Tra gli scaffali di Antonio G. Bortoluzzi

Nella mia libreria ci sono libri in doppia e tripla fila, ma anche polvere, foglietti, cartoline e vecchi oggetti di nessun valore che non mi decido a buttare.

Ma il problema non è questo, il fatto è che dopo trent’anni di acquisti e letture, arriva il giorno in cui devi mettere mano agli scaffali per un fatto grande come il Monte Bianco: ti servono dei libri da consultare, che sai già di avere (perché li hai letti, discussi, consigliati) ma non li trovi più. E li compri di nuovo. Questo è il segno che stai perdendo il controllo della libreria e della stanza.

E allora serve il giorno del Grande Ordine: togliere tutto, pulire a fondo, sistemare con una logica: saggistica, storia locale, narrativa italiana, narrativa americana, poesia, varia, i maestri. Oggi quel giorno è arrivato.

Il primo gruppo di libri che tolgo e poggio sulla cassapanca sono dei vecchi Einaudi, Nuovi Coralli. E ritrovo subito i romanzi di Richard Wright e mi torna alla mente che quando mi ero innamorato di questo scrittore afroamericano e comunista non avevo mai visto una persona di colore. Forse avevamo visto Radici alla televisione, però di persona, mai.

“La prima lezione del come vivere da negro la presi quando ero ancora piccolo. Stavamo nell’Arkansas. La nostra casa sorgeva dietro alle rotaie della ferrovia. Il cortile mal fatto era coperto di carbonella. In quel cortile non cresceva mai nulla di verde. Il solo verde che potevamo vedere era lontano, al di là delle rotaie, dove abitavano i bianchi. Ma la carbonella mi bastava e non ho mai sentito la mancanza del verde. E comunque la carbonella era una bella arma.”

L’etica di Jim Crow in carne e ossa, da I figli dello zio Tom di R. Wright, traduzione di Fernanda Pivano.
Ecco che i vecchi libri ti portano in un tempo diverso dal presente e che tende a dilatare e accogliere anche l’attualità. E il progetto del Grande Ordine della libreria di casa fallisce miseramente, perché inizi a rileggere questo scrittore che racconta di un mondo di bianchi e neri, ricchi e poveri, violenza e prevaricazione, giovinezza e paura. Soprattutto un mondo di forti e deboli.

E allora il pensiero è questo: era abbastanza facile non essere razzisti quando lo straniero più straniero era qualcuno del Sud Italia. Ora è diverso, lo sappiamo bene tutti, e allora è meglio rileggere i vecchi libri, quelli che ci hanno infiammato il cuore e forse hanno lasciato qualcosa che non può essere scalfito: la differenza pura e semplice tra chi, in una situazione, è il più forte e chi è il più debole. E stare dalla parte giusta.

Per oggi il Grande Ordine della libreria può attendere, e se poi compri un libro che avevi già e alla fine ti ritrovi con due copie, beh, puoi sempre fare un regalo speciale.

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Richard Wright nacque in una piantagione presso Natchez, Mississippi, nel 1908. Da bambino visse a Memphis, nel Tennessee, poi in un orfanotrofio. Nel 1934 arrivò a Chicago. Conobbe il suo primo successo con I figli dello zio Tom (1938), pubblicato da Einaudi nel 1949 subito dopo Ragazzo negro (1948). Con l’opera successiva Native Son (1940) divenne finanziariamente indipendente. Dopo la seconda guerra mondiale si stabilì a Parigi, dove visse fino alla morte nel 1960. (Note a Fame americana, Einaudi, 1978).

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Antonio G. Bortoluzzi è nato in Alpago, Belluno, nel 1965. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) finalista al premio letterario del CAI Leggimontagna e al Premio Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Ha esordito nel 2010 con Cronache dalla valle. Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino è membro accademico Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

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