leopardi

Oggi presentiamo il quarto testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro sapiente palinsesto sul Dialogo della Natura e di un’Anima; la penna è ancora quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

***

Dialogo della Natura e di un’Anima

Natura. Va’, figlia mia prediletta, che tale sarai ritenuta e detta per secoli. Vivi, e sii grande e infelice.
Anima. Che male ho commesso prima di vivere, che tu mi condanni a questa pena?
Natura. Che pena, figlia mia?
Anima. Non mi prescrivi forse di essere infelice?
Natura. Ma perché voglio che tu sia grande, e non si può questo senza quello. Inoltre che tu sei destinata a vivificare un corpo umano; e tutti gli uomini per necessità nascono e vivono infelici.
Anima. Ma tu, al contrario, dovresti fare che fossero felici per necessità; o non potendo far questo, dovresti astenerti dal metterli al mondo.
Natura. Né l’una né l’altra cosa è in mio potere, perché sono sottoposta al fato; il quale ordina diversamente, qualunque se ne sia la ragione; ragione che né tu né io possiamo comprendere. Ora, poiché tu sei stata creata e predisposta a informare un essere umano, qualsiasi forza, mia e d’altri, non può evitarti l’infelicità comune agli umani. Ma oltre a questa, dovrai sopportarne una tua propria, e ben più grande, a causa dell’eccellenza della quale io t’ho fornita.
Anima. Io non ho ancora appreso nulla, perché comincio a vivere ora: e da ciò deriva ch’io non t’intendo. Ma dimmi, eccellenza e infelicità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? O, se sono due cose, non le potresti separare una dall’altra?
Natura. Nelle anime degli esseri umani, e proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire che l’una e l’altra cosa siano quasi una sola: perché l’eccellenza delle anime comporta maggiore forza di vita; la qual cosa comporta maggior sentimento della propria infelicità; che è come se dicessi maggiore infelicità. Allo stesso modo la maggior vita degli animi determina maggiore efficacia di amor proprio, dovunque esso inclini, e sotto qualunque forma si manifesti: la qual maggioranza di amor proprio comporta maggior desiderio di felicità, e però maggior scontento e patimento d’esserne privi, e maggior dolore delle avversità che sopravvengono. Tutto questo è contenuto nell’ordine primigenio e perpetuo delle cose create, ch’io non posso alterare. Oltre a ciò, la finezza del tuo intelletto, e la vivacità dell’immaginazione, ti toglieranno gran parte del dominio di te. Gli animali bruti usano agevolmente ogni loro facoltà e forza ai fini ch’essi si propongono. Ma gli uomini rarissime volte esercitano tutte le proprie potenzialità, impediti di solito dalla ragione e dall’immaginazione, che creano mille dubbi nel decidere, e mille freni nell’eseguire. I meno adatti o meno abituati a ponderare e considerare fra sé, sono i più pronti a decidersi, e i più efficaci nell’agire. Ma le anime come la tua, ripiegate continuamente su loro stesse, e come sopraffatte dalla grandezza delle proprie facoltà, e quindi impotenti, soggiacciono il più del tempo all’esitazione, nel decidere come nell’agire: e l’esitazione è uno dei più gravi travagli che affliggano la vita umana. Aggiungi che, mentre per l’eccellenza delle tue disposizioni trapasserai facilmente e in poco tempo, quasi tutte le altre della tua specie nelle conoscenze più gravi, e nelle discipline anche difficilissime, nondimeno, ti riuscirà sempre o impossibile o sommamente difficile apprendere o porre in pratica moltissime cose minime in sé, ma straordinariamente necessarie all’intrattenere rapporti con gli altri. E queste cose minime le vedrai nello stesso tempo perfettamente esercitate ed apprese senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori a te, ma infimi in assoluto. Queste ed altre infinite difficoltà e miserie occupano e circondano gli animi grandi. Ma esse sono ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durata della memoria che essi lasciano di sé ai loro posteri.
Anima. Ma codeste lodi e codesti onori che tu dici, li avrò dal cielo, o da te, o da chi altro?
Natura. Dagli esseri umani: perché solo loro possono darli.
