Le letture francesi di Mariolina Bertini: Proust contro Cocteau

​Il 23 novembre 1913 Du côté de chez Swann è in libreria da nove giorni. Il quotidiano illustrato “Excelsior” gli dedica questa recensione nella sua “Galleria di busti”, che prevede brevi trafiletti di attualità culturale:

Tutti sanno che il libro, il primo libro del “Ciclo Marcel Proust”, è appena uscito. Marcel Proust è rispettato, ascoltato, amato. Vi  importerà poco, credo, di sapere che portava la barba e ora non la porta più. È un raro onore far parte di coloro che ha il dono di abbagliare, tra le quattro mura rivestite di sughero della sua camera di malato.

Quel che ha dipinto, è una miniatura gigante, colma di miraggi, di figure, di giardini sovrapposti, di giochi tra lo spazio e il tempo, di larghe pennellate fresche alla Manet. Combray e i fenomeni confusi dell’infanzia, l’avventura ansiosa, profonda, retrospettiva, di una gelosia parigina, ecco il tema di questa ouverture, di un angolo del quadro.

Du côté de chez Swann non somiglia a nulla che io conosca e mi ricorda tutto quello che ammiro. I capolavori sono cugini fra loro. Un cappellino di madame Swann dal quale svetta, sola, un’iris, abita il nostro cuore come il berretto rosso che, in David Copperfield, Steerforth agita tra le onde. Con un solido filo tra le dita, passeggiamo tra i molteplici specchi di questo labirinto a cielo aperto. Affascinati, esaltati, procediamo prima in un senso, poi in un altro, non vorremmo più uscire.

“Excelsior” mi ha chiesto un busto: il carattere frammentario di questa effigie giustificherà la mia insufficienza?

La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e  ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libretto di argomento indiano  per i Balletti russi di Djagilev. Il titolo del suo secondo libro, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: danza, disegna e suona il piano con straordinaria grazia, con impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, il figlio minore dell’autore di Tartarin, come lui pieno di talento, spiritosissimo, omosessuale e intimo amico del non ancora celebre Marcel Proust.

In poche righe, Cocteau riesce a racchiudere – come in una di quelle sfere di vetro in cui nevica su Notre Dame o sul Sacré Cœur – il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato, in cui essere ammessi è un privilegio e una grande emozione. Per tutta la vita, evocherà tra i ricordi più vivi della sua giovinezza la voce dell’amico che legge, tra i fumi delle polveri antiasmatiche, frammenti dell’ancora inedita Ricerca. Dotato di straordinaria abilità mimetica, la saprà anche riprodurre, quella voce.  Racconta Claude Arnaud:

Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore] per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando.

E, in effetti,  “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo.

Marcel  diverte gli amici riproducendo l’isterico falsetto del poeta-dandy Robert de Montesquiou, arbitro dell’eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Più tardi, incorporerà nel suo romanzo  una quantità di voci e inflessioni colte al volo: i crescendo del barone di Charlus, gli anglicismi affettati delle cocottes semi-colte, i posati e rotondi luoghi comuni del diplomatico Norpois. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel, ma lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski: il  rischio più grande del suo talento è quello di  smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui.

È il primo, ma non l’unico, tratto in cui si somigliano. “Una stessa curiosità divorante – scrive Arnaud – un desiderio di piacere oltre che di dominare, dissimulato da una comune cortesia, farebbero pensare a due fratelli cresciuti a una generazione di distanza. Le loro sensibilità sono così vicine da far pensare che si riecheggino: ‘i nostri spiriti, questi specchi gemelli’, scrive Proust in una dedica all’amico più giovane.”

Proprio nel mimetismo si nasconde però la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per lunghi decenni, soprattutto dopo la morte di Proust. Per comprenderlo, è utile far ricorso al “desiderio mimetico” studiato da René Girard; quel René Girard, grande esegeta di Proust, che Claude Arnaud non cita mai, forse per non appesantire il suo discorso, o forse perché è entrato in quel cono d’ombra dei pensatori fuori moda dove ben pochi lo vanno a disturbare.

Il desiderio mimetico è quello che lega, per René Girard, l’individuo moderno a un modello venerato ed esecrato al tempo stesso. Questo modello sembra detenere le chiavi d’oro di un mondo privilegiato dal quale la vittima del desiderio mimetico è ingiustamente escluso. È il mediatore che si frappone tra lui e tutti i suoi sogni più cari. Quando il ventenne Cocteau viene presentato al quarantenne Proust, è a Proust che tocca il ruolo, prestigioso ma ingrato, del mediatore. Amico di Robert de Montesquiou e di Anne de Noailles, che Cocteau desidera ardentemente conoscere e conquistare, il futuro creatore di Swann  non può che far divampare il desiderio mimetico del giovane poeta: un rabbioso bisogno di sostituirsi a lui, di rubargli il segreto della sua innegabile superiorità, di  vincere la sfida dolorosa di una rivalità mortale.

Dopo qualche tempo, però, i successi di Cocteau portano ad un rovesciamento dei ruoli. Un successo, in particolare: la sua stretta amicizia con quella Laure de Chevigné, discendente dalla Laure de Sade amata dal Petrarca, a cui Proust giovanissimo ha votato un culto d’amore  mai ricambiato.  La  storia dei rapporti tra i due scrittori e questa poco intellettuale nobildonna dai modi franchi e rudi  è fra le più saporose ricostruite da Claude Arnaud.

