I dischi di Guido Michelone: Bobby Darin & Johnny Mercer Two Of A Kind

Bobby Darin

Per capire la grandezza di questo disco (Atco Records, 1961) che risale al 1961 basta dare un’occhiata ai brani presenti nel long playing originale e in questa riedizione su CD: sul lato A si ascoltano la title track, Indiana, Bob White, Ace In The Hole, East Of The Rockies, If I Had My Druthers, sul lato B I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, Lonesome Polecat, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, la Medley con Paddlin’ Madelin’ Home Row Row Row, Who Takes Care Of The Caretaker’s Daughter, Mississippi Mud, Two Of A Kind, mentre nel CD ci sono sette bonus tracks mai editati: Cecilia, Lily Of Laguna, Bob White, East of the Rockies, I Ain’t Gonna Give Nobody None Of My Jellyroll, My Cutey’s Due At Two-To-Two Today, Mississippi Mud. Sono insomma venti brani diversi che danno un’idea definitiva di questo storico incontro nel canto jazz, troppo spesso sottovalutato da critici e recensori. Cosa rende ormai questo disco un classico della musica americana tout court? Sono diversi i fattori che concorrono a esercitarne la grandezza e l’originalità, a cominciare dalla differenza anagrafica fra i due vocalist: all’epoca Bobby Darin ha ventisei anni, Johnny Mercer cinquantadue, quasi il doppio, anche se all’ascolto le voci sembrano fresche uguali,poiché entrambe protese a esaltare il lato swingante, divertito, generoso di un jazz carico di ritmi vorticosi, feeling seducente, vocalità sincopate. E dire che i due sembrerebbero distanti anni luce fra loro per via delle rispettive carriere: Mercer lavora come paroliere, compositore, impresario per il teatro e per il cinema lungo quasi mezzo secolo, Darin è un recente fenomeno pop fuori tempo massimo per via dell’invasione rock. Eppure i due, insieme, fanno scintille, paiono quasi due gemelli nell’interpretare, anche con molto humour, un repertorio leggero che esalta la bellezza della forma-canzone e il ruolo degli arrangiamenti per big band grazie alla conduzione impeccabile di Billy May & His Orchestra.

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Tra gli scaffali di Fabio Cremonesi

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Temo di essere l’esatto contrario di un bibliofilo: tratto male i libri, li perdo, ci scrivo sopra, li uso come sottobicchiere, ma soprattutto li presto senza curarmi di chiederli indietro e li regalo spesso e volentieri. Queste ultime due cose naturalmente riguardano solo i libri belli, quelli brutti rimangono lì, con il paradossale risultato che la mia casa è stipata di libri brutti, ma si fa molta fatica a trovare un bel libro. Nel corso degli anni credo di aver regalato venticinque o trenta copie de Il medico di corte di P. O. Enquist, spesso ho voglia di rileggerne qualche pagine, allora me lo ricompro, ma poi torno a regalarlo, quindi in casa non ce l’ho mai. Lo stesso vale per Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi e per qualsiasi altro libro importante della mia vita.

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Una curiosità, che è una variazione sul tema del brutto anatroccolo: le librerie marroni sono delle banali ivar dell’ikea a cui un’amica architetta, Barbara Narici, ha dato nuova vita con un rivestimento in terra cruda.

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Tra gli scaffali di Roberto Lana

 

C’è chi cambia casa perché la famiglia si allarga, perché i figli crescono, perché ci si vuole avvicinare o allontanare dal centro.

Noi abbiamo cambiato casa perché non avevamo più spazio per i libri.

In occasione del nostro matrimonio, abbiamo organizzato la lista nozze presso una libreria indipendente della città, permettendoci così un paio d’anni di autentico paradiso: entrare in libreria e prendere ciò che si vuole, davvero non ha prezzo.

Ciò ha ovviamente aggravato la già critica situazione del rapporto libri/spazio e ha ulteriormente accelerato la decisione di cambiare casa.

