L’editore strafatto di carta stampata di Paul Fournel

Fournel

Se fossi un editore terrei La novità di Paul Fournel (trad. di Federica Di Lella, Voland, pp. 143, euro 15) come una piccola bibbia: magari transitoria ma utilissima nel frangente in cui versa l’attuale mondo del libro, forse al tramonto eppur febbrile nel contrarre i tempi cambiando i titoli sfornati al mattino in merce che la sera è già guasta.

Siamo a Parigi, negli uffici di Robert Dubois. La sua casa editrice naviga da tempo in acque eccessivamente tranquille; nessun guizzo, nessuna sorpresa: testi buoni ma prevedibili, autori scipiti nelle loro abitudini. Di nuovo accade che un giorno una stagista – occhi scuri, jeans laceri, esperta in gestione d’impresa nei beni culturali – porge a Dubois un e-reader. Dentro ci sono i manoscritti che l’editore dovrà leggere nel weekend. Lui non sa giudicare l’aggeggio come non riesce a decifrare l’inedita bellezza della fanciulla, Valentie Tijean (“un tempo ero in grado di riconoscere qualsiasi ragazza solo guardandole i polpacci nei corridoi”). Ma un passo via l’altro le cose cambiano: dalla lettura carnosa alla quale era avvezzo, l’uomo compie timidi e divertiti passi verso l’apparecchio, nero, freddo, liscio, vetroso, – ostile? –, leggero. Penetrato il regno “dell’ingualcibile”, Dubois non ne diventa però un adepto. Mai. Piuttosto pone la propria sottile vena ironica al servizio d’una banda di ragazzi – Valentine capintesta – incaricati, ciecamente e con saggia imprudenza, di partorire un nuovo marchio d’editoria digitale. Au coin du bois è il nome, essere “editori digitali d’assalto” il progetto dal quale l’uomo, tra sirandanes e calembour, spera di veder spuntare “dei fiori blu”.

Segretario e presidente dell’Oulipo, Fournel non poteva non strizzare l’occhio a Queneau e a tutto il grado secondo della letteratura in questo romanzo-memoire d’un editore strafatto di carta stampata. Movendo dalla noia profonda della chiarezza e con un’intelligenza un po’ cafard, Fournel gioca col mondo dell’editoria che si tuffa nel nuovo polverizzando l’arte per renderla edibile a chi ha guasti di deglutizione culturale. Dubois sa che di libri importanti non se ne fanno più e che, quindi, ci si può dedicare alla grazia della superficialità (ma con stile); perciò si rende ostaggio del potenziale, anche oulipiano e serissimamente giocoso, offerto dalla tecnologia. La Novità è un inno alle virtù nascoste nei giovani e, pure, il canto del cigno di chi denuncia, con divertita verve, l’assurdo dell’editoria (dalle ricerche di mercato che consumano tre volte il costo di un libro alle riunioni coi promotori, “primo anello della catena di malintesi”) e insieme offre consigli universali a chi sul quel mondo s’affaccia “L’editoria non è mai veramente in crisi, è la crisi”: così, in un certo senso, pendiamo dalle labbra di questo sagace uomo esausto e raffinato, intento spesso a condire i propri eccessi d’intelligenza nel cibo e nel buon vino; perché, come diceva Cioran, “quando non si crede più a niente, i sensi diventano religione. E lo stomaco finalità”.

Eppure speriamo ancora che i libri del futuro non siano solo il frutto della raffinatezza del banale.

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