verri_matrice_09 - Copia

Un antefatto di SE: quarta parte

di Mauro Maraschi

Ma torniamo a «Topologia». Pur avendo saputo tutto quello che c’era da sapere, non riuscivo a smettere di cercarlo. Avevo recuperato uscite della collana altrettanto rare, ma «Topologia» non voleva saltare fuori, e prenderlo in prestito era ormai escluso. Così alla fine me lo sono procurato in modo poco ortodosso, poco prima che un amico libraio mi regalasse la sua copia[1] e che quella speditami dalla persona che me l’aveva consigliato, una copia apparentemente smarrita, arrivasse a destinazione, dopo tre mesi, col risultato che, al momento, ne ho tre copie. Il libro l’ho poi letto, ed è un nouveau roman all’ennesima potenza, mesmerizzante quanto oggi invendibile.

A quel punto, però, mi rimanevano altri 36 libri che non rientravano nelle mie priorità di lettura, 36 libri acquistati a un prezzo medio di 20 euro, per un totale di circa 700 euro, un’ingombrante collezione involontaria alla quale dovevo dare un senso. Non c’è niente di più triste di una collezione di libri: finché si collezionano portauova non si trasgredisce la natura gratuita di una collezione; una collezione di libri, al contrario, somiglia pericolosamente a una sezione di una libreria personale, e quindi a una sequenza mutevole di libri letti o da leggere, quando è invece un blocco statico e impolverato di libri acquistati per essere posseduti e non letti, interi scaffali di libri rari, in serie, cercati a lungo e costati più del dovuto, libri che non saranno letti proprio perché rari, e che finiranno per re-immettersi nel mercato dell’usato soltanto alla morte del possessore. A riguardo, in un articolo intitolato «Le biblioteche dei morti», Francesco Pecoraro scrive: «Nelle librerie d’occasione e sulle bancarelle dell’usato comincio a vedere intere biblioteche che hanno un’aria familiare: sono i libri che leggevo, che avrei voluto leggere, che mi pareva necessario leggere, a venti-trent’anni. […] Il mio primo pensiero è che i titolari di queste biblioteche non se ne siano volontariamente sbarazzati: non è il tipo di libri che dai via. È più plausibile che siano invece morti. La mia generazione comincia ad andarsene»[2]. Pecoraro è del ‘45, io del ‘78, ma la sua sensazione è una mia sensazione, la sensazione che «la mia generazione comincia ad andarsene». Ogni volta che entro in una libreria di modernariato, o costeggio delle bancarelle, quello che vedo sono i libri collezionati per anni da qualcun altro e che dopo la sua morte sono stati svenduti da parenti ignari del loro valore. Immagino un ipotetico cultore che raccoglie le 33 uscite della «Biblioteca di Babele», e poi vedo questi libri abbandonati in uno scaffale, per cinque o sei anni, dopo la scomparsa di questo collezionista, finché non vengono recuperati da uno «svuota-cantine» e rivenduti a una media di 30 euro l’uno. Tutto ciò non deve impressionare, perché è alla base del mercato dell’usato: gli oggetti sono soltanto oggetti, e siamo noi a dargli un senso, affinché ci distraggano dall’inutilità di ogni cosa.

Così, per dare un senso alla mia collezione involontaria, ho stilato delle schede bibliografiche di ogni volume della collana, composte da una scansione della copertina più paratesti e note biografiche, dando vita a un lavoro di archivistica ospitato alla voce «Prosa Contemporanea» sul sito di Federico Novaro[3]. Il progetto ha richiesto tempo, ed è andato online proprio mentre scoppiava la bufera per un articolo di Cordelli, intitolato «La palude degli scrittori», che gli è valso le antipatie di molti[4]. Questa polemica non ha comunque portato visibilità al progetto, che d’altronde si rivolge a una nicchia. Di conseguenza, quando un anno dopo lo scrittore Giacomo Verri ha aperto sul suo sito una rubrica dedicata al collezionismo, e mi ha invitato a raccontare una mia esperienza personale, ho deciso di farlo senza vincoli di forma e lunghezza, perché se è vero che oggi nessuno legge più del 25% di qualsiasi articolo online[5], è anche improbabile che qualcuno arrivi mai alla fine di questo testo.

[1] Andrea Esposito, uno dei librai (insieme a Davide Manni) della libreria minimum fax, in via della Lungaretta 90/e, a Roma.

[2]              Su «Le parole e le cose», 18 aprile 2016: http://www.leparoleelecose.it/?p=22662

[3]              http://www.federiconovaro.eu/categorie/materiali/prosa-contemporanea/

[4] «Quell’articolo è stato una sciagura. Lo scrissi per necessità, ma non lo rifarei». Sempre da «L’era glaciale dell’avanguardia e il frigorifero di Cordelli», a cura di Marco Cicala, «Il Venerdì», 13 gennaio 2017.

[5] Stando a un’indagine di «The Believer», di cui però non trovo più la fonte.

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