Marcel Proust, botanico morale: una cronaca (severa) dal 1922

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Di Tonelli Luigi

da “La stampa”, della domenica 6 agosto 1922

La celebrità letteraria di Marcel Proust va diffondendosi rapidamente oltre i confini francesi, e già, da tutte le parti d’Europa, piovono studi ed analisi intorno alla peculiarità di quest’arte, che a molti sembra una rivelazione straordinaria. Anche in Italia non mancano, specie fra i letterati, gli entusiasti, e state pur certi che fra poco cominceranno a comparire libri à la manière… di Marcel Proust; che anzitutto codesta «maniera » sembra prontamente acquisibile, e poi c’è la fatalità delle mode letterarie, alla quale pare estremamente difficile sottrarsi. Dopo l’ora di Rolland e quella di Claudel, sta appressandosi anche in Italia il quarto d’ora di Proust. Non sarà dunque inutile che ne diciamo qualcosa pel grande pubblico, il quale non sa ancora precisamente di che cosa si tratti.

L’opera di Marcel Proust porta il titolo generale À la recherche du temps perdu: essa dunque s’annunzia come un’opera autobiografica. L’autore infatti racconta come un bel giorno, per effetto d’un certo profumo, il passato, che pareva per sempre sepolto, gli balzò innanzi con sorprendente evidenza; ed ecco, la puerizia estremamente sensibile (Du coté de chez Swann); ecco l’adolescenza deliziosa e fremente (À l’ombre des jeunes filles en fleurs); ecco la giovinezza ne’ suoi primi contatti mondani (Le coté de Gourmantes); ecco la giovinezza nella sua piena maturità d’esperienza mondana (Sodome et Gomorrhe)… Terminato quest’ultimo tomo, di cui sono state pubblicate soltanto due parti, chiuderà la serie, la quale consterà probabilmente di una quindicina di volumi, Le temps retrouvé (Ed. Nouvelle Revue Francaise). Opera «autobiografica» in senso assai largo, in quanto nessuno vorrà credere all’esattezza storica di tutto ciò che vi è raccontato; ma anche in senso profondo, giacché veramente tutto è narrato come fosse ricordo d’esperienza reale, e se i fatti non si sono svolti precisamente in quel modo, i loro elementi sono stati certo desunti da un’osservazione personale, singolarmente attenta e sottile.

«Fatti », per modo di dire; e chi nell’opera del Proust andasse cercando un intreccio, uno svolgimento di casi curiosi, interessanti, drammatici, farebbe cosa assai vana. Ché, se ogni tomo dell’opera rappresenta un’età successiva nella vita dello scrittore, in ciascun tomo le situazioni si svolgono, più che nel tempo, nello spazio, e temporalmente, secondo una logica che non è quella del tempo oggettivo, ma soggettivo, non quella dell’orologio, ma della reminiscenza. Così, una soirée, o un viaggio di poche ore, possono durare… duecento pagine ciascuno; nel primo caso, volendosi presentare una grande quantità di signori e signore, con tutte le loro caratteristiche esteriori, le loro storie, vorrei dire le loro particolari atmosfere morali; nel secondo, raccontare un numero straordinario di ricordi, suscitati dalla vista di ogni stazioncina raggiunta ed oltrepassata. In realtà, i fatti non contano pel Proust; contano gl’individui, i quali sono ritratti l’uno vicino all’altro, in lunghissima serie, sopra uno stesso piano spaziale-temporale, che potrebbe essere la società aristocratica parigina negli ultimi decenni del secolo scorso, come anche l’infinito e l’eternità. Giacché è vero che si pirla dell’affaire Dreyfus, come d’un riferimento temporale, è vero che si discute di teorie mediche, di scuole artistiche e filosofiche di venti o trent’anni fa, è vero che si dipingono i costumi mondani dell’aristocrazia francese in recenti decenni; ma non è men vero che le analisi più fini e squisite sono psicologiche, e queste non valgono soltanto relativamente al tempo e al luogo ai quali si riferiscono, bensì assolutamente, per tutti e per domani come per ieri. In Sodoma e Gomorra, ch’è il tomo Ultimo pubblicato, o richiama oggi la nostra attenzione in modo particolare, lo scrittore analizza i fenomeni del ricordo e del sogno, le intermittenze del cuore, la mutabilità delle opinioni, i rapporti fra dolore o desiderio lirico…: è evidente che codeste analisi riguardano un materiale umano permanente, il quale di necessità deve dare a quelle analisi un carattere generale ed astratto. La stessa analisi dell’inversione sensuale, considerata in se stessa o ne’ suoi rapporti sociali, come destino mitico o quasi mistico d’una parte numerosa dell’umanità, ha qualcosa di trascendente, che sembra sfidare la mutabilità dei costumi…

