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di Lucia Malengo

Affacciarsi, a sessant’anni suonati da un po’, quasi per la prima volta alla letteratura americana (del Nord, intendo, perché con quella del Sud va un po’ meglio…) rivela – ne sono consapevole- una certa incuria, proprio nel senso letterale di non curarsi e di guardare con un po’ di puzza sotto il naso agli yankee. Si tratta di pregiudizio, insomma, tranne che per Hemingway, naturalmente, che ha avuto almeno il buon senso di occuparsi un po’ di noi europei e di meritarsi l’interesse di fior di scrittori della nostra letteratura.

Quindi ho intrapreso la lettura di Kent Haruf con la beata ignoranza e la curiosità di chi si dice: ”Vediamo un po’ che avrà da dire questo scrittore a quanto pare tanto apprezzato”.

Fin dalle prime pagine, per come si può intuire da una traduzione che immagino non facile ma che ho trovato efficace, sono rimasta colpita dall’essenzialità del linguaggio e dello stile: frasi brevi, parole quotidiane, dialoghi ridotti a scambio di singole battute, neanche evidenziate dalla tradizionale punteggiatura, quasi a dire che anche le parole dei personaggi, come l’ambiente in cui si muovono, non hanno proprio nulla di notevole…

Poi però questa Addie, col passo un po’ affaticato dall’età e dal fardello di vita che porta con sé, attraversa i due isolati di un paese che più qualunque non potrebbe essere e va a fare una proposta spiazzante per il povero Louis – ed anche per questa lettrice -, una proposta che apre immediatamente spazi di poesia inaspettati…. Ma la retorica, che di solito accompagna queste situazioni, ancora non si vede, e non si vedrà per tutto il libro. E tuttavia, a rigori, anche questa è una scelta retorica, o forse poetica: sottrarre, ridurre all’osso la parola per lasciare affiorare l’interiorità sofferta eppure ancora ricca. Del resto il non detto è una forma di rispetto per il lettore a cui si offrono spazi di interpretazione fondata sul vissuto personale.

Di lì in poi la lettura è diventata per me necessaria: ho cominciato davvero a camminare con le scarpe della protagonista, a riconoscere in lei il bisogno assoluto, quando la vita si fa breve, di non sprecare il tempo nel rimpianto, nelle ritrosie del perbenismo, nell’inseguire le paturnie dei figli che ancora tanto devono capire, eppure si arrogano il diritto di giudicare e di esprimersi per imperativi. Meglio occuparsi dell’anziana Ruth, che ha bisogno di un passaggio per andare al supermercato perché è sola e sa incontrare gli altri senza giudicarli: anche lei non ha più tempo e deve godersi gli amici e le buone emozioni che ancora la vita le riserva.

La vita, appunto, sembra in questo libro più generosa coi vecchi che coi giovani, perché i primi la lasciano scorrere e la accolgono, gli altri invece si invischiano nelle complicazioni delle loro pretese, fino a perdere la capacità di guardare avanti, di progettare il proprio futuro con energia e fiducia: è il caso del figlio di Addie, ostinatamente ancorato ai propri traumi ed alle presunte ingiustizie subite, acido e spesso offensivo con una madre che pure gli è necessaria.

I vecchi poi rivelano – e questa non è una sorpresa – la capacità di entrare in empatia coi bimbi, ancora una volta senza lunghi discorsi o spreco di sentimentalismo: straordinario mi è parso il rapporto fra Addie, Louis ed il nipotino di lei, bistrattato e strumentalizzato da genitori nevrotici dannatamente concentrati sulle proprie frustrazioni. I due anziani invece sanno capire le sue paure e regalargli l’unica cosa di cui un bimbo ha bisogno: un abbraccio caldo e sicuro in cui rifugiarsi e da cui partire per andare a scoprire piano piano il mondo e la vita; attenti a non tarpargli le ali con le loro paure di adulti, gli fanno sentire sempre di avere alle spalle un sostegno ed una guida sicuri.

L’epilogo, più che tragico, mi pare consequenziale: in un mondo in cui agli anziani viene chiesto di vegetare, indossando senza un gesto di ribellione la maschera che ha riservato loro la società piccolo borghese e provinciale, in cui chiunque si erge a censore di qualsiasi scelta che esca dalle consuetudini – almeno esteriori –, ogni guizzo di libertà tende ad essere immediatamente “normalizzato” con qualsiasi mezzo, anche con il ricatto affettivo, il più subdolo di tutti. Eppure lo spirito libero trova comunque uno strumento per esprimersi, fosse anche solo un telefono… Se poi questo spirito ha già molto vissuto, la sua ostinazione non sarà arrogante e chiassosa, non porterà a rotture clamorose per non danneggiare i più fragili, cui si deve fedeltà. Non per questo però  cesserà di restare vigile e pronto a cogliere ogni spiraglio di libertà per ristabilire un collegamento fra le anime. In questo senso il finale della storia mi pare non una sconfitta, ma piuttosto l’affermazione di un’ostinazione vitale.

Scopro in quest’opera di Haruf un paradosso, non so quanto consapevole, poiché mi rendo conto che i “ribelli” in questa storia sono gli anziani, quando tutta una letteratura ed il sentire comune attribuisce tale ruolo ai giovani, soprattutto agli adolescenti. C’è qualcosa, in questo mondo, che si aggroviglia (si addipana, direbbe efficacemente un nostro poeta altrettanto essenziale nella parola…), quasi che non siano più i figli a dover “uccidere” metaforicamente i padri, ma siano questi che, in seguito a chissà quale evoluzione della nostra società occidentale, debbano liberarsi da figli divenuti sempre più possessivi e dispotici, per poter tentare di vivere  i propri sogni e le proprie emozioni.

Che sia proprio questa la notte che le nostre anime si trovano ad attraversare ed in cui conviene non essere soli?

Ed infine: quanto guadagnerebbe in qualità di vita una comunità che scoprisse che tutti noi “non abbiamo più tempo”?…. Non abbiamo più tempo per le paturnie, per i rimpianti, per le false ritrosie, per elaborare e diffondere giudizi avventati sul prossimo: mentre infatti siamo impegnati in simili faccende, poniamo ostacoli al libero e pieno fluire della nostra vita.

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