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di Ippolita Luzzo

Enfatizzando la parola pezzi mi metto a scrivere di Brian Turner e del suo libro. Un libro edito dalla NNE, alla quale si dà il merito di proporre sempre il meglio della narrativa contemporanea, e tradotto da Guido Calza con bravura e senso della musicalità nel verso e nella prosa.

Un libro senza pagine numerate, bensì fatto di pezzi, di passi.

136 pezzi da sistemare facendo attenzione, come dice l’autore, ogni pezzo all’appartenere a quel momento, a quel corpo, con l’analisi sul DNA. Incursioni in tante guerre, incursioni scritte dall’autore mentre stava in Albania, in Bosnia-Erzrgovina, in Macedonia, in Portogallo, in Thainlandia, in Turchia, nel Regno Unito e al reparto di oncologia ad Orlando. Un libro assemblato sorvolando come con un drone e in cui “guardando la linea dell’orizzonte si ha la netta sensazione che passato e futuro scompaiono. La circonferenza del mondo si ritira fino a fermarsi sotto il crepuscolo stellato nel mio campo visivo… Comincio ad immaginare un paesaggio di spettri… i fuochi bruciavano a Mostar… e Sarajevo. A ciascun pezzo veniva attribuito un numero. Dettagliare il lutto, rimpicciolirlo perché stia in una mano”. C’è in questo libro il pezzo in cui Brian Turner cerca il motivo, il motivo per cui accetta di arruolarsi nell’esercito americano, nella Fanteria. C’è sempre un motivo. Più di uno. Passo dopo passo Brian Turner ci porta la guerra, le guerre, le armi, i cadaveri, in casa, passo dopo passo anche noi a Stoner l’inventore del fucile M16 del Vietnam, della Somalia, vorremmo chiedere con i soldati morti: “Caricamento, percussore, sparo, estrazione, espulsione. Sono questi i principi che ci hanno portato qui?”

Come droni sorvoliamo le macerie, le vittime, noi come occhi, impotenti, e capiamo quando leggiamo “Perseguitare. È questo il compito del pilota di droni.” Ho copiato e ricopiato intere pagine del libro, un libro amato fin dalla sua impaginazione. Accarezzo la pagina grigia da un verso e dall’altro, la accarezzo questa pagina non scritta che sta fra un drone e la situazione. Il drone sorvola nei confini della mappa sottostante poi il grigio. Mi accorgo dopo aver quasi sfiorato con le labbra quel grigio, ogni passaggio del libro è una pagina grigia, bifronte solo il foglio iniziale ed alla fine tante pagine grigie per annotare. Capisco il motivo o forse lo immagino e guardo il giallo, il verde della copertina fiancheggiando con l’autore gli eucalipti della mia infanzia.

Anche io vorrei trovare un mondo in cui vivere e per ora vivo nel passo 122 dove “i paesi toccano altri paesi e io li attraverso uno dopo l’altro, e provo a scuotere il passato per trovare un modo in cui vivere”.

Pezzi ho sempre chiamato quel che io ho scritto, pezzi li chiama Brian Turner, da poeta narratore, dal lontano e dal vicino rumore del silenzio “è tutto percepito, in qualche modo, come una vastità di spazi, dove l’architettura della civiltà non interviene, l’ambiente del consorzio umano è chissà come assente o sospeso. Uno spazio in cui le regole sono sottosopra. Teatro di guerra, lo chiamano alcuni. Lo spazio in cui la guerra si svincola dalle strutturate regole degli umani per dibattersi nel mondo naturale, nell’idea di bellezza, in tutto ciò che su questa terra vi è forse di più simile a una perfezione inviolabile. E questo fa parte dell’ebbrezza, di tutta quanta la patologia. Fa parte di ciò che ho cominciato a imparare fin da piccolo: che spingersi negli spazi desolati, dove gli interrogativi profondi trovano risposte violente e inesorabili, che attraversare il fuoco e tornare indietro sono esperienze determinanti nel fare un uomo. Per essere uomo avrei dovuto camminare nella tempesta e nel tuono di un mondo spogliato di ogni ragionevolezza, come prima di me avevano fatto altri nella mia famiglia. E se fossi stato abbastanza forte, e capace, e maledettamente fortunato, un giorno sarei potuto ritornare protetto da un silenzio incrollabile. Tornare al mondo, come dicono“. Nel silenzio delle nostre letture il mondo ci viene incontro, ci porge la sorte straziata di corpi, di paesi distrutti, la guerra entra qui sul monitor e siamo con lo stupore della testa mozzata del samurai in Giappone, siamo al passo 77 con “i soldati che non smettono di marciare, generazione dopo generazione, nel fango e nella pioggia, nel sole soffocante”, con la luce, con l’albeggiare, nel ritmo del verso, nel suono delle parole, nel canto della strofa.

Passo dopo passo.

A pezzi, per essere ricongiunto al corpo universale.

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