Libri tanto amati: Ivano Porpora e Joseph Roth

Oddio. Non so se fosse il 2009 o il 2010. Ma secondo me era il 2009, sì, era il 2009, perché era l’estate più calda, qualcuno girava senza maglia, si scoprivano gli ombelichi, e io nell’estate del 2009 – un’estate rovente – decisi di fare un lavoro estivo presso il Consorzio del Pomodoro di qua.
Mi proposi, mi presero, in mezzo ci sono tante storie raccontabili e altre irraccontabili; alla fine mi trovai a fare il contafusti, che è un lavoro un po’ particolare, molto di responsabilità, non meno fisico.
Mettiamola così: dovevo coordinare un gruppo di ragazzi senegalesi che preparavano i fusti da 200 kg circa in cui stava il pomodoro, aspettare che il sacco col pomodoro si riempisse, controllare che il ragazzo – sempre senegalese – che chiudeva i fusti a martellate facesse il suo mestiere, indicare la stiva giusta ai mulettisti indiani, andare con loro, contare i fusti portati nelle stive.
Eccetera.
Di giorno il lavoro era a ritmo continuo, sfiancante. Persi cinque chili rapidamente. Di notte, invece, le linee procedevano più lentamente, e quindi mi trovavo ad avere ventiquattro minuti esatti tra un carico di trattore, pieno di fusti, e l’altro. Quei ventiquattro minuti decisi di trascorrerli leggendo; e il primo libro che lessi fu il Giobbe di Roth.
Dire che è bellissimo non credo che renda l’idea. Ma credo che per ricreare alla perfezione il modo che ho avuto io di leggere il Giobbe bisognerebbe acconciarsi alla mia. Mettersi un timer di 24 minuti, esatto – o il trattore parte, i fusti dove li mettono non lo sanno nemmeno loro. Leggere, leggere, leggere con la fame di sapere come vada a finire la questione di Minuchin, assaporando con il gusto del ladruncolo la scrittura di Joseph Roth in questo miracoloso Adelphi. Darsi un’incombenza di dieci minuti esatti.
E poi tornare.
Così, per tutta la notte, interrompendo alcuni dei ventiquattro minuti per motivazioni futili – c’è da fare un cambio linea, sono finiti i tappi, si è rotta la macchina dei fusti, si è addormentato il mulettista, eccetera.
Quando il libro finisce, il massimo sarebbe che capitasse come capitò a me. Che, cioè, il libro finì nel penultimo dei ventiquattro minuti. Erano le 5. Controllai le ultime stive, così si chiamano i punti di raccolta dei fusti; andai a mettere a posto il muletto; mi tolsi le scarpe antinfortunistica, mi facevano un male così forte che piangevo a metterle e sfilarle.
Dissi L’ultimo giro fatelo voi; gli indiani mi guardarono, capirono, andarono. Misi via le bottiglie di Gatorade, i miei panni; il libro, sgualcito. Suonò la sirena, timbrai, salutai l’altro contafusti, andai alla macchina. Rimasi dieci minuti a guardare il traffico sulla provinciale per Bozzolo, le macchine che passavano, il sole che iniziava a sporcare un po’ la giornata. Dieci minuti fermo.
Sospirai, e partii.
***
Ivano Porpora nasce a Viadana (MN) il 12 marzo 1976 da padre napoletano e madre mantovana. Ha una casa minuscola nella quale gioca a scacchi, scrive, legge. Ha pubblicato con Einaudi un romanzo, La conservazione metodica del dolore, ed è in uscita per Marsilio Nudi come siamo stati. Ha pubblicato anche un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, 2016), uno di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai) e una favola per bambini (La vera storia del leone Gedeone).
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