Tra gli scaffali di Simone Ghelli

Sono cresciuto in una famiglia senza biblioteca, eppure fin da piccolo ho preso la malattia della lettura. Leggevo così tanto che nella piccola scuola elementare di Populonia, ormai chiusa da anni, lessi praticamente tutto quello che c’era da leggere. Mi ricordo che in premio mi regalarono Ventimila leghe sotto i mari, anche se nella mia memoria questo fatto è diventato come parte di un racconto “mitico”, qualcosa che ha il sapore dell’invenzione per essere messo nell’incipit di un bel romanzo di formazione.

Resta il fatto che ho sempre amato i libri in quanto oggetti fragili e preziosi al tempo stesso – preziosi per il loro contenuto, fragili nella loro materialità – di cui amo anche i segni del loro deteriorarsi: le macchie gialle di umidità sulle pagine, i bordi arricciati di certe copertine, lo scricchiolare della costa quando li riapro dopo tanto tempo.

Da qualche anno, grazie alla tecnologia, mi sono in parte convertito al formato digitale, ma i libri più importanti (quelli su cui mi sono formato) ho continuato a portarmeli dietro nei vari traslochi. Potrei dire che sono poche decine: libri che ho riletto o che un giorno rileggerò (come i Pasolini e i Gadda della foto), di cui so di aver compreso ancora poco o niente, ma che in un certo senso mi hanno aiutato a emanciparmi, a sentirmi un po’ meno parvenu durante gli anni universitari (io che mi presentavo con un diploma in ragioneria).

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Molti di questi libri me li hanno regalati i miei genitori, ai quali lasciavo ogni anno una lista dalla quale attingere per Natale o il mio compleanno. Grazie a loro ho scoperto e amato i vari Camus, Mishima, Tozzi, DeLillo, McEwan e via dicendo – autori tra loro diversissimi, che hanno composto la mia stramba geografia interna di autodidatta. Se sono così legato a certi libri è anche e soprattutto per questo: perché ognuno di loro è figlio di un gesto d’amore, di uno spirito di sacrificio che mi ha insegnato a sentirmi responsabile per ogni singola parola che scrivo.

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