I dischi di Guido Michelone: Venti grandi album di jazz dal 1968 al 1997

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Venti grandi album di jazz dal 1968 al 1997

In quest’ultimo mezzo secolo di vita jazzistica è difficile poter storicizzare alcuni LP (e poi CD) definendoli già indiscussi capolavori, a parte forse il periodo post-sessantottesco, allungabile fino alla metà degli anni Settanta. Da allora a oggi, operare una selezione obiettiva, diventa arduo, ragion per cui i classici del jazz, discograficamente parlando, arrivano grosso modo sino a vent’anni fa. Dopo di che, si è ancora in presenza dell’attualità.

***

Muhal Richard Abrams, Spihumonesty (Black Saint) 1979

Pianista, bandleader, teorico, talent scout, agitatore, didatta, Abrams va ritenuto il musicista di “raccordo” fra Sun Ra e la chicagoana AAMC (Association for Advancement of Creative Musicians), di cui è fondatore nel 1965. Dopo un periodo di scarsa produzione discografica alla fine degli anni Settanta, il sodalizio con l’etichetta milanese (fondata dal critico e produttore Giacomo Pellicciotti) specialista nell’avanguardia, offre ben nove dischi che contribuiscono a definire la figura di Muhal come strumentista e compositore. Artista eclettico, Abrams è senza dubbio il continuatore della tradizione afro-americana che però si allarga alle esperienze contemporanee di musica colta. Nei quattro brani contenuti in questo 33 giri particolarmente significativo compaiono jazzisti prestigiosi, del giro chiacagoano, quali Roscoe Mitchell al sax contralto e flauto, George Lewis al trombone, sousaphone e sintetizzatore, Amina Mayers alle tastiere e Jay Clayton voce. Abrams conduce l’ascoltatore lungo un percorso assai complesso che tocca l’improvvisazione e la musica elettronica con un coinvolgimento dei musicisti che tendono infine a privilegia il senso corale decisivo.

Count Basie, Beatles On Basie (Happy Tiger) 1969

Già a metà degli anni Sessanta, in piena beatlesmania, le canzoni dei Fab Four attirano l’interesse di certe jazzisti, al punto che alcuni vecchi leader ne inseriscono i brani in repertorio, ma è ancora la big band del mitico ‘conte’ a stupire (in meglio): dopo Basie’s Beatles Bag ecco Beatles On Basie a interpretare undici celebri brani con il proverbiale corposo swing dagli echi boppistici, ma Insomma Basie rimane coerente con se stesso e al contempo fedele alle linee melodiche e alla freschezza di un beat, che a sua volta si va evolvendo verso qualcosa di più complesso, così come denota la verve compositiva di Lennon/McCartney da Penny Lane a Hey Jude, da Eleanor Rigby a The Fool on the Hill.

Paul Bley, Open to Love (ECM) 1972

Nella produzione del pianista canadese, uno dei pochi bianchi già protagonisti della prima stagione del free jazz, segnaliamo questo disco di solo piano registrato nel mitico studio Bendiksen di Oslo nel 1972. Studio mitico perché qui registrano altri pianisti del calibro di Chick Corea e Keith Jarrett. Bley, dopo la seconda metà degli anni Sessanta incide dunque questo lp molto intimista in cui si rifà in parte alla lezione tristaniana del cool jazz. Raggiunge quindi risultati straordinari nei brani Ida Lupino o in Open to Love in cui la sua poetica fatta di note trattenute, colori tenui seguiti da accordi di sapore impressionistico rivelano una formazione classica o comunque di stampo colto occidentale. Forse ha ragione Franco Fayenz quando dice che i lirici assolo di Bley paiono riflettere “le inquietudini e il senso di isolamento dell’uomo contemporaneo”. Per diverso tempo s’interessa anche all’elettronica, ma è sicuramente il pianoforte acustico la dimensione migliore per la sua estetica.

Carla Bley, Escalator Over the Hill (JCOA) 1968-1971

Questo suo triplo lp è unanimemente considerato il suo capolavoro: si tratta di una cosiddetta opera jazz (tra le più lunghe in assoluto come durata) su testi del poeta Paul Haines, in cui sperimentazione vocale, rock, free e citazioni esotiche vengono magistralmente fuse, dall’intuito musicale di Carla stessa. Nel disco suonano – sotto l’egida della Jazz Composer’s Orchestra Association, produttrice altresì del vinile – musicisti di varia estrazione musicale fra cui ricordiamo Jack Bruce, Gato Barbieri, Linda Ronstadt, John McLaughlin, Paul Motian, Enrico Rava. Dice della sua opera la Bley: “Sono passata da una musica europea a della musica americana: Sono nata e cresciuta in una piccola comunità svedese e per molto tempo non mi sono sentita americana”. Quando però approda al jazz i risultati sono strepitosi.

