Filippo Scroppo, Il pastore dell’arte

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di Mariolina Bertini

Non sono molti i luoghi, a Torino, rimasti uguali a com’erano intorno al 1950. Uno è l’ingresso dell’Accademia Albertina: il gran portone di chiaro legno opaco continua ad aprirsi sull’androne semibuio, che conduce al cortile erboso dominato da quel curioso esempio di panopticon subalpino che è la Rotonda del Talucchi. A destra, ben più luminoso, lo scalone monumentale che porta al primo piano.

Mi capita, a volte, di affacciarmi a quell’ingresso. Penso che mio padre, Aldo Bertini, è passato quotidianamente di lì, dalla fine degli anni Quaranta al 1960, negli anni in cui insegnava Storia dell’Arte all’Accademia. Più tardi, quando ha insegnato all’Università, mi ha spesso confidato con un sospiro: “Sai, io preferivo l’Accademia. I colleghi erano tutti artisti, come gli studenti migliori. Era un ambiente così libero, aperto, pieno di vita… Mi divertivo tanto di più.”
Queste parole di mio padre mi sono tornate in mente leggendo la bella biografia di Filippo Scroppo pubblicata da sua figlia Erica (Filippo Scroppo (1910-1993) Il pastore dell’arte, Prefazione di Simonetta Agnello Hornby, Claudiana, Torino, 2016, pp. 80, € 12,50). Pittore, critico, insegnante, Scroppo ha lavorato all’Accademia Albertina dal 1948 al 1980, agli inizi come assistente di Felice Casorati, poi dirigendo la Scuola del Nudo. E con la sua personalità vulcanica, con la sua appassionata militanza per l’arte moderna, con il suo generoso entusiasmo ha certo contribuito in modo determinante a fare dell’Accademia quell’ambiente “libero, aperto e pieno di vita” che mio padre tanto apprezzava. Il suo nome mi era familiare da sempre, e pensavo di avere di lui un’idea abbastanza completa: conoscevo molte sue opere, sapevo che era stato il critico d’arte dell’”Unità” e che aveva creato una scuola privata di pittura di alto livello. Mi mancavano però diversi elementi fondamentali: non sapevo nulla delle origini siciliane di Scroppo né dell’importanza che rivestiva per lui la spiritualità, la religiosità valdese nella quale era stato educato. Grazie al libro di Erica, la sua figura si è arricchita per me di una nuova dimensione e ha acquistato una più precisa fisionomia sullo sfondo della Torino dove sono nata e cresciuta.
Torino, insieme alle vicine valli valdesi, è la patria d’elezione di Filippo Scroppo: vi approda a ventiquattro anni per restarvi per sempre. Ma non è lo sfondo della sua infanzia e della sua prima giovinezza. Di nascita, Filippo è siciliano, di Riesi, e la sua formazione avviene nella Sicilia profonda, tra Riesi e Piazza Armerina. Nonni e genitori appartengono alla chiesa valdese, che agli albori dell’unità d’Italia ha intrapreso la diffusione dell’Evangelo in Sicilia, creando in alcuni centri scuole elementari d’eccellenza e combattendo l’analfabetismo, l’arretratezza, i pregiudizi secolari. Da un nonno scultore forse Filippo eredita la vocazione artistica; lettore precoce, è certamente stimolato e incoraggiato dalla mamma , che è maestra come molte altre donne della famiglia. Cresce in un ambiente in cui il fervore religioso ricorda quello dei primordi del cristianesimo; agli studi liceali lo prepara il pastore Arturo Mingardi, ex-francescano passato attraverso l’esperienza del Modernismo, uomo coltissimo e dal forte carisma. La ricostruzione, documentata con molte immagini, di questo mondo delle origini famigliari, è tra i punti di forza del volume di Erica Scroppo, perché ci introduce in una comunità ben poco conosciuta e davvero ammirevole per coraggio, determinazione, coerenza e cultura.