Anima. Ora vedi, io credevo che non sapendo fare quello che è assolutamente necessario, come tu dici, al commercio cogli altri, e che riesce anche facile perfino ai più meschini ingegni, io fossi destinata ad essere vilipesa e fuggita, non certo lodata, dall’umanità, o certo fossi destinata a vivere sconosciuta a quasi tutti, come inetta al consorzio umano.
Natura. A me non è dato prevedere il futuro, quindi neppure preannunziarti infallibilmente quello che gli esseri umani ti faranno e penseranno di te mentre sarai sulla terra. E’ pur vero che dall’esperienza del passato io ritengo più verisimile ch’essi ti perseguiteranno con l’invidia, che è un’altra calamità solita farsi incontro alle anime eccelse; oppure ti opprimeranno col disprezzo e con la noncuranza. Senza contare che la stessa fortuna, e il caso medesimo, sogliono essere nemici delle anime come te. Ma subito dopo la morte, come avvenne ad uno chiamato Camoens, o al più dopo alcuni anni, come accadde a un altro chiamato Milton, tu sarai celebrata e levata al cielo, non dico da tutti, ma, se non altro, dal piccolo numero di coloro che hanno senno. E forse le ceneri della persona nella quale tu sarai dimorata riposeranno in sepoltura magnifica; e le sue fattezze, riprodotte in diversi modi, saranno viste da molti; e gli avvenimenti della sua vita saranno descritti da molti, e da altri imparati a memoria con grande studio, e, infine, tutto il mondo civile sarà pieno del suo nome. Eccetto se dalla malignità della fortuna, o dalla stessa sovrabbondanza delle tue facoltà, non sarai stata sempre impedita di mostrare agli uomini qualunque segno all’altezza del tuo valore: di questi non sono mancati in verità molti esempi, noti a me sola e al fato.
Anima. Madre mia, nonostante ancora non sappia altro, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicità. E ammesso ch’io sia capace del desiderio di gloria, certo non altrimenti posso appetirlo, non so se dico bene o male, se non come felicità, o come utile ad acquistarla. Ora, secondo le tue parole, l’eccellenza di cui m’hai dotata, potrà essere necessaria o vantaggiosa per il conseguimento della gloria, ma essa non porta alla felicità, anzi trascina all’infelicità. Neppure è probabile che mi conduca alla gloria prima della morte: sopraggiunta la quale, che utile o che piacere mi potrà pervenire anche dai maggiori beni del mondo? E per ultimo, può facilmente accadere, come tu dici, che questa gloria tanto ritrosa, prezzo di tanta infelicità, non arrivi mai, neppure dopo la morte. Così, dalle tue stesse parole concludo che tu, invece di amarmi particolarmente, come affermavi in principio, mi abbia piuttosto in ira e malevolenza maggiore di quanto mi avranno gli esseri umani e la fortuna mentre sarò nel mondo; poiché non hai esitato a farmi un dono così dannoso com’è codesta eccellenza che mi vanti, che sarà uno dei principali ostacoli a giungere al mio solo intento, cioè alla felicità.
Natura. Figlia mia, tutte le anime degli esseri umani, come ti ho detto, sono destinate all’infelicità, senza mia colpa. Ma nell’universale miseria della condizione umana, e nell’infinita vanità di ogni suo piacere e vantaggio, la gloria è giudicata dalla miglior parte dei mortali il maggior bene che sia loro concesso, e il più degno oggetto che possano proporre alle loro cure e azioni. Così, non per odio, ma per vera e speciale benevolenza verso di te, ho deciso di prestarti al conseguimento di questo fine tutti gli aiuti in mio potere.
Anima. Dimmi: degli animali bruti, che tu prima menzionavi, ce n’è qualcuno fornito di minore vitalità e sentimento degli umani?
Natura. A partire da quelli simili alle piante, tutti sono in questo gli uni più, gli altri meno, inferiori all’essere umano; che ha più vita e sentimento, d’ogni altro animale, perché di tutti i viventi è il più perfetto.
Anima. Dunque collocami, se m’ami, nel più imperfetto: o se non puoi, spogliata delle funeste doti che mi nobilitano, fammi come il più stupido e insensato spirito umano che tu abbia mai prodotto.
Natura. Su questo posso accontentarti; e lo farò, dacché rifiuti l’immortalità verso la quale t’avevo indirizzata.
Anima. E invece dell’immortalità, ti prego di accelerarmi la morte più che si possa.
Natura. Di codesto parlerò col destino.

Annunci