I dischi di Guido Michelone: Stan Getz, Interpretation # 2

Stan Getz

Stan Getz (Filadelfia 1927 – Malibu 1991) resta forse il maggior sassofonista bianco nella storia del jazz, quello che al tenore, in oltre trent’anni di carriera quasi mai interrotta, sa conferire una sonorità cool originalissima, da un lato ereditata dal maestro nero Lester Young, dall’altro messa a punto assieme agli altri musicisti di pelle bianca che all’inizio dei Fifties cercano una via diversa dalla focosità e dalle astrusità dei black boppers come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonius Monk. Getz assieme a vari Gerry Mulligan, Chet Baker, Lee Konitz, Dave Brubeck dà vita a ciò che in Italia viene subito ribattezzato ‘jazz freddo’, ignorando che l’aggettivo ‘cool’ in ambito jazzistico sta invece a connotare qualcosa di calmo, tranquillo, rilassato; e tale è appunto la musica che possiamo ascoltare nello stupendo Interpretation # 2 (Poll Winners Records) in tredici brani per quintetto con l’eccellente Bob Brookmeyer (trombone a valvole) e una ritmica spumeggiante composta da John Williams, Teddy Kotick, Frank Isola. Poi attorno al 1956 i neri si riprendono la scena jazz con un nuovo stile ancor più irruente del bebop, subito denominato hard bop, nel quale al sax tenore si mettono in luce due geni assoluti quali Sonny Rollins e John Coltrane. Per Getz e compagni è una botta mica da ridere: molti scompariranno dalla vita jazzistica, altri, come il nostro, tenterà fortuna all’estero risiedendo per molti anni in Danimarca, sposando una ragazza svedese e cercando, musicalmente, con seria efficace inventiva, di adattare soprattutto il linguaggio rollinsiano alle proprie caratteristiche: ne è prova il cd AT Nalen Live In The Swedish Harlem, inedito di Stan che improvvisa in un bellissimo club di Stoccolma, appunto l’Harlem Nalen, ancor oggi in attività: era il novembre 1959 e la metropoli scandinava contende a Parigi lo scettro di capitale del jazz europeo: non a caso accompagna egregiamente Getz un trio nordico con il già noto Jan Johansson (pianoforte), Daniel Jordan (contrabbasso) e William Schopffe (batteria). Alle prese con dodici standard più o meno noti (talvolta anche cool, come due firmati da Mulligan), il tenorista s’allarga nelle improvvisazioni sfoderando un fraseggio e un gioco assai più robusto, articolato, incisivo, pur senza intaccare il lirismo di fondo della propria voce sassofonistica. Da allora fino alla morte, senza mai inseguire mode effimere, Stan Getz resterà un grande improvvisatore senza limiti e senza bisogno di definizioni e inquadramenti: il suo è alla fine jazz moderno o contemporaneo, sempre al passo con i tempi e soprattutto con se stesso.

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