La libreria del soggiorno nella casa dove abitiamo da ormai una decina di anni è un semplice mobile componibile da ufficio, bianca, anonima, che ormai ospita in quasi tutti i ripiani una doppia fila di volumi.

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Inizialmente avevo cercato di organizzare gli spazi della libreria per case editrici, per colore, per argomento, ma il carattere decisamente anarchico di tutto ciò che entra a casa mia ha avuto la meglio su qualsiasi tentativo di ordine.

Nella libreria, l’unica sezione che ha mantenuto un carattere ben definito è quella della narrativa francese che, nonostante tenda ad occupare sempre più posto, mantiene un carattere decisamente composto e disciplinato.

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La parte più corposa – con un po’ di snobismo – è quella dei romanzi Gallimard di cui adoro le copertine dal colore indefinito, tra il rosa e il giallo pallido, dall’aspetto anonimo e rigoroso, che restituisce valore al contenuto del libro, senza inutili ammiccature. Accanto e dietro ai Gallimard, tutto un universo di romanzi noti e meno noti, alcuni inspiegabilmente orfani della traduzione italiana (Valérie Zenatti, Emmanuelle Pagano, Mathieu Riboulet e altri) e a fare loro da contraltare, un ripiano sotto, una piccola rappresentanza di titoli Adelphi.

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La biblioteca del corridoio, più modesta, è una democratica e svedese Billy a tutta altezza, che accoglie testi legati alla professione di insegnante (libri di testo, vocabolari), testi di storia della musica, la collezione di dischi, giochi di società, fumetti…

Non ci sono dubbi, l’ordine non è certo il suo punto forte, le carte, i ritagli di giornale, le fotocopie si ammassano e probabilmente si riproducono selvaggiamente durante la nostra assenza.

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Mi è quasi impossibile passare dal corridoio senza fermarmi, spesso per cercare di ristabilire un ordine illusorio e sempre precario.

Tra gli scaffali delle librerie (ve n’è una terza in studio, ma è meglio soprassedere) vi sono autori più evidenti (i classici della letteratura, alcuni narratori italiani e stranieri, sopra tutti Calvino, Balzac, Dick, i fumetti di Hergé, Amélie Nothomb, Pavese…).

Vi sono tuttavia altri piccoli capolavori che si nascondono in seconda fila e che di quando in quando vengono riportati in superficie, ma la discrezione di autori a me particolarmente cari come Zweig, Istrati, Hrabal ha spesso la meglio e riguadagnano il loro posto nascosto, protetti da volumi più chiassosi ed esuberanti. Ma è inutile, io so che da qualche parte ci sono anche loro…

I dischi di Guido Michelone: Slowly Rolling Camera, Into The Shadow

Into the shadow
Ecco un validissimo esempio di ciò che può essere considerato ‘jazz inglese contemporaneo’: all’inizio del 2015 esce questo disco (Edition Records) di confine, di ricerca, di attualità, di debordaggi e di sintesi musicali, proprio come quasi tutta la musica in Gran Bretagna da oltre mezzo secolo in qua, da quando insomma da lato i Beatles e i Rolling Stones, dall’altro Alexis Corner e John Mayall tentano di innovare rispettivamente il rock and roll e il vecchio blues aggiungendo o togliendo inedite peculiarità espressive. Ed è quanto sta ora facendo il quartetto denominato Slowly Rolling Camera, seguendo progressivamente la linea innovativa di band o solisti che nell’acid jazz e nel nu jazz britannici, dagli anni Novanta, continuano a mescolare con destrezza e disinvoltura ritmi, timbri, armonie, melodie. In tal senso Slowly Rolling Camera è una riuscitissima fusion del jazz e della canzone d’autore via via con il trip hop, il soul, il r’n’b, l’elettronica in un unico paesaggio sonoro: e su tutto è proprio l’idea del soundscape a prevalere con una singolarità che è pure tipica dei nostri giorni e di molti climi avanguardisti. Il quartetto nasce a Cardiff nel 2013 con Dionne Bennet (voce), Dave Stapleton (piano e tastiere), Deri Roberts (trombone ed effetti), Elliott Bennett (batteria): per questo disco che è molto breve (dura circa 24 minuti) e comprende solo quattro brani – River’s End, Anne, Riga e la title track – si fanno aiutare da un sacco di ospiti: Stuart McCallum (chitarra), Ben Waghorn (sassofono), Aidan Thorn (contrabbasso), Veneri Pojola (tromba), Matt Robertson (sintetizzatore) più un settetto d’archi classico. La ragione di tanti musicisti è chiara: il disco è molto intenso nella propria sinteticità: ogni pezzo racchiude quasi una piccola sinfonia o una rapida messinscena, raccontando e dispiegando melodie incisive che a loro volta sanno di ricordi e malinconie. È in definitiva un bel modo, tutto british, di rifare il jazz.