Dollar Brand, African Sketchbook (Enja) 1973

Questo album, scelto quasi a caso in una discografia abbondante sempre su altissimi livelli, vede Brand esibirsi con flauti e pianoforte in solitudine, cogliere l’essenza più afro del jazz, quasi una musica che si rifà alle ‘origini delle origini’ del blues, melodie semplici con improvvisazioni che si aprono secondo linee quasi descrittive. Oggi Dollar si fa chiamare col nome musulmano di Ibrahim Abdullah, per la conversione alla fede islamica che molti altri suoi colleghi afroameric ani seguono in polemica col protestantesimo dei bianchi razzisti. E African sketchbook pare simbolicamente rammentare che se essere neri nel Sudafrica degli anni Sessanta-Settanta è duro, essere un pianista jazz è anche peggio. Il grande “Dollar” che deriva il suo nome dall’abitudine degli avventori delle taverne di Johannesburg dove si esibisce, di mettere un dollaro in un bicchiere posto sul pianoforte, si impone, non a caso, in esilio, all’attenzione del pubblico di tutto il mondo dimostrando che l’Africa non è solo la ‘grande madre’ degli antenati dei musicisti americani ma è ancora un serbatoio di talenti.

Don Cherry, Mu, Part One & Part Two (BYG Actuel) 1969

Un disco questo che si può definire di passaggio, perché Cherry in Mu (dal nome di un continente scomparso in età preistorica) transita dal free jazz (di cui con Blackwell, egli è l’iniziatore a casa di Coleman) e le forme avanguardiste da Terzo Mondo, che segneranno gli anni a venire. Mu quindi si pone come ideale prosecuzione di Complete Communion uscito quattro anni prima e la svolta panfoklorica di Brown Rice invece di quattro anni successiva. Caratteristiche fondamentali in Mu sono la predominante struttura percussiva, il polistrumentismo accentuato e la forte presenza di esotismi profondi. Blackwell alle batterie e Cherry con l’immancabile pocket trumpet (tromba tascabile, ossia cortissima) dimostrano qui un perfetto affiatamento, risultato di una collaborazione decennale che, pur nella formula del duo per loro inedita, si svela in un grande equilibrio solistico e in una riuscita immediatezza esecutiva.

Chick Corea, Now He Sings He Sobs (Solid State) 1968

Nella vasta produzione di questo eclettico musicista scegliere un disco vuole anche dire optare per un genere poiché il tastierista di origini italiane tocca nella sua lunga attività molti stili, dall’hard bop all’avanguardia più radicale, dal neobop alla fusion, dal neoromanticismo del solo piano alle atmosfere elettrizzanti, in tutti i sensi, del jazzrock. Proponiamo curiosamente il suo primo disco, che incide dopo l’abbandono del gruppo di Stan Getz e che risulta un’opera fondamentale, giacché mette in mostra la profonda conoscenza armonica, la brillantezza del tocco, la scorrevole inventiva, l’invenzione ritmica e melodica che ne fanno subito un beniamino per tutti gli appassionati di jazz e del pianoforte in particolare. Lo accompagnano un veterano della batteria come Roy Haynes già attivo con Charlie Parker, e uno dei comprimari dei futuri Weather Report, il bassista cecoslovacco Miroslav Vitous: qui il genere è ancora saldamente jazzistico, senza i clamori free, ma con la necessaria durezza hardboppistica, che non esclude qualche occhiata al modalismo davisiano.

Jan Garbarek & Hilliard Ensemble, Officium (ECM)1997

Dopo aver partecipato ad alcune sedute di registrazione con Keith Jarrett nei primi anni Settanta il sassofonista norvegese si avvicina a un concetto del linguaggio jazzistico affine a quello che viene definita oggi world music. Le atmosfere rarefatte, il distillare dei suoni del sax, l’uso di scale musicali prese dalla tradizione nord europea trova qui un humus particolarmente fecondo. L’affiatamento con il quartetto di voci classiche dell’Hilliard Ensemble è infatti totale. Si tratta di una musica spirituale che si lega alla tradizione sacra delle cantate trecentesche, ai mottetti quattrocenteschi e agli intrecci polifonici di Claudio Monteverdi sui quali interagisce il sax tenore di Garbarek dando vita ad atmosfere in apparenza quasi new age, ma che hanno però il merito di distinguersi dalla piattezza di questo stile mondano grazie agli interventi solistici di un personaggio che sembra rileggere il misticismo coltraniano alla luce delle antiche cattedrali o negli spazi algidi dei fiordi. Il disco a sorpresa gradito da ogni tipo di pubblico e critica viene particolarmente apprezzato dai jazz fan proprio nel riuscito connubio tra jazz e rinascimento.