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L’impronta della comunità valdese di Sicilia ci permette ci capire molto della vita di Filippo Scroppo, che è una vita d’artista, certo, ma del tutto immune da quell’egocentrismo e da quel ribellismo di maniera che gli stereotipi romantici attribuiscono alla figura del bohémien. Non è un vita incentrata sull’io, ma aperta sugli altri: trapiantato in Piemonte, il giovane Scroppo dipinge, lavora come maestro, dirige la corale valdese, suona l’armonium, studia teologia e Lettere, ed è tentato dalla carriera pastorale. La prima esposizione pubblica è del 1940; gli anni della guerra sono, per lui come per tutti, anni complicati, con i quadri portati avventurosamente in salvo sotto i bombardamenti, i rari incontri con la futura moglie Lucilla, l’esperienza della lotta partigiana. Alla fine, dopo qualche anno di lavoro in banca che gli permette la sopravvivenza materiale, dal 1947 sceglierà di dedicarsi all’arte completamente, appoggiato in questa scelta poco prudente dalla moglie, che condivide i suoi ideali e accetta una vita fatta di impegni che si accavallano, di lavoro matto e disperatissimo, di calorose amicizie e di iniziative portate avanti con un coraggio che rasenta l’incoscienza.
Scegliendo la vocazione artistica, è come se Scroppo vi investisse quel fervore di apostolato che lo orientava verso la carriera del pastore. Mentre la sua arte evolve dal figurativo all’astrattismo, e poi al “concretismo”, che rifiuta la riproduzione delle forme naturali, è tra gli organizzatori di esposizioni importantissime – a Torino, a Roma, a Torre Pellice – nelle quali sono rappresentate tutte le tendenze della pittura contemporanea. Al di fuori di ogni settarismo, è lo spirito dell’arte moderna che lo appassiona in tutte le sue forme: con l’amico Albino Galvano, studioso e critico d’immensa dottrina, promuove cicli di concerti, conferenze, iniziative d’ogni genere.
Dagli anni Quaranta sino agli anni Settanta, gli anni delle aerografie, l’arte di Scroppo si rinnova continuamente: lo constatiamo osservando le riproduzioni dei meravigliosi autoritratti degli anni ’20 e ’30, del drammatico Incendio in Val Pellice. Rappresaglia nazista del 1944, le arborescenze e le ricerche coloristiche degli anni successivi. Ma nella biografia scritta da Erica c’è molto più di un percorso attraverso l’estetica del Novecento. C’è la Torino delle amicizie decisive, come quella con Paola Levi Montalcini, la gemella pittrice di Rita; il mondo del giornalismo, quando sull’Unità, accanto agli articoli di Scroppo, comparivano quelli di Calvino e Natalia Ginzburg; i balli del Circolo degli Artisti, favolosi per l’eleganza delle signore, tra cui spicca Carol Rama con la sua frangetta battagliera e una gonna a righine orizzontali vagamente marinaresca, alla Chanel…

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Nella vita piena e intensa di questo infaticabile “pastore dell’arte” non mancano gli episodi divertenti, raccontati da Erica con humour affettuoso. Sempre di corsa tra mille impegni, Filippo arriva in ritardo perfino al proprio matrimonio, reclutando al volo un testimone improvvisato.
Critico dell’“Unità”, ne frequenta la redazione, dove si lega d’amicizia con un giovane cronista, Diego Novelli. Un giorno di marzo del 1951, proprio mentre è al giornale, arriva una telefonata allarmante. Nel quadro di “Arte in vetrina”, un’iniziativa promossa dall’ente Provinciale del Turismo, i principali negozi del centro cittadino hanno esposto opere di artisti contemporanei. In via Roma, Galtrucco ha collocato, tra le sue splendide stoffe, “un bellissimo quadro di Fontana, di quelli crivellati di buchi”. Ma un manipolo di benpensanti, sobillato dai capi del conservatore MARP (Movimento per l’Autonomia della Regione Piemonte), ha inscenato una protesta violenta: minaccia di sfondare a sassate la vetrina e di distruggere quell’opera oltraggiosa per il senso comune. Intervenuto di gran corsa insieme al critico Luigi Carluccio, a Novelli, al gallerista Pistoi, Filippo Scroppo dispiega con successo tutta la sua energia oratoria, riuscendo a indurre a più miti consigli gli scriteriati. Novelli dirà in seguito di aver visto all’opera in quell’occasione il predicatore, quasi il missionario che era in lui.
Alla fine della lettura della biografia di Erica, l’impressione è quella di aver partecipato a una lunga, affascinante avventura: la pittura di Filippo Scroppo, esposta nei musei di tutto il mondo, ne è certo il centro, ma intorno a questo centro turbinano amicizie, esperienze, ricerche, iniziative di vasta portata. Ed emerge, nettissimo, il profilo dello Scroppo “protestante di Sicilia” tracciato da Italo Calvino con la consueta precisione: quello di un “duro della pittura italiana, un uomo a cui è consueto considerare il piano dei valori ideali come il più forte e decisivo, un ribelle non emotivo o agitato, ma con l’ostinata certezza interiore di essere nel giusto, che è propria di una severa nozione della Grazia”.

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