Tra gli scaffali di Simone Ghelli

Sono cresciuto in una famiglia senza biblioteca, eppure fin da piccolo ho preso la malattia della lettura. Leggevo così tanto che nella piccola scuola elementare di Populonia, ormai chiusa da anni, lessi praticamente tutto quello che c’era da leggere. Mi ricordo che in premio mi regalarono Ventimila leghe sotto i mari, anche se nella mia memoria questo fatto è diventato come parte di un racconto “mitico”, qualcosa che ha il sapore dell’invenzione per essere messo nell’incipit di un bel romanzo di formazione.

Resta il fatto che ho sempre amato i libri in quanto oggetti fragili e preziosi al tempo stesso – preziosi per il loro contenuto, fragili nella loro materialità – di cui amo anche i segni del loro deteriorarsi: le macchie gialle di umidità sulle pagine, i bordi arricciati di certe copertine, lo scricchiolare della costa quando li riapro dopo tanto tempo.

Da qualche anno, grazie alla tecnologia, mi sono in parte convertito al formato digitale, ma i libri più importanti (quelli su cui mi sono formato) ho continuato a portarmeli dietro nei vari traslochi. Potrei dire che sono poche decine: libri che ho riletto o che un giorno rileggerò (come i Pasolini e i Gadda della foto), di cui so di aver compreso ancora poco o niente, ma che in un certo senso mi hanno aiutato a emanciparmi, a sentirmi un po’ meno parvenu durante gli anni universitari (io che mi presentavo con un diploma in ragioneria).

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Molti di questi libri me li hanno regalati i miei genitori, ai quali lasciavo ogni anno una lista dalla quale attingere per Natale o il mio compleanno. Grazie a loro ho scoperto e amato i vari Camus, Mishima, Tozzi, DeLillo, McEwan e via dicendo – autori tra loro diversissimi, che hanno composto la mia stramba geografia interna di autodidatta. Se sono così legato a certi libri è anche e soprattutto per questo: perché ognuno di loro è figlio di un gesto d’amore, di uno spirito di sacrificio che mi ha insegnato a sentirmi responsabile per ogni singola parola che scrivo.