Keith Jarrett, Facing You (ECM) 1970

Con quest’album il pianismo jazzistico entra nell’immaginario collettivo alla pari della tradizione pianistica classica. A livello stilistico si tratta del primo piano solo nella carriera di Jarrett: l’approccio alla tastiera, come in tutti i successivi, si situa a cavallo fra gospel, bebop, free e romanticismo dotto con una eco lontana di culture folcloriche. La tecnica portentosa permette a Jarrett di creare estemporaneamente, tra Chopin e Debussy, Cecil Taylor e Bill Evans grazie a un feeling talvolta swingante che da un lato ricorda i propri inizi funky, dall’altro svela una ricchezza di memorie e di nostalgie che a sua volta poggiano sui riff suonati con la mano sinistra portati avanti secondo canoni ora blues ora quasi post-weberniani. Una musica, insomma, tra colto e popolare, ma difficilmente etichettabile, come ammette lo stesso musicista: “Io per esempio non so se quello che suono sia jazz oppure no. Non mi pongo nemmeno il problema, perché se me lo ponessi, mi limiterei”.

Steve Lacy, Trickles (Black saint) 1976

In questo importante disco il sopranista, già allora concertista in solo (o in duo con Mal Waldron), raduna un quartetto di cui fanno parte i ‘vecchi’ amici Roswell Rudd al trombone, Kent Carter al contrabbasso e violoncello, Beaver Harris alla batteria. Qui le melodie del sassofono di Lacy si incontrano e scontrano con le linee musicali dei suoi partner fino a produrre lunghi campi sonori in contrasto ai caotici momenti di improvvisazione totale. Di derivazione monkiana, il sound di Steve è sempre fedele a se stesso, in quanto, proprio in questo album, si dipana attraverso lucide simmetrie dove il trombone di Rudd interviene sintetizzando quasi le storie di questo strumento.

Giuseppi Logan, The Giuseppi Logan Quartet (ESP) 1964

Misterioso fino a diventare una leggenda, impostosi all’attenzione dei cultori della free music e con solo due dischi incisi – questo e More del 1966 – Giuseppi Logan è un caso più unico che raro. Qui lo accompagnano alcuni pilastri dell’avanguardia degli anni Sessanta come Milford Graves alla batteria, Eddie Gomez al contrabbasso e Don Pullen al pianoforte. Al sax alto Logan da sfogo alla più libera improvvisazione su pochi grappoli di note dove ai riff seguono sofferte intensità liriche che arrivano da luoghi profondi, insomma nei paraggi di Ornette Coleman e Albert Ayler. Nel primo brano Giuseppi utilizza addirittura l’oboe pachistano che offre echi di sonorità primordiali, con una musica in cui Africa, Oriente, America contemporanea sono fusi insieme alla rabbia di gente alla ricerca di una negata identità culturale.

Gerry Mulligan, The Age of Steam (A&M) 1971

Andando decisamente in controtendenza, dell’inventore del piano less quartet, del partner ideale di tanti solisti cool e mainstream, del leader della Concert Jazz Band, qui non viene scelto un album navigato, bensì il vinile più maledetto e al contempo sperimentale, che però a distanza di tempo si merita un ascolto meno frettoloso e più analitico di quanto fatto da pubblico e critica all’apparire. L’insuccesso economico di Age of Steam (che vuol forse essere coraggiosamente l’analogo di ciò che per Miles Davis è Bitches Brew) conduce però Mulligan a tornare sui propri passi: ma in questo album c’è quasi il punto di vista dell’autore sulla scena contemporanea: dall’impiego di solisti di varie epoche (Harry Edison, Bob Brookmeyer, Bud Shank, Tom Scott, Joe Porcaro su un elenco di tredici elementi intercambiabili) alle sonorità fluttuanti tra pop, jazzrock, hard bop con una scrittura di temi molto belli.

