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di Mariolina Bertini

Inoltrandomi in Leggenda privata (Einaudi 2017), mi interrogavo, pagina dopo pagina, sulla vertigine di felicità che mi trasmettono i libri di Michele Mari, soprattutto quelli in cui l’ispirazione autobiografica è più evidente e diretta.

È una cosa strana, perché non è  né allegro né ottimista, Michele Mari, proprio per niente. Tra i fili che s’intrecciano in Leggenda privata, ad esempio, c’è la depressione che invade poco a poco la vita della sua mamma, Iela Mari, eccellente illustratrice la cui fama non ha retto al confronto con quella del marito Enzo, uno dei più geniali e osannati designer del secondo Novecento. Si può immaginare un argomento più triste? Eppure la piccola epica famigliare di Leggenda privata, anche dove è straziante, non è affatto triste. L’impetuoso piacere di raccontare, da cui il narratore è come travolto, investe insieme l’infima quotidianità e il ricordo delle esperienze infantili più umilianti e traumatiche, tutto salvando nella luce, come dice il titolo, della leggenda.

Bisogna precisare che non si tratta di una salvezza religiosa, né tanto meno estetica. È la salvezza precaria di quei piccoli frammenti di passato che nascondiamo in una scatola o in un cassetto, consapevoli del fatto che il loro valore risulterà col tempo del tutto enigmatico; è la salvezza che nasce dallo humour, capace di trasformare in personaggi  da giornalino di Gian Burrasca, o da Pierino Porcospino, quegli adulti imponenti e minacciosi che hanno steso sulla nostra infanzia l’ombra della loro inconfutabile autorità. È una salvezza fatta della materia di cui son fatti i sogni, forse non ha maggior realtà della polverina contro gli  incubi che la mamma finge di somministrare ogni sera a Michele bambino, ma ha la stessa miracolosa efficacia, lo stesso infinito e stupefacente potere.

Gli incubi, come in tutta l’opera di Mari, svolgono anche qui un ruolo di primo piano. Una fitta schiera di mostri, usciti dalle pagine dell’amatissimo Lovecraft, vive nella cantina e nella soffitta della casa del narratore, ed intrattiene con lui rapporti tutto sommato molto civili. Riuniti in due Accademie, i mostri sono addirittura all’origine del racconto che leggiamo; sono loro infatti a imporre al riluttante Michele di raccontare per iscritto la propria giovinezza, in un’esilarante parodia di quel “patto autobiografico” teorizzato da Philippe Lejeune per la gioia dei docenti di letteratura del secolo scorso. Nulla di strano che, con simili committenti, il racconto presenti brusche aperture su scenari  terrifici dall’inquietante prossimità. Forse la statuetta della Madonna ospitata da una nicchia nel muro del giardino ha sostituito oscure e implacate divinità pagane; forse, nelle sue preghiere, la cattolicissima nonna materna del protagonista non si limita a discorrere con la Vergine e con i Santi, ma patteggia con le oscure potenze degli Inferi. Dal mondo rassicurante della vita di ogni giorno, il mondo di Carosello e della pasta al forno cucinata dalla nonna paterna, è facilissimo scivolare nei corridoi senza fine di Shining, o nei viscidi sotterranei dove si celebrano i riti abominevoli di Cthulhu; più difficile, forse impossibile, accertare quale sia, tra i due mondi, quello più vero. Il narratore di Leggenda privata non può che far la spola dall’uno all’altro, cercando nel contempo, per essere risparmiato dai mostri, di fornir loro quello che avidamente chiedono: il racconto della sua vita. E proprio in questo racconto risucchia il lettore, suggerendogli  che in fondo quei due mondi – quello del quotidiano e quello dell’orrore – coincidono. Perché  per un  ragazzino spaurito  che non riesce a trattenersi dal fare la pipì a letto lo sguardo giudicante di un padre autoritario, carismatico e geniale non è meno terrificante della Maschera della Morte Rossa o di Colui che Sussurrava nel Buio.