Se così è, ecco Marcel Proust messo idealmente accanto a un Saint-Simon, o ad un La Bruyère; i quali infatti, sotto forma di Mémoires o di Caractères, ritrassero uomini e costumi del loro tempo, e seppero insieme penetrare sì addentro nello spirito dell’uomo, da formulare, magari senza volerlo, alcuni eterni paradigmi psicologici. Eccolo tuttavia distaccato da essi, per il metodo d’indagine e per l’atteggiamento sentimentale durante l’indagine. Che il Saint-Simon è un appassionato ed un vendicativo, il La Bruyère un satirico e un moralista, entrambi degli scontenti; mentre il Proust è un osservatore senza scrupoli e senza velleità moralistiche, senza odi né amori, e il sorriso che ogni tanto gli fa brillare lo sguardo, è ironico ben più che satirico, e piuttosto che ironico, soddisfatto dello spettacolo prodigiosamente vario ed identico dell’umana commedia. D’altra parte, La Bruyère e Saint-Simon sono nutriti di secentismo cartesiano; il Proust, d’ottocentismo bergsoniano, o piuttosto, di novecentismo relativista e psicanalista. Certo, ciò ch’è detto della memoria, richiama la psicologia del Bergson; ciò che del sogno, le teorie psicanaliate del Freud; ciò che del tempo, il relativismo filosofico che s’è preteso costruire su quello fisico-matematico einsteiniano…

Ma, lasciando stare i paragoni che sono sempre arbitrari, e mettendo da parte i presupposti scientifici e filosofici dell’analisi del Proust, noi dobbiamo vedere se e fino a qual punto l’osservatore è un artista, se e fino a qual punto l’opera di rappresentazione analitica è un’opera d’arte. Ammettiamo pure le lungaggini enormi ed incredibili, considerandole come intrinseche alla novissima tecnica, sebbene qualche volta appaiano affatto pedantesche e superflue, come quelle di toponomastica; chiudiamo gli occhi sulle immagini poco felici, considerato che lo stile del Proust è quanto di meno immaginifico vi possa essere. Resta tuttavia a sorprenderci, che lo scrittore, per spiegare stati d’animo e rappresentare avvenimenti, abbia così spesso bisogno di ricordare passi letterari di Racine, Molière, Madame de Sévigné, e magari quadri e pezzi di musica famosi; sebbene, del Racile egli si serva per raggiungere effetti delicatamente ironici, del Molière, per appoggiare la sua graziosissima satira, valevole oggi come sempre, contro i medici e la medicina… Sopratutto, ci sorprende come nell’opera del Proust ai abbia bensì «toute une galerìe de portraits», ma questi ritratti ci appaiano soltanto da un lato, quasi potessero disporre, appunto come le tavole dipinte, soltanto di una dimensione. Difatti, in Sodoma e Gomorra, il barone di Charlus e Albertine, studiati con estrema minuzia come tipi rappresentativi degl’invertiti maschili e femminili, si presentano soltanto come tali; il dott. Cottard, M.me de Cambremer, e tutti gli altri duchi e duchesse, principi e principesse, nelle loro esclusive vanità e relazioni mondane; i domestici, i liftiers, i maitres d’hotel, ecc. unicamente nei loro segni esteriori, e gerghi e tics professionali… L’anima, nella sua complessa vivente totalità, sembra sfuggire, non dico all’analisi del critico, ma al talento del poeta.

