Per molto tempo ho cercato di imporre un ordine ai miei libri, con risultati più o meno comici, più o meno disperati. Alla fine mi sono arreso e ho capito che l’ordine dei libri si imponeva da sé. A volte attraverso le dimensioni (piccoli con piccoli, grandi con grandi), a volte attraverso le collane (che, essendo omogenee, si lasciano impilare che è un piacere), a volte ancora attraverso il criterio che ingenuamente avevo creduto di seguire fin dal principio, e cioè l’affinità tematica: la simpatia bibliografica, se così vogliamo chiamarla. L’ordine alfabetico, tanto lusinghiero nelle sue promesse, non mi ha mai lusingato. Già prima che Edoardo Albinati pubblicasse La scuola cattolica, intuivo che sarebbe bastato un tomo di mille e passa pagine collocato all’inizio della serie per mandare tutto all’aria.

Una logica generale continua a esistere, almeno nelle mie intenzioni, ed è quella della coerenza linguistica. Nei primi tempi, per dire, i francesi stavano tutti insieme, in una progressione vagamente cronologica alla quale assegnavo una certa importanza. Adesso va già bene se le lingue neolatine si accorpano in un blocco e quelle germaniche in un altro. Nella mia giovanile inesperienza, mi ero fatto convincere un po’ troppo facilmente dal mobiliere che proponeva questa libreria solida, squadrata, con gli scaffali alti e profondi. Mi pare che li chiamasse “bussolotti”, o qualcosa del genere, e che magnificasse come pressoché infinita la loro capienza. Ognuno contiene molti volumi, in effetti, il problema sta a ricordarsi dove si annidi un determinato titolo. Spesso, di conseguenza, la ricerca del libro si trasforma nella lettura  – trasversale, ellittica, desultoria – dei libri che nel frattempo mi capitano sotto mano. Magari non trovo quello che cercavo, però imparo comunque qualcosa. Anche a prezzo di lamenti e deprecazioni, ma questo è un tema che lascio volentieri all’eventuale testimonianza della mia famiglia.

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Di recente mi sono impegnato in un riordino in grande stile, i cui risultati dovrebbero risultare evidenti dalle immagini che vedete. Nei famosi bussolotti si arriva fino alla tripla fila e quindi è cruciale stabilire che cosa vada tenuto in primo piano. Classici da pronto intervento, libri che andrebbero letti o addirittura riletti, novità in attesa di delibazione. Il fronte del porto che è la mia libreria appare anche a me imprevedibile e contraddittorio, non senza apparentamenti tanto casuali quanto felici: non ricordo di essere stato io, nella fattispecie, a mettere Péguy a fianco di Houellebecq, ho l’impressione che si siano cercati a vicenda, in una sorta di paradossale riconoscimento. Va meglio in un’altra serie di scaffali, più stretti, dove ho stabilito di tenere gli autori per me irrinunciabili. Dostoevskij e Dickens prima di tutti, e poi Flannery O’Connor, Dürrenmatt, Mauriac, qualcun altro che di volta in volta si aggiunge. Gli italiani stanno da un’altra parte ancora, fuori dall’inquadratura. A Manzoni, per esempio, sono riuscito a destinare un intero mobiletto, che a colpo d’occhio mi è subito parso appropriatissimo allo scopo. L’ho riempito come si deve, ho contemplato per qualche giorno  la perfezione degli incastri, dopo di che – ineluttabilmente – ho cominciato ad aggiungere, accostare, accatastare.

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