono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la stessa buona vista de’ tuoi fanciulli, che scoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove mai li abbia.

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Terra. Dunque, non sarà vero neppure che le tue province sono fornite di strade larghe e definite; e che tu sei coltivata; cose che dalla parte della Germania, pigliando un cannocchiale, si vedono chiaramente.

Luna. Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade non le vedo

Terra. Cara Luna, tu devi a sapere che io sono ingenua e di intelligenza scarsa; e non è meraviglia che gli uomini m’ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza pericolo: perché in diversi tempi, molte persone di quaggiù si proposero di conquistarti; e con questo fine si prepararono accuratamente. Se non che, salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de’ piedi, e stendendo le braccia, non ti poterono raggiungere. Inoltre, già da un pezzo io vedo spiare minutamente ogni tuo sito, mappare i tuoi paesi, misurare le altezze di codesti tuoi monti, de’ quali sappiamo anche i nomi. Queste cose, per l’affetto che ti porto, mi è parso bene di fartele sapere, afinché tu prenda le tua precauzioni. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da’ cani che ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano nel pozzo? Sei femmina o maschio? perché anticamente ci furono opinioni opposte. È vero o no che gli Arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o come devo chiamarle, sono ovipare; e che una delle loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di cacio fresco? che Maometto un giorno, o forse una notte, ti tagliò a metà, come un cocomero; e che un bel pezzo del tuo corpo gli sscivolò dentro alla manica? Stai volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del bairam?

Luna. Va’ pure avanti; che mentre continui così, non ho motivo di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro d’intrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; invece di rivolgerti a me, che non ti posso intendere, sarà meglio che ti faccia fabbricare dagli uomini un altro pianeta da farti girare intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare altro che d’uomini e di cani e di cose simili, delle quali ho tanta notizia, quanta di quel sole enorme, intorno al quale odo che giri il nostro sole.

Terra. Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l’acqua del mare in alto, e poi lasciarla cadere?

Luna. Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro effetto, io non mi accorgo di fartelo: come tu pure, io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori de’ miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.

Terra. Di codesti effetti veramente io non so altro se non che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me la tua; così come ti faccio tale lume nelle tue notti, che in parte a volte lo vedo. Ma dimenticavo una cosa che importa più d’ogni altra. Io vorrei sapere se veramente, secondo quanto scrive Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo, la gioventù, la bellezza, la salute, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell’indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le istituzioni utili; tutto sale e si raduna da te: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero, credo che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più spazio; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (l’amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine), non già solo in parte, e l’uno o l’altro di loro, come in passato, ma tutti e interamente. E certo che se tutte quelle cose non sono da te, non credo si possano trovare in altro luogo. Perciò vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per la quale tu mi rendessi adesso, e poi di mano in mano, tutte queste cose; anche perché penso che anche a te faccia piacere essere sgomberata, soprattutto del senno umano, che certo occupa su di te un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.

Luna. Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia, come affermi, non si parta da’ tuoi confini, vuoi proprio farmi impazzire, e levare il giudizio a me, cercando quello di coloro; il quale io non so dove si sia, né se vada o resti in nessuna parte dell’universo; so bene che qui non si trova, come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.ù

Terra. Almeno mi saprai tu dire se presso di te sono in uso i vizi, i misfatti, gl’infortuni, i dolori, la vecchiezza, in conclusione i mali? comprendi questi nomi?

Luna. Oh questi sì che li comprendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a meraviglia: perché ne sono tutta piena, invece di quelle altre che tu credevi.

Terra. Quali prevalgono ne’ tuoi popoli, i pregi o i difetti?

Luna. I difetti di gran lunga.

Terra. E hai maggior numero di beni o di mali?

Luna. Di mali, senza paragone.

Terra. E generalmente gli abitanti tuoi sono felici o infelici?

Luna. Tanto infelici, che io non mi scambierei col più fortunato di loro.

Terra. Lo stesso è qui. Sì che mi meraviglio come essendo tanto diversa da me diversa nelle altre cose, in questa mi sei uguale.

Luna. Anche nella forma,  e nel movimento, e nell’essere illuminata dal sole io sono come te; e non c’è da meravigliarsi di ciò come del resto: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo, o almeno di questo sistema solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho detto, né più né meno. E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque altro pianeta del nostro universo e li interrogassi se in loro ci sia infelicità, e se i beni prevalgano sui mali o cedano a loro, ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver domandato le medesime cose a Venere e a Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate vicine: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.

Terra. E tuttavia io spero bene: e oggi massimamente, gli uomini mi promettono per l’avvenire molte felicità.

Luna. Spera quanto ti pare: e io ti prometto che potrai sperare in eterno.

Terra. Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono in grande agitazione: perché dalla parte da cui ti parlo, è notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi stiamo facendo parlando, si sono destati pieni di paura.

Luna. Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.

Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di spezzare loro il sonno, che è il maggior bene che abbiano. Perciò ci riparleremo un’altra volta. Addio dunque; buon giorno.

Luna. Addio; buona notte.

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