Drury
Dopo quella, vincente, di Haruf, l’editore milanese NN manda in stampa il primo volume di una nuova trilogia: siamo a Grouse County, immaginaria contea del Midwest e La fine dei vandalismi (trad. Gianni Pannofino, pp. 392, € 19) è il diorama che rende conto dell’esistenza di decine di personaggi sparsi come grani di sale tra bar, chiese e case mobili, fattorie malandate, concessionari di camper e roulotte, orfanotrofi in collina e auto che percorrono le strade più lunghe e monotone che possiate immaginare. Lo spazio narrativo che serve a disperarti, perderti e, più tardi, a ritrovarti. Succede di tutto, lì, o forse dovremmo dire succede tutto lì: in quella contea di settecentosessantasette chilometri quadrati da qualche parte nell’Iowa (terra natale di Drury, classe 1956, ora di casa a Berlino) la vita scorre piana ma necessaria e, come nelle bocce di vetro, ogni abitante sa che prima o poi una mano scuoterà la neve della vita. Che a volte ricade come manna dal cielo, altre come cenere di dolore. Molte altre, come neve e basta.
C’è una vicenda principale che non ha la forza di essere l’unica. Lo sceriffo Dan Norman, uomo generalmente soddisfatto delle cose in cui crede, si innamora di Louise Montrose, fotografa stipendiata da Perry Kleeborg. Lei, prima, era sposata con Tiny Darling, ladro di piccole cose e vandalo per noia e indolenza. Ma poi ci sono altre copiose manciate di personaggi, vecchi, bambini, predicatrici e pompieri, allibratori e spogliarelliste. È un libro di false partenze e di punti esatti nei quali la traiettoria del destino adagia la vita: così da uno scatolone abbandonato nel parcheggio di un market può saltar fuori un neonato, come dal folto degli alberi, nel mezzo d’una battuta di caccia, spicca il volo un uccello di rara bellezza colpito, appena dopo, dal fucile frettoloso di un cacciatore inesperto. Tra Morrisville e Grafton – luoghi in cui “le dicerie possono durare a lungo oppure riproporsi ciclicamente, come le stagioni” – succedono cose strane, c’è gente che convince l’amico a farla finita con un negozio in rovina, chi si odia, chi s’abbraccia e si rifugia dentro a case in cui si sente il tepore e anche la nostalgia, sebbene in fondo “alla gente non piace pensare alla precarietà delle cose”. È una storia fatta d’eccezioni e di casi ma tanto piccoli da sbavare davvero di poco il corso monotono dei giorni; quando invece sono più grandi è il tono stesso di Drury a ridurli pietosamente nel flusso continuo delle coscienze. E non è che non lascino ferite: gli strappi ci sono, il sangue scende (e le lacrime pure) ma con sconvolgente naturalezza e semplicità. A volte a Grouse County si nasce senza amore (e si sopravvive) e altre si cerca di uscire nel mondo colmi d’affetto senza riuscirci. Quando accade, il libro diventa di una bellezza straziante e fa l’effetto di un telefono che suona “in quella maniera neutra di quando, alla fine, nessuno risponderà”. E invece il lieve ma incessante pungolo della vita, alla fine, risponde.

Recensione pubblicata in origine su Avvenire, l’11 luglio 2017.

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