Libri tanto amati: Chiara Bongiovanni e Shosha di I. B. Singer

 

È un esperimento che mi capita di fare. Riprendere oggi un libro che ho amato da ragazzina e su cui in seguito per me è calato il silenzio: non ne ho sentito più parlare, né ho letto nulla che lo riguardasse. Mi piace ricordare sensazioni e giudizio a libro ancora chiuso e poi metterli alla prova. E quasi sempre la ragazzina fa un’ottima figura. Aveva dodici anni ed era più furba di me.
Non ricordo dove e come mi fossi procurata Shosha, ma so che l’avevo scelto anche se la copertina di Ferenc Pintér mi irritava profondamente. Era sbilenca e sbavata, non somigliava né a Munari né a Lady Oscar. Sapevo a stento che cosa fosse lo yddish e non provavo una particolare fascinazione per la cultura ebraica. Era tutto strano, là nella Varsavia degli anni ’30, le donne sposate avevano la parrucca e gli uomini dondolavano, accendevano un sacco di candele e parlavano continuamente di Dio, un altro argomento che mi lasciava del tutto indifferente.
Quando l’ho ripreso in mano qualche settimana fa poche cose affioravano nitide: il mio entusiasmo di allora, l’amore tra shosha e Arele e la storia che il tempo è un libro e i morti non spariscono mai, perché continuano a vivere nelle pagine già sfogliate. Era la storia che Arele, l’adulto, lo scettico, lo scrittore, inventava per Shosha dopo averla sposata e doveva raccontarla con parole semplici perché altrimenti Shosha non avrebbe capito. Lei non era cresciuta, non aveva imparato a leggere e scrivere e vedeva i fantasmi. Era rimasta ferma ad aspettarlo nella strada dove avevano vissuto insieme da bambini, con la memoria intatta, il corpo ancora immaturo e la mente intorpidita dall’attesa.
Il mio entusiasmo doveva essere molto contagioso perché avevo convinto la mia nonna a leggere il libro. Era una grande vittoria, non succedeva mai. Avvertivo con divertimento il suo imbarazzo fin da metà lettura: “ma gioia mia, come ti è venuto in mente? È una storia tra un uomo sano e un’handicappata, Singer sarà anche un grande scrittore, per carità, ha vinto il Nobel, gli ebrei sono sempre stati precoci e intelligentissimi, pensa a Furio Jesi, ma questo è sgradevole, innaturale. Se consuma il matrimonio lui è un mostro, un porco”.
Ignoravo chi fosse Furio Jesi, ma ridevo sotto i baffi perché erano le prime volte che scoprivo che il giudizio della mia nonna poteva essere tanto diverso dal mio, ma non per questo assoluto o migliore e se era vero mi si apriva un mondo in cui avrei potuto fare di tutto anche il bagno mezz’ora dopo mangiato.
Sapevo, come credo sappia una qualunque dodicenne, che l’amore è sempre innaturale, imbarazzante, doloroso, asimmetrico. La differenza era nel meccanismo di identificazione. La mia nonna aveva una lettura ingenua tanto quanto la mia, ma lei vedeva Arele con quello stesso sguardo incredulo e inorridito che nel romanzo hanno per lui sua madre, i suoi amici, le sue donne adulte e consenzienti. Io con l’unico sguardo di cui potessi appropriarmi, quello di Shosha. Perché la Chiara adulta che potevo immaginare allora – immaginare davvero, di nascosto, lasciando da parte le Barbie, le riviste o la televisione – era pur sempre una dodicenne gettata senza salvagente nel mondo dei grandi. Ed essere amata da uno di loro, grande ma in grado di riconoscersi in me, sospettavo fosse l’unico modo per sopravvivere.
Qualcosa di simile sarebbe successo l’anno dopo con Lolita. Io, beata, lo alternavo ai giornaletti di supereroi subito dopo l’esame di terza media. La nonna navigava a vista, incerta tra la censura e l’incoraggiamento. In effetti, benché Humbert Humbert fosse molto più porco di Arele, bisognava ammettere che Nabokov era letterariamente più raffinato di Stan Lee. Il dilemma tra cultura e morale veniva quindi risolto dalla nonna con astuzia spiegandomi che Nabokov in realtà era un uomo normale con una moglie normale e che adolescenti come Lolita potevano esistere soltanto in America dove venivano mandate in campeggio da piccole e perciò diventavano maleducate e ninfomani. Anche in questo caso, però, io non coglievo lo