I dischi di Guido Michelone: Ponty Clarke Lagrene, D-Stringz

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Che bello sentire ogni tanto il suono romantico di un violino, un contrabbasso e una chitarra classica da soli ‘tutti assieme’. Questo nuovo trio di all stars giunge finalmente su disco (Universal Music) nel 2015 a distanza di tre anni dalla breve apparizioni (solo venti minuti) al Teatro Chatelet di Parigi, dove Jean-Luc Ponty festeggiava il mezzo secolo di carriera in compagnia di grandi ospiti. Stanley Clarke è un vecchio amico del francese e ancora di recente si sono ritrovati insieme nella riedizione dei Return To Forever di Chick Corea, mentre assieme avevano già dato vita a un trio analogo con Al di Meola, dove però il sound era orientato verso la fusion con tutti brani originali. Ora, invece, l’inserimento di Biréli Lagrene consente di sposare un linguaggio musicale acustico più tradizionale o classicheggiante, sempre però in linea con una modernità spalmata su bebop, mainstream, post-bop, in un genere che gli americani chiamano straight ahead (termine, invece, assai poco amato dai critici europei). Ma, straight ahead o no, si tratta di ottima musica che sembra l’ideale prosecuzione, ottant’anni dopo, dello swing-gitan del Quintette du Hot Club de France, se solo Django Reinhardt e Stéphane Grappelli fossero stati ascoltati a fondo e non semplicemente imitati, come accaduto anche al Lagrene degli esordi giovanissimi. Tuttavia, proprio quest’ultimo, a differenza di molti suoi colleghi ‘gitani’, ha saputo superare il complesso di soggezione facendo anche altro, come appunto dimostra questa unione con Clarke e Ponty, anche loro spesso in bilico su vari generi (soprattutto jazzrock e tardo hard bop). I tre quindi – sotto la direzione di Ponty che è sicuramente il mattatore del disco – danno sfoggio di virtuosismo, dinamicità, coesione di gruppo nei funambolici interplay alle prese con la scaletta che comprende il lento Too Old To Go Steady immortalato nell’album Ballads (1963) di John Coltrane; e ancora coltraniano è il celebre Blue Train trattato molto fluidamente. Ed il disco scorre piacevolmente quasi come un racconto sulla storia del jazz che, transitando pure attraverso begli originals – To And Fro, Paradigm Shift,  passa in rassegna periodi anche precedenti dal soul-jazz di Joe Zawinul per Cannonball Adderley con Mercy Mercy Mercy al bebop parkeriano di Bit Of Burd, fino alla classicissima Nuages – presa su tempi leggermente più veloci – in onore del mitico ‘zingaro’.

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