Michel Petrucciani, Michel Petrucciani (OWL Records) 1981

Dello sfortunato pianista francese (di origini italiane) questo il primo dei tre dischi incisi in trio con Furio Di Castri al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria (due italiani stabili a Parigi) praticamente agli esordi della carriera. Il long playing contiene pure l’evergreen di Bruno Martino Estate (unico autentico jazz standard tricolore) che Petrucciani ripropone sino alla morte e che interpreta qui con lirico romanticismo. Il tocco pianistico è dunque prezioso, incisivo, con svariate concezioni armoniche di derivazione evansiana: rispetto a quanto fatto in precedenza su versanti opposti da Cecil Taylor e da Keith Jarrett, non si tratta ovviamente di pianismo rivoluzionario, bensì di un sound costruito su coordinate intelligentemente postmoderne.

Sam Rivers, The Quest (Red Record) 1976

Il rigore formale complessivo della musica del multistrumentista che fa di ogni suo concerto un evento unico è rintracciabile anche in questo disco. Autore polivirtuosistico Sam Rivers qui è accompagnato da Dave Holland al contrabbasso e Barry Altschul alla batteria. Nel disco si alternano sequenze furibonde a momenti di assoluta quiete, mescolando tempi strani a soluzioni ritmiche mirabolanti. Tutto questo, tra free, post-bop, creative music, viene gestito con attenzione assoluta in cui nulla è mai lasciato al caso, anche se in apparenza sembra il contrario: basta pensare alla struttura logica in quattro parti dove in ciascuna Sam a Rivers adopera uno strumento differente: soprano, tenore, flauto, pianoforte.

George Russell, Electronic Sonata for Souls Loved by Nature (Flying Dutchmann) 1969

Ascoltando questo lp possiamo asserire che Russell è da considerarsi una leggenda del jazz antico e moderno, tanto per la profonda conoscenza che ha della musica afroamericana dal blues all’avanguardia, quanto per la trasversalità fra i generi che da sempre esalta; questa sonata elettronica è dunque testimone di una grande cultura musicale e di un singolare linguaggio creativo. Sono con George in questa incisione alcuni europei: il tenorsassofonista Jan Garbarek, il chitarrista Terje Rypdal, il trombettista Manfred Schoof immersi nel suono del nastro magnetico registrato dello stesso compositore. Electronic Sonata for Souls Loved by Nature insomma conferma il pianista, compositore e band leader, come figura più unica che rara: per carisma e intentiva può confrontarsi e contrapporsi solo a Gil Evans, Ornette Coleman, Gunther Schuller: e fra tutti i jazzisti Russell è forse il principale (o unico?) teorico della musica, in quanto a lui si deve l’introduzione nella teoria jazz di una tecnica chiamata Lydian Concept, che a sua volta deriva dai sistemi musicali pitagorici. Si tratta di una teoria pratica anche in questo disco in cui sono presenti da un lato le sensibilità jazzistiche e dall’altro i canoni bizzarri della musica elettronica occidentale.

Shakti, Shakti With John McLaughlin (CBS) 1975

John McLaughlin, eclettico chitarrista della scena inglese, compagno di Miles Davis in Bitches Brew, scopre già negli anni Settanta la musica indiana e dopo periodi di ritiro in ashram elabora un sound vitalistico e contemplativo. In quel periodo si fa chiamare Mahavisnu e fonda il quintetto Shakti appunto con musicisti orientali, in cui rivisita diverse geografie sonore come accadrà con altri esperimenti (famoso ad esempio il ritorno all’acustico o all’hard bop). Quando si parla di world music questo album può dunque venire citato quale antesignano, come un esempio appropriatissimo. La strabiliante tecnica di McLaughlin alla chitarra acustica qui si confronta con tabla e sitar in improvvisazioni  su scale pentatoniche e su raga di epoca antichissima. I partner in questo ‘storico’ disco sono tutti rigorosamente musicisti indiani dagli studi classici locali: Li Shankar al violino, Hariprasad Chaurasia al bansuri, Zakir Hussain alle tabla, T.H. “Vikku” Vinayakram al ghataham, Uma Metha alla tampura.

