​Le nostre anime di notte, o della condivisione

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di Barbara Masoni

Mi piace descrivere con un ossimoro i romanzi di Kent Haruf dicendo che rappresentano un’epica della semplicità. Non narrano di gesta eroiche o leggendarie, i fatti raccontati non sono straordinari, i personaggi non sono complicati, la prosa non è difficile da seguire nella lettura. Haruf racconta storie (all’apparenza) semplici ma coinvolgenti. Per quanto può sembrare semplice la vita. Come fa Edgar Lee Masters nella sua Antologia di Spoon River, Haruf costruisce un universo attraverso le storie degli abitanti della sua immaginaria (ma così reale, ormai, da avere anche la sua cartina, disegnata da Marco Denti e Franco Matticchio) contea. Come Masters crea la sua Spoon River dalle storie incise sulle lapidi, così Haruf ci presenta un mosaico di polaroid, una serie di istantanee sulla comunità di Holt che vanno a comporre il romanzo corale della Trilogia della Pianura più uno (Le nostre anime di notte, appunto) rendendo letterariamente immortale la vita sull’altopiano. Questa semplicità sta oltre che nella prosa, curatissima (sobrietà coniugata ad esattezza la definisce Fabio Cremonesi, il traduttore che ha trasportato in italiano questi nuovi classici), nei temi trattati, che sono quelli dei grandi classici della letteratura.

Uno dei fil rouge che attraversano la poetica di Haruf è il prendersi cura gli uni degli altri. Che non è appannaggio degli adulti, dei genitori, della famiglia in senso stretto. Anzi, Haruf al contrario racconta di famiglie non “standard”, di adulti che si fanno carico di bambini che non sono figli loro (ad esempio Berta May in Benedizione si prende carico della nipote e le sue vicine Willa e Alene si legano particolarmente alla bambina, in Canto della Pianura i fratelli McPheron, scapoli, accolgono Victoria), di adulti incapaci di accettare i figli (Dad Lewis e il reverendo Lyle in Benedizione e in Canto della Pianura la mamma di Victoria) o incapaci di prendersene cura (Betty e Luther in Crepuscolo). La sensibilità di Haruf lo porta a rendere centrale nella sua narrazione i bambini o ragazzi appena adolescenti, contrapponendo il loro mondo e il loro modo di prendersi cura dell’altro a quello degli adulti. I ragazzi sono un po’ tutti lasciati a se stessi, costretti a crescere in fretta o a farsi carico anche dei problemi dei “loro” adulti, siano essi padri, madri, nonni.

Our Souls at Night book

E consapevolezza e condivisione sono le parole che a questo punto vengono alla mente. Consapevolezza come accettazione della vita nel bene e nel male, delle cose belle che essa ci porta e di quelle brutte che ci fa incontrare. In questo senso i bambini e i più anziani si differenziano dagli adulti: i primi perché ancora guidati dall’immaginazione, da uno sguardo trasparente sul mondo, i secondi per la consapevolezza del tempo che passa, degli errori passati. Che si possono riparare, perdonare, superare. Condivisione come far partecipi gli altri, mettere a disposizione le proprie abilità, spartire le proprie cose e i propri pensieri con gli altri. O il proprio tempo. O il silenzio della notte. Come fanno Addie Moore e Louis Waters in Le nostre anime di notte.

“Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

È la condivisione più intima, consapevoli che andando a dormire insieme risveglieranno le coscienze del paese. Condividere, ci dice Haruf, fa bene, ma in questo ultimo romanzo sono solo l’anziana vicina di Addie e il piccolo Jamie, suo nipote, a capire quanta energia positiva venga liberata dalla condivisione delle notti dei due ormai anziani protagonisti. Il karma positivo non viene colto dalla maggior parte dei cittadini di Holt, né dal figlio di Addie, poco attenti a quanto conti per Addie e Louis lo stare insieme e farsi compagnia, soprattutto nelle lunghe notti, che forse per gli anziani sono un quotidiano memento mori, un presagio di quello che a breve sarà: prima magari essere confinati a letto dalla malattia o dalla vecchiaia e poi il sonno eterno.

Consapevolezza nella condivisione: consapevolezza che condividere le ore del giorno e della notte con qualcuno, che prendersi cura l’un l’altro e insieme prendersi cura di un ragazzino o della ancor più anziana vicina, dopo aver fatto i conti con la vita, dopo aver messo da parte rimpianti e rimorsi, fa bene. Prendere il buono che c’è, aver fede nello spirito dell’Uomo, nell’umanità: ecco un altro fil rouge della poetica di Kent Haruf, che non idealizza mai né giudica i suoi personaggi. E anche Le nostre anime di notte si conclude con un piccola luce che brilla, come una finestra accesa nell’oscurità della pianura: c’è una ragione per credere che Addie e Louis ce la faranno.

Haruf ci lascia, con il suo ultimo romanzo, il messaggio che condividere ci fa bene e del bene, e che dovremmo cercare di vivere ogni istante nella consapevolezza del momento.

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