Il volo salvifico di Sarah Manguso

IMG_20170418_160558

L’uomo muore sul colpo, travolto da un treno della Metro-North che entra alla stazione di Riverdale. I passeggeri, trasferiti su un secondo treno, riprendono il corso delle loro esistenze venti minuti più tardi. Un terzo di ora di interferenza umana contro dieci ore di buio nella vita di un uomo. Colui che offre in pasto il proprio corpo ai binari è Harris F. Wulfson, è il 23 luglio del 2008, sono quasi le 11 di sera. Nel pomeriggio, forse, ha vissuto uno dei suoi episodi psicotici. Ne ha passati tre nell’ultimo periodo, tutto sommato una frazione minima della sua recente esistenza. “Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto”.

Affermazione tragica se pronunciata dall’animale sociale per eccellenza. La donna che la scrive è Sarah Manguso, autrice di The Guardians (in Italia per NN, nella traduzione di Gioia Guerzoni, col titolo Il salto. Elegia per un amico, pp. 100, euro 16). Il memoir della Manguso per l’amico Harris è un libro sull’intraducibile dolore di chi si toglie la vita e un esempio di quanto sia arduo, forse impossibile, fare un resoconto della realtà, quando da essa si prende l’abbrivio per narrare e per capire la mente umana. Scrivere il Vero è questione di responsabilità. E Sarah non è una giornalista ma un’amica i cui sentimenti intonano una malinconica – a tratti beata – elegia che, come scrive Guerzoni nella Nota del traduttore, non commuove ma scuote. Dalla paura di fare domande ai genitori della vittima, di incontrare la sua ultima amante o i medici o il macchinista che, suo malgrado, gli ha schiacciato via la vita, nasce questa breve ricerca del tempo perduto di Harris F. Wulfson, morto a 34 anni sotto a un treno. Dallo sforzo di dimenticare per reazione istintiva, Sarah ricostruisce il ‘salto’ dell’amico chiosando ogni meditazione col sigillo del proprio dolore. Quello della vittima, in un certo senso, si eclissa: “il problema di morire da soli è che non lo vediamo accadere, e le cose che succedono senza di noi ci sembrano meno reali, incomplete, forse quasi impossibili”. Il salto di dieci ore è un vortice che risucchia, è lo iato tra il dolore di Harris e quello di Sarah. Il loro è un attaccamento di vecchia data. Dopo il college avevano affittato un loft a Manhattan, ci abitava un sacco di gente, inquilini che andavano e venivano, vite che si incrociavano. Avventure da raccontare, passeggiate, qualche bacio da ubriachi. Ma poi l’amicizia aveva posto i sacri riguardi e l’abbraccio di Sarah e Harris era diventato fraterno: “Quella notte mi stesi vicino a Harris e lui mi abbracciò. Contai fino a cinque e poi andai sul divano, e quella notte diventammo fratello e sorella”. Lui chiama lei quando si sente perduto, lei cerca Harris anche più tardi, a studi ultimati. Harris è la sua persona, sempre, anche quando a New York si scatena l’infermo dell’11 settembre e in quei giorni surreali “era facile trovare qualcuno con cui andare a letto, drogarsi o lasciare la città”.

Poi le loro vite si separano. Lei parte per l’Italia. Lui muore suicida perché scappa dall’ospedale in cui è ricoverato. Soffriva di acatisia, formiche alle dita, impossibilità di stare fermi e seduti. Effetto collaterale di alcuni farmaci neurolettici. Sarah torna da Roma e scopre che la propria intimità con Harris è minacciata, si sente triste, capisce che l’illusione che le morti altrui possano esaurire le nostre personali dosi di tragedia è, appunto, una chimera. La morte di un amico suicida non è una storia o, se lo è, “è difficile ricordare la storia della confusione di qualcun altro”. Colto da un demone, Harris salta. Salta per allontanarsi da quel luogo dove nessuno viene a aiutarti. Salta nel vuoto per guadagnare una pienezza incoglibile dalle parole. Sarah sa di non poterlo fare, sa che il proprio memoir è la traduzione in parole di un dolore intraducibile. Le parole mancano ancora di precisione, sono insufficienti, perché vogliono distinguere la nostra paura dalla paura di chi si toglie la vita. Le parole osservano da fuori, presuntuose, inutilmente astratte: solo per questo crediamo di essere diversi dalle persone che soffrono di psicosi. E così avviene il salto, quello di Sarah questa volta: un volo salvifico, perché la paura di essere quello che sono loro, la paura di vedere quello che vedono e sentono, ci porta a credere di essere di essere di versi , “e quindi è così”.

Anche Sarah ha tentato il suicidio ma ha saputo essere diversa. E così è stato. Ma ciò non ha ampliato la distanza tra lei e Harris, perché, anzi, la loro corrispondenza d’amorosi sensi s’è fatta più intensa. Sebbene Sarah ora sappia di che cosa si deve sentire colpevole, intuisce pure la bellezza della fine: “cerco di credere che Harris abbia chiamato a raccolta tutta la bellezza della sua vita”, e sa anche che le parole, pellegrine nelle regioni del dolore, allorché tornano mostrano quanto abbiamo maneggiato con devota cura la sofferenza. Solo così, finalmente, le parole possono gettare una corda sull’abisso delle dieci ore, solo così possono dire che “Harris è un luccichio, un insieme nullo. Riflette il mio dolore, ed è così luminoso che non vedo un granché alle sue spalle, ma dietro la luce c’è una forma umana. Lo fisso, poi distolgo lo sguardo. Sono stata davvero fortunata”.

Recensione apparsa per la prima volta su l’Unità, in una versione leggermente ridotta, il 18 aprile 2017.

Advertisements

Un pensiero su “Il volo salvifico di Sarah Manguso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...