scandalo, o meglio, sapevo che era un’invenzione delle nonne di tutto il mondo. Ero consapevole che una ragazzina, specie se deliziosamente maleducata, può piacere a un uomo, che sedurre è divertente, ma non sempre è facile tirarsi indietro. Quello che mi piaceva da matti in Lolita erano i meccanismi mentali della controparte, muovermi, da tredicenne, nella testa del porco. Capivo nebulosamente che quel romanzo, come altri che avevo letto, portava all’estremo una comunissima fantasia e ci scavava dentro, conseguenza dopo conseguenza. Humbert Humbert era attratto dalle ninfette così come Jim Hawkins era affascinato dai pirati e dai tesori nascosti, solo che uno girava per motel e l’altro si ritrovava accanto a Long John Silver.
Rileggendo Shosha nel modo in cui leggo oggi e cioè d’istinto, senza cultura critica, ma con un occhio che necessariamente va oltre la trama, ho trovato almeno tre cose che non ricordavo e all’epoca certo non avevo notato.
La prima è il crescente senso di morte in cui sono immersi tutti i personaggi mano a mano che si avvicina l’invasione hitleriana (che significativamente non verrà descritta; nell’epilogo, in Israele, troveremo i sopravvissuti a fare la conta dei morti). Molti di loro potrebbero salvarsi per tempo, ottenere passaporti e fuggire negli Stati Uniti, ma non lo fanno. Anzi, rifiutano ogni aiuto. Sono sempre stati e continuano a essere inadatti alla vita e restano impigliati nella fine del mondo a discettare su Dio e su Spinoza in una sorta di lucida e brillante agonia che non prevede speranza.
La seconda cosa è come può essere bella una nevicata che inizia nel centro di Varsavia il giorno del matrimonio di Shosha e Arele, andando avanti per più di dieci pagine, senza mai una parola di troppo. La neve “asciutta come il sale” invade le strade del ghetto e fodera e attutisce la luna di miele nei boschi e la tormentosa prima notte di nozze.
La terza, infine, mi è venuta in mente proprio scrivendo questo pezzo ed è quanto siano simili nella loro abissale distanza Shosha e Lolita, le due non donne che catturano con una femminilità monca e sterile un professore di letteratura e uno studioso di hassidismo affascinato dai falsi messia. Due figurette esili e bionde, sotto il metro e sessanta, che in entrambi i casi rappresentano ben più che un’amante adolescente o una moglie sbagliata.
Nabokov, russo, scrive in inglese tra Ithaca e Harvard, dopo aver vissuto a Londra e Berlino e pubblica a Parigi, per via del famoso scandalo delle nonne. Dopo dieci si ritradurrà in russo. E la sua Lolita ha la sguaiata e sleale volgarità di un’insopportabile America senza passato, senza casa e sempre protesa alla fuga. Esserne attratti è un insopprimibile sigillo di depravazione.
Singer, ebreo polacco, quarantatré anni dopo essere fuggito a New York si intestardisce a scrivere nella lingua ormai semimorta dei suoi antenati per autotradursi in un secondo tempo in inglese. La sua Shosha ha la tarda docilità della vittima sacrificale, uno sguardo acuto solo per l’invisibile e una memoria perfetta per il passato lontano. E’ un tutt’uno con la via Krochmalna, l’arteria del ghetto, il cuore dell’ebraismo orientale, che lei percorre ossessivamente da un capo all’altro spiando dentro i portoni. Ricambiare il suo amore è un destino senza scelte e senza uscite come quello di un “ago attratto da un magnete”.
Shosha muore due giorni dopo aver lasciato Varsavia in un’affannosa fuga tardiva. Muore di lontananza e l’amore non le basta.
Lolita sopravvive gravida e bianca in un sobborgo senza nome. La ninfa però non ce l’ha fatta, è morta di vecchiaia a quindici anni. Essere amata non è stato sufficiente.
Humbert e Arele sopravvivono sradicati in patrie d’elezione. Per Humbert il carcere, voluto con caparbietà. Per Aron un’Israele luminosa e protetta da guerre continue e uomini armati come ai tempi della Bibbia.

***

Chiara Bongiovanni, insegnante di scuola media e traduttrice dal francese. E’ stata per diversi anni lettrice del premio Calvino e collabora all’Indice dei Libri del mese.

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