Tra gli scaffali di Pierpaolo Vettori

Scusate se mi presento in modo inusuale, di solito amo incontrare la gente di persona. Non lo avrei fatto se Giacomo Verri non me lo avesse chiesto con tanta gentilezza. Sono la libreria di Pierpaolo Vettori. Da più di quarant’anni sto costruendo il mio padrone, se possiamo chiamarlo così, e devo ammettere che è un lavoro non privo di difficoltà. Quando l’ho incontrato per la prima volta era solo un bambino con i denti sporgenti e la tendenza a muovere le braccia in maniera inconsulta, come se provasse a volare. I due libri che possedeva allora, un volume sui dinosauri e un Oscar Mondadori sui misteri di Atlantide, non fanno più parte di me. Li ho persi anni fa come fate voi con i denti da latte. Il primo romanzo decente che gli ho fatto incontrare è stato Sulla strada di Kerouac, seguito da Tre uomini in barca di Jerome. Credo che il suo percorso successivo non sia stato altro che una ramificazione partita da questi due volumi. Da un lato vorrebbe una vita avventurosa e romantica, nella realtà però è solo un pasticcione che fa fatica se deve mangiare il pollo con forchetta e coltello. Avrei potuto fare di meglio, lo so, ma ormai è andata. Da allora mi segue con docilità. Ogni tanto, quando era un ragazzo, gli lasciavo aggiungere gli albi Marvel di Silver Surfer se in cambio leggeva Stephen King o Wodehouse. Poi i suoi gusti si sono formati, ogni tanto gli trovavo un classico tra le mani e allora mi sono rilassata. Sapevo che ormai mi avrebbe composta senza il mio aiuto. Adesso sono divisa in due. L’appartamento di Pierpaolo è troppo piccolo per contenermi tutta. Più della metà di me è rimasta nella casa dei suoi genitori, anche perché devo dividere il mio spazio con i suoi dischi rock. Sono abbastanza soddisfatta di come l’ho tirato su. Era un caso disperato. Adesso, almeno, è un caso disperato con una buona libreria.

Nella scelta dei libri, Pierpaolo è spesso aiutato di Beatles. Questa è una cosa che non tutti sanno ma che è testimoniata da questa immagine. Alcuni romanzi sono custoditi nel sottomarino giallo e non possono essere consultati senza il permesso dei quattro di Liverpool.


Silver Surfer non fa più parte della libreria ma è diventato il pigiama di Pierpaolo. Contrariamente a quello che si pensa, lui non sogna i mostri. Ha solo paura che entrino dalla finestra quando fa buio. La maglietta dell’araldo di Galactus sventa questo pericolo e gli consente sonni tranquilli.

Camminare con le scarpe di Addie Moore

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di Lucia Malengo

Affacciarsi, a sessant’anni suonati da un po’, quasi per la prima volta alla letteratura americana (del Nord, intendo, perché con quella del Sud va un po’ meglio…) rivela – ne sono consapevole- una certa incuria, proprio nel senso letterale di non curarsi e di guardare con un po’ di puzza sotto il naso agli yankee. Si tratta di pregiudizio, insomma, tranne che per Hemingway, naturalmente, che ha avuto almeno il buon senso di occuparsi un po’ di noi europei e di meritarsi l’interesse di fior di scrittori della nostra letteratura.

Quindi ho intrapreso la lettura di Kent Haruf con la beata ignoranza e la curiosità di chi si dice: ”Vediamo un po’ che avrà da dire questo scrittore a quanto pare tanto apprezzato”.

Fin dalle prime pagine, per come si può intuire da una traduzione che immagino non facile ma che ho trovato efficace, sono rimasta colpita dall’essenzialità del linguaggio e dello stile: frasi brevi, parole quotidiane, dialoghi ridotti a scambio di singole battute, neanche evidenziate dalla tradizionale punteggiatura, quasi a dire che anche le parole dei personaggi, come l’ambiente in cui si muovono, non hanno proprio nulla di notevole…

Poi però questa Addie, col passo un po’ affaticato dall’età e dal fardello di vita che porta con sé, attraversa i due isolati di un paese che più qualunque non potrebbe essere e va a fare una proposta spiazzante per il povero Louis – ed anche per questa lettrice -, una proposta che apre immediatamente spazi di poesia inaspettati…. Ma la retorica, che di solito accompagna queste situazioni, ancora non si vede, e non si vedrà per tutto il libro. E tuttavia, a rigori, anche questa è una scelta retorica, o forse poetica: sottrarre, ridurre all’osso la parola per lasciare affiorare l’interiorità sofferta eppure ancora ricca. Del resto il non detto è una forma di rispetto per il lettore a cui si offrono spazi di interpretazione fondata sul vissuto personale.