Due  icone,  verso la fine del libro, fissano l’immagine del Padre e della Madre, visti da Michele bambino. Due quadretti dipinti con i pennarelli e poi trasformati in puzzles (come gli acquarelli di Bartlebooth nella Vita istruzioni per l’uso di Perec). Il padre, con la sua barba nera da santo bizantino, ha un pennello in mano e alcune sue opere sullo sfondo; la mamma è intenta a disegnare e cucinare insieme, riassumendo così la sua vita di artista resa faticosa dai compiti casalinghi. Proprio come in Perec, la trasformazione dell’immagine in puzzle diventa per Mari una metafora della scrittura:

… Quei primi due puzzle rimangono unici e fatidici. Già nel disegno ebbi la sensazione di definire  i miei genitori (definire, intendo, ne varientur): nel ridurli a pezzetti, poi, mi sentii spregiudicato notomista: finalmente nel ricomporli fui stregone che riporta alla vita, e scienziato che riduce il caos a una ratio. Ma, naturalmente, li ricomposi una volta soltanto, passati poi in proprietà dei destinatari.

    Intorno alle figure centrali dei genitori, viene in luce, di scorcio, la Milano dell’epoca: il bar Giamaica, Brera, Jannacci. Alle spalle di Iela, una famiglia della borghesia milanese colta: il padre è stato il medico curante di Dino Buzzati e di Montale, con cui intrattiene  rapporti di amicizia. Alle spalle di Enzo Mari, invece, un padre pugliese, barbiere e calzolaio: il prediletto nonno Gino, che inizia il piccolo Michele alla truculenta lettura dell’”infimo rotocalco” Cronaca vera e all’ammirazione per le ragazze “di culo alto”. Michele, sempre in bilico tra mondi contrastanti – non soltanto tra quello letterario-cinematografico dell’Orrore e quello del quotidiano, ma anche tra quello borghese della mamma e quello popolare dei nonni paterni – non ha una vita facile, anche a prescindere dai mostri che, acquattati nell’ombra, aspettano la libbra di carne sanguinante della sua autobiografia. Che cosa lo salverà? Forse l’ostinazione che è il tratto centrale del suo carattere, e che conferisce alle sue predilezioni – erotiche, letterarie o alimentari che siano – qualcosa di eroico, di estremo, di donchisciottesco. La sua predilezione per la maionese Kraft, ad esempio, sopravvive  al ricordo di un’umiliazione particolarmente dolorosa nella sua ingiustizia:

La nonna povera (…) comprava la Kraft, di cui andavo ghiotto. Purtroppo per me la Kraft aveva mantenuto (e ancora oggi mantiene) la titolazione francese: “Mayonnaise”. Orbene, una domenica (memoria), a pranzo dai nonni (selettiva), io mi trovo davanti il tubetto: lo vedo e pronunciando così com’era scritto (avevo non più di otto anni, nescio al tutto di francese) sillabo diligentemente: “Ma-ion-nai-se”. Vlam! Lo scapellotto bruciante, di quelli da sotto in su, radenti la cuticagna. “Ma..”, dico lacrimoso: e mia nonna a rincalzo: “Ma Enzo!” Questa è la risposta-spiegazione: “Perché c*** deve parlare come un deficiente!?” (meno male che non aveva detto “deficientello”). Non ebbi la forza di difendermi, anche perché mio nonno mi fece sedere vicino a lui. Dopodiché, se dopo mezzo secolo la maionese Kraft (vlam) è ancora la mia preferita vuol dire che deve piacermi davvero.

Una nota a piè di pagina aggiunge al quadretto una chiosa sostanziale:

“Kraft, cose buone dal mondo”: la voce della pubblicità era del doppiatore storico di James Stewart, Gualtiero De Angelis (Roma 1899-1980). Spremere un po’ di quella maionese, allora, era un po’ come essere seduti a tavola con l’Uomo che uccise Liberty Valance.

Letteratura e cinema schiudono i varchi da cui irrompono i mostri, ma aprono anche la strada redentrice della leggenda. Della leggenda che vince sulla realtà, nella Milano del piccolo Michele come nel vecchio West di John Ford.

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