Sull’onda della sua antica infatuazione, nella Ricerca Proust attribuisce ad Oriane de Guermantes gli occhi azzurri, la voce roca e il naso aquilino di madame de Chevigné. Convinto di aver diritto alla sua gratitudine per averne eternato l’aristocratica bellezza, per anni le indirizza elaborate e complimentose missive, che alla fine lei non si cura più nemmeno di aprire. Ma tanto la contessa considera Proust come un calamitoso stalker, da evitare ad ogni costo, tanto adora invece frequentare Jean Cocteau, suo vicino di casa, che  si rivela un delizioso complice con il quale condividere pettegolezzi salaci e allegre maldicenze sul tout-Paris. Ora è Jean il mediatore, nel senso girardiano del termine, del povero Marcel: detiene le chiavi del cuore della contessa, che per l’autore della Ricerca maturerà negli anni una crescente avversione.

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Biografo di Cocteau, al quale ha dedicato un esauriente volume nel 2003, ed eccellente conoscitore della vita come dell’opera di Proust, Claude Arnaud ha voluto addentrarsi, con questo saggio (Proust contro Cocteau,  ed. orig. 2013, trad. di Anna Morpurgo, Archinto, Milano, 2017, pp. 224, € 25), non soltanto nella storia della loro amicizia, ma anche in quella, non meno misteriosa, della fortuna della loro opera. E si è ritrovato a tracciare due percorsi divergenti.

Entrambi nati in seno alla buona borghesia, entrambi covati da madri adoranti  ben più colte della media, Jean e Marcel sembrano accomunati dallo stesso punto di partenza. Jean però brucia le tappe della celebrità e mostra una versatilità senza pari: non esita a lasciarsi alle spalle il simbolismo dei suoi primi versi quando suona l’ora delle avanguardie storiche e a mettersi in sintonia con le nuove star del modernismo, come Picasso e i dadaisti. Chiuso tra i mobili polverosi dei genitori, Marcel, immerso nel suo immenso romanzo retrospettivo, sembra invece prigioniero di un passato che lo assorbe completamente. Ma il premio Goncourt, attribuito nel 1919 a All’ombra delle fanciulle in fiore, cambia tutto: il piccolo Marcel, che vive sepolto tra i ricordi di un’età favolosa ormai scomparsa, viene riconosciuto come uno dei massimi romanzieri del Novecento. Jean otterrà molti successi – in letteratura, nel teatro, nel cinema, in pittura – ma non avrà mai nel canone dell’epoca un posto comparabile a quello dell’amico-rivale. La tartaruga Proust, commenta Claude Arnaud, ha battuto senza ombra di dubbio il leprotto Cocteau. Bisognerà aspettare il 2003 perché la biografia scritta dallo stesso Arnaud e una grande mostra al Centre Pompidou convincano il pubblico della profonda unità estetica dell’opera di Cocteau, solo apparentemente dispersiva e segnata in realtà da un talento tanto originale quanto multiforme.

Il riconoscimento della gloria di Cocteau è dunque postumo, e gli ultimi anni della sua vita sono invece profondamente amareggiati  dalla sproporzione tra l’interesse crescente che suscita l’opera di Proust e la scarsa attenzione dedicata alla sua. In pubblico Jean continua a celebrare l’amico scomparso, ma nelle pagine segrete dei suoi diari dà libero corso al risentimento: nulla gli pare più abusivo dell’ammirazione quasi sacrale con cui i critici si accostano alla Ricerca. L’opera di Proust, ai suoi occhi, è un’informe marmellata e i suoi personaggi, fantocci a due dimensioni. La sua lettura si fa acre, fitta di considerazioni malevole sull’omosessualità dissimulata e il patente snobismo del piccolo Marcel.

Claude Arnaud non ci risparmia nulla delle notazioni ingiuste e meschine dell’ultimo Cocteau sull’amico di un tempo. Forse l’unico difetto di questo libro, che tocca problemi psicologici ed estetici con la più elegante leggerezza, è quello di lasciarci sulla nota di quel disconoscimento così palesemente dettato dall’invidia. Si vorrebbe congedarsi piuttosto dal Cocteau commentatore di Proust rileggendo le pagine che scrisse, alla morte dell’amico, per l’Hommage della Nouvelle Revue Française:

Voglio segnalare l’errore che consiste nel credere che la vita di Marcel Proust si divida in due: vita mondana e vita solitaria, primo e secondo periodo.

… Quella che si definisce “la vita mondana di Proust” non poté mai apparirgli come una vita frivola, alla quale si rinuncia. La sua malattia soltanto lo sequestrava.

Quella vita mondana, alla quale teneva più che a tutto, e che certi critici scambiarono per una ricreazione, era il centro stesso del suo rosone.

Gli inganni ai quali ricorreva per comporre il suo miele ingannarono più di un amico intimo. Lo rendevano enigmatico agli occhi di coloro che non indovinavano i moventi della sua indifferenza alla letteratura, della sua modestia, delle scuse con le quali interrompeva la lettura di una pagina manoscritta.

Proust era AL SERVIZIO. Al servizio del suo alveare. Obbediva a leggi di notte e di miele.

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