Ora, può darsi che codesta anima integrale, di cui tanto si discorre, sia un’astrazione ideale, e che in realtà, gl’invertiti sieno precisamente come Charlus e Albertine, i dottori come Cottard, le intellettuali come la Cambremer, i maitres d’hotel come Aimé, null’altro avendo di fatto che quello che mostrano. Può darsi altresì che le manifestazioni mondane, inferiori ai movimenti artistici, alle crisi politiche, all’evoluzione del gusto, ne sieno tuttavia «le reflet lontain, brisé, incertain, trouble; changeant»; onde, studiando e rappresentando il «reflet », si venga indirettamente a studiare e rappresentare il raggio della realtà tutta intera, sociale e spirituale. Ma anzitutto bisogna riconoscere che codesto restringimento di visuale, nel Proust, s’è venuto attuando di volume in volume, con moto progressivo; il che dimostrerebbe, mi pare, dati gli effetti sempre meno soddisfacenti, una diminuzione di vigore poetico. E poi, ammettendo la reale esistenza d’individui, nei quali tutto sia in funzione di sensualità invertite, vanità salottiere, pregiudizi, orgogli, gelosie di mestiere, tutto anzi sia ridotto a codesto; resta a vedere se la rappresentazione artistica di tali individui valga quella delle personalità veramente grandi, complesse, profonde, le quali toccano veramente i poli opposti della terra e del cielo. Chi non dubita che le Précieuses ridicules sono infinitamente inferiori al Don Juan, non avrà difficoltà ad ammettere che l’opera del Proust ha un orizzonte assai limitato, e, se le cose non cambieranno, è destinata, dopo un’effimera voga, ad una vita non lunga. In verità, mancano in essa quelle ombre in cui s’intuiscono inesplorabili abissi, quei fulgori in cui balenano delle rivelazioni; tutto è sotto una blanda luce filtrata di salotto, in un’atmosfera satura di profumi artificiali… Può essere codesta, l’arte, il romanzo di domani?

***

È vano fare delle previsioni; non inutile, determinare a quale tradizione si riallacci un’opera d’arte. Marcel Proust non è un rivoluzionario; è anzi il continuatore coscienzioso e fedele d’una profonda tendenza del romanzo francese, che ha per maestri Stendhal, Goncourt, Rolland. Stendhal è il fondatore del romanzo psicologico; acuto, fine, rivelatore, come nessuno né prima né dopo di lui. Ma il fondo, i colori, i personaggi de’ suoi capolavori sono romantici; e il romanticismo ripugna ai Goncourt. I quali infatti accettano il metodo analitico stendhaliano, ma rinunziano agl’intrecci avventurosi, alle situazioni drammatiche e dinamiche, applicandosi di preferenza ai casi di trasformazione, decadenza, degenerazione fisica e morale, e attribuendo assai maggiore importanza all’ambiente, che all’io. Nel Jean Christophe rollandiano, l’io e l’ambiente tornano insieme, come due forze egualmente potenti ed ineliminabili; ma qui l’io è prevalentemente estetico, l’ambiente quasi esclusivamente artistico e letterario. Il Proust sembra aver fatto tesoro di tali insegnamenti, prendendo da Stendhal l’arma lucida dell’analisi, dai Goncourt l’interesse pei fenomeni degenerativi, dal Rolland la virtù di rappresentare vaste zone sociali. In realtà, egli ha dissolto, o sta dissolvendo, in modo definitivo, l’organismo romanzesco e poetico, che, compatto ancora in Stendhal, s’era sgretolato nei Goncourt e sbrecciato nel Rolland.

Non facciamo questione di generi letterari; ma certo v’è un punto, in cui l’arte cessa di prevalere per far posto ai processi analitici: secondo che si sia di qua o di là da quel punto, si ha un’opera d’arte o di pensiero, anche se poi l’una conservi qualità analitiche, critiche, filosofiche, l’altra virtù artistiche. L’opera del Proust tende sempre più a rivelarsi come studio di costumi, non come creazione estetica: il che non è un gran male, essendo preferibile un buon libro di mémoires, o di caractères, a un cattivo romanzo. Ma sia chiaro a tutti gli aspiranti romanzieri, i quali credono di aver trovato nel Proust il loro messia, che essi, adottando il metodo e la tecnica proustiani, s’allontanano dalla poesia, per avvicinarsi alla critica dei costumi.

Quanto al Proust personalmente, ci pare che la fortuna della sua mastodontica opera assomigli assai a quella del Jean Christophe: quanto più l’opera procede, tanto meno persuade. Bisogna aggiungere che ciò che in principio poteva essere discutibile – la sua aridità sentimentale, – ora appar chiara ed indubbia. Sottilissimo analista, osservatore acutissimo, spirito insomma intelligente all’estremo, il Proust, in fondo, è un impassibile. Qualche volta ha un sorriso, un brivido… È un’eccezione: la regola è l’impassibilità. In una delle prime pagine di Sodoma e Gomorra lo scrittore, indugiatosi alquanto su certe sorprendenti analogie fra uomini e vegetali, dice che il suo jupien gli offriva un esempio, «que tout herborisateur humain, tout botaniste moral pourra abserver… ». Appunto: Marcel Proust è un erbolaio, un botanico morale. E il pericolo probabile che lo sovrasta è che i suoi tipi e caratteri, con l’andar degli anni, appassiscano e muoiano, come le piante negli erbari.

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