Noi non siamo come nel nostro farneticare. ‘Babilonia’ di Yasmina Reza

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di Domenico Fina

La scrittura di Yasmina Reza ha la capacità di tirarsi fuori, fosse soltanto con una riga, dalla malinconia che ingessa, dal cinismo, dalla noia dei bla bla bla. Babilonia (