Di lì in poi la lettura è diventata per me necessaria: ho cominciato davvero a camminare con le scarpe della protagonista, a riconoscere in lei il bisogno assoluto, quando la vita si fa breve, di non sprecare il tempo nel rimpianto, nelle ritrosie del perbenismo, nell’inseguire le paturnie dei figli che ancora tanto devono capire, eppure si arrogano il diritto di giudicare e di esprimersi per imperativi. Meglio occuparsi dell’anziana Ruth, che ha bisogno di un passaggio per andare al supermercato perché è sola e sa incontrare gli altri senza giudicarli: anche lei non ha più tempo e deve godersi gli amici e le buone emozioni che ancora la vita le riserva.

La vita, appunto, sembra in questo libro più generosa coi vecchi che coi giovani, perché i primi la lasciano scorrere e la accolgono, gli altri invece si invischiano nelle complicazioni delle loro pretese, fino a perdere la capacità di guardare avanti, di progettare il proprio futuro con energia e fiducia: è il caso del figlio di Addie, ostinatamente ancorato ai propri traumi ed alle presunte ingiustizie subite, acido e spesso offensivo con una madre che pure gli è necessaria.

I vecchi poi rivelano – e questa non è una sorpresa – la capacità di entrare in empatia coi bimbi, ancora una volta senza lunghi discorsi o spreco di sentimentalismo: straordinario mi è parso il rapporto fra Addie, Louis ed il nipotino di lei, bistrattato e strumentalizzato da genitori nevrotici dannatamente concentrati sulle proprie frustrazioni. I due anziani invece sanno capire le sue paure e regalargli l’unica cosa di cui un bimbo ha bisogno: un abbraccio caldo e sicuro in cui rifugiarsi e da cui partire per andare a scoprire piano piano il mondo e la vita; attenti a non tarpargli le ali con le loro paure di adulti, gli fanno sentire sempre di avere alle spalle un sostegno ed una guida sicuri.

L’epilogo, più che tragico, mi pare consequenziale: in un mondo in cui agli anziani viene chiesto di vegetare, indossando senza un gesto di ribellione la maschera che ha riservato loro la società piccolo borghese e provinciale, in cui chiunque si erge a censore di qualsiasi scelta che esca dalle consuetudini – almeno esteriori –, ogni guizzo di libertà tende ad essere immediatamente “normalizzato” con qualsiasi mezzo, anche con il ricatto affettivo, il più subdolo di tutti. Eppure lo spirito libero trova comunque uno strumento per esprimersi, fosse anche solo un telefono… Se poi questo spirito ha già molto vissuto, la sua ostinazione non sarà arrogante e chiassosa, non porterà a rotture clamorose per non danneggiare i più fragili, cui si deve fedeltà. Non per questo però  cesserà di restare vigile e pronto a cogliere ogni spiraglio di libertà per ristabilire un collegamento fra le anime. In questo senso il finale della storia mi pare non una sconfitta, ma piuttosto l’affermazione di un’ostinazione vitale.

Scopro in quest’opera di Haruf un paradosso, non so quanto consapevole, poiché mi rendo conto che i “ribelli” in questa storia sono gli anziani, quando tutta una letteratura ed il sentire comune attribuisce tale ruolo ai giovani, soprattutto agli adolescenti. C’è qualcosa, in questo mondo, che si aggroviglia (si addipana, direbbe efficacemente un nostro poeta altrettanto essenziale nella parola…), quasi che non siano più i figli a dover “uccidere” metaforicamente i padri, ma siano questi che, in seguito a chissà quale evoluzione della nostra società occidentale, debbano liberarsi da figli divenuti sempre più possessivi e dispotici, per poter tentare di vivere  i propri sogni e le proprie emozioni.

Che sia proprio questa la notte che le nostre anime si trovano ad attraversare ed in cui conviene non essere soli?

Ed infine: quanto guadagnerebbe in qualità di vita una comunità che scoprisse che tutti noi “non abbiamo più tempo”?…. Non abbiamo più tempo per le paturnie, per i rimpianti, per le false ritrosie, per elaborare e diffondere giudizi avventati sul prossimo: mentre infatti siamo impegnati in simili faccende, poniamo ostacoli al libero e pieno fluire della nostra vita.