Tra gli scaffali di Mariolina Bertini

1. scaffale

Lo scaffale parigino

Io ho due biblioteche. La prima esiste realmente. Ospita in doppia fila – e a volte in un supplementare strato orizzontale – una massa eterogenea e ingovernabile di volumi che, sull’arco di cinquant’anni, si sono moltiplicati in casa mia come quelle piante spinose che in un romanzo di John Wyndham invadevano la terra, soffocando ogni altra forma di vita: i trifidi. La percepisco come un’entità minacciosa e coltivo – senza osare realizzarlo – il sogno di attaccarla a colpi di machete, riconquistando una volta per tutte quello che il nefasto imbianchino tedesco definiva “Spazio Vitale”.
La seconda, che non esiste, è la mia biblioteca ideale. Accoglie soltanto testi amatissimi e irrinunciabili. Nella sua essenzialità, sfugge al caos. Allinea i libri della mia vita: Spie di Carlo Ginzburg, I Divoratori di Annie Vivanti, Topolino e il topazio dello zio in ozio, Chesterton, Colette, Toti Scialoja, Gozzano… Certo, è piccola, ma non deve mica sostituire le biblioteche pubbliche o quelle digitali, dove i classici – tanto amati anche loro – sono disponibili in ogni momento. È come i vasetti di basilico e di menta del mio balcone, che non ambiscono a rivaleggiare con l’orto botanico di Palermo né con la foresta amazzonica.
Nella biblioteca tangibile, quella che esiste davvero, c’è un solo scaffale che fa parte anche della biblioteca ideale. È quello dei libri su Parigi. È cresciuto a partire dagli anni settanta del secolo scorso, mentre studiavo Baudelaire e i suoi amici giornalisti, i teatri del 1830, i boulevards con i caffè da cui Balzac osservava l’eleganza dei dandies e delle coquettes. Non l’ho alimentato con la sistematicità del collezionista. Gli acquisti un po’ casuali, le trouvailles insperate, i regali degli amici si sono accumulati nel tempo. Alla fine, mi sono accorta che più che uno scaffale era diventato quello che i francesi chiamano un lieu de mémoire: un monumento domestico ai miei ricordi parigini. Nulla di quel che contiene avrebbe valore per un bibliofilo. Ma tutto ha valore per me, soprattutto quel che riporta in vita persone e luoghi che non esistono più.

2. Guide
Di tutti i libri del mio scaffale parigino, quello più sorprendente e più istruttivo è, credo, il Guide de Paris mystérieux pubblicato per la prima volta nel 1966, sotto la direzione di François Caradec, genio eccentrico, parodista e eversivo. È una guida alla Parigi letteraria: accurate piantine indicano le abitazioni di Balzac e gli itinerari di Nadja, l’eroina di Breton. Ma rispecchia anche i poliedrici interessi di Caradec: conduce il lettore sui luoghi dei misteri della Storia, dei drammi della cronaca nera, delle più antiche e singolari leggende metropolitane. Dalle Catacombe ai banditi anarchici della Banda Bonnot, il mito di Parigi raccontato nel Guide ha il fascino delle ballate popolari ma anche quello un po’ macabro delle statue di cera del Museo Grévin.

3. Yonnet
Non troppo diversa, la Parigi evocata da Jacques Yonnet, amico di Queneau, in Rue des maléfices (1954), è una Parigi inquietante e notturna, dove i clochards sono i depositari di storie fantastiche che rimandano a tempi lontani.

4. Clébert
Più precisa, più riconoscibile nei suoi aneddoti fitti di nomi è quella di Apollinaire nel Flâneur des deux rives (1928). Molto inconsueta è poi la città di Jean-Paul Clébert (Paris insolite, 1952), vagabondo autentico e scrittore occasionale, che descrive in presa diretta una periferia semi-campestre oggi completamente scomparsa.
Sono ben conosciuti, i libri che ho citato finora. Quello con il quale vorrei concludere, invece, non lo conosce quasi nessuno. È Paris porte à porte di Pierre Cautrat (1917-1978), pubblicato nel 1957 e poi ristampato nel 1996. Dopo la Resistenza, in cui è stato ferito e ha perso una parte della sua famiglia, Pierre Cautrat cerca di sopravvivere facendo a Parigi mille mestieri: vende porta a porta saponette, scope, spezie, giornali per ciechi, assicurazioni sulla vita, misteriosi apparecchi a raggi ora ultravioletti ora ultrarossi… Il racconto pieno di humour delle sue avventure compone davanti ai nostri occhi un’immagine inedita ed esilarante della Parigi del tempo, dalle portinerie ai caffè, dalle chiatte della Senna all’Accademia di Belle Arti.

5. Cautrat
Autore di due libri soltanto, Pierre Cautrat è oggi dimenticato; ai frequentatori della Parigi di Simenon, di Modiano, di Pennac il suo nome non dice nulla. Eppure, chissà. Forse, nel momento stesso in cui scrivo queste righe, su un quai della Senna, qualcuno sta frugando nelle casse di un bouquiniste. Pesca un piccolo libro che in copertina ha la foto di una burbera concierge, di quelle che rispondono sgarbatamente persino a Maigret. È incuriosito dal titolo, Paris porte à porte, e comincia a leggere:

Ossessione delle porte. Porte delle fabbriche! Porte dei laboratori! Porte dei negozi, degli immobili, degli appartamenti! Porte dei bar, dei caffè, dei ristoranti! Porte delle chiese, delle sagrestie, delle canoniche! Porte degli uffici, dei ministeri, delle amministrazioni! Quante ne ho varcate in ventisei mesi, a caccia di un pasto? Quante? Porte, portoni, porte girevoli, cancelli, battenti, portelli? Dove mi hanno portato, queste migliaia, queste decine di migliaia di porte passate e ripassate? Da nessuna parte.
Capita a volte di perdersi nella grande città, di perdersi a Parigi …

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