McCoy Tyner, Sahara (Milestone) 1972

Del grande pianista accompagnatore di John Coltrane, di cui rimane orfano troppo presto, si deve sottolineare il grande rigore e la scrupolosa aderenza alle idee musicali del saxman prematuramente scomparso. Le armonizzazioni politonali, un certo senso di “negritudine” sonora abbandonano mai Tyner, il quale infatti privilegiava le ritmiche poderose percepite dal lavoro che nel quartetto coltraniano svolge il batterista Elvin Jones, ma che McCoy spesso rimpiazza con due o tre percussionisti. Le composizioni di Sahara risentono talvolta ancora della influenza coltraniana, anche se ormai McCoy riesce via via a sviluppando una linea personalissima come nei brani Ebony Queen e nella lunga suite Sahara. Con lui nel disco ci sono Sonny Fortune al sax, Calvin Hill al contrabbasso e Alphonse Mouzon alla batteria. L’album è fra i più belli di quel periodo, anche se forse il meno simile alle precipue esperienze musicali di McCoy Tyner, perché è il suo lavoro più africano e meno boppistico, quello insomma dove riecheggiano echi folclorici e terzomondisti, pur senza rinunciare all’impronta jazzistica. Da lì in poi il pianista tornerà ai trii o addirittura formare vere e proprie big band.

Weather Report, I Sing The Body Electric (CBS) 1971-72

In questo 33 giri, il secondo del gruppo, sono già presenti diversi accenni a molte tendenze: rock, modale, folk e hard bop. Fra i molti brani dell’album segnaliamo Unknown Soldier quasi un poema sinfonico in cui sono espresse al meglio le poliedriche virtù del combo che, dopo un paio di decenni di intensa attività e numerosi avvicendamenti nella sezione ritmica, si scioglie restando tra le jazzrock band più amate e imitate, anche con la successiva tendenza fusion, che lo stesso Weather Report giustamente rivendica. In questo album molto variato comunque spiccano ancora le doti solistiche dei singoli componenti da Joe Zawinul (tastiere) e Wayne Shorter (sassofoni), appunto i due leader, alla ritmica di Miroslav Vitous (basso), Eric Gravatt (batteria), Dom Um Romao (percussioni), fino ai numerosi ospiti (Ralph Towner, Hubert Laws, Andrew White, ecc.). Prima di diventare internazionalmente arcinoti alla fine degli anni Settanta quasi come  pop star, i cinque (letteralmente bollettino del tempo, così battezzatisi da una frase di un jazzista o forse da un song di Dylan) dunque sperimentano il funk strumentale o anche il jazz elettrico sulla scia di Miles Davis, con il quale i cofondatori Zawinul e Shorter collaborano a varie riprese.

World Saxophone Quartet, Dances and Ballads (Elektra Nonesuch) 1987

Un disco esemplare nel mostrare le potenzialità sassofonistiche di Julius Hemphill, Oliver Lake, David Murray e Hamiet Bluiett, grazie alla ricchezza di composizioni originali (il titolo è di proposito fuorviante giacché qui non esistono standard) che vengono suonate con grande carica espressiva, per l’ultima volta dalla formazione originaria. E il cambiamento di etichetta, come nel precedente Play Duke Ellington giova in orecchiabilità e comunicativa; ascoltando il disco si capisce anche che, pur non essendo inventata dall’avanguardia, la formazione di soli sassofoni si adatta magnificamente alle composizioni improvvisate del jazz contemporaneo. In tal senso il World Saxophone Quartet crea infatti un repertorio di proposte timbriche e strutturali che vengono splendidamente interpretate dai due ai tre tipi di sassofoni imboccati a testa, mentre le dieci composizioni offrono possibilità sia per l’esecuzione collettiva per assolo, interplay e momenti corali.

Frank Zappa & Jean-Luc Ponty, King Kong, 1969

Zappa è considerato uno dei padri della controcultura americana e la sua fama quale compositore e chitarrista va ancora crescendo con il passare del tempo. Negli anni Sessanta rivendica ironicamente le utopie hippy dell’area californiana rielaborandole con sardonico aplomb musicale in strumentazioni commiste di pop, rock, soul e jazz, attraversando tre decenni e mantenendo sempre un livello di grande maestria sonora. Questa è del resto una necessità, la musica infatti per Zappa vuole risultare estremamente complessa e per essere interpretata richiede musicisti di grandi capacità. Forse per tale ragione Frank chiama al suo fianco il giovane violinista francese Ponty (al quale molti critici attribuiscono la paternità dell’album) indicato come una sorta di Stéphane Grappelli del free jazz. I due intanto nell’album rivelano una passione per l’uso dadaistico dei mezzi sonori: in particolare Zappa indica nel r’n’b e in Varese e Stravinsky rispettivamente lo stile e i compositori che maggiormente lo influenzano. Anche in King Kong Frank si rivela straordinario chitarrista (molti fusion men senza magari saperlo gli sono debitori) con un gusto per il paradosso e l’ironia che va di pari passo all’immenso spazio dedicato all’improvvisazione quasi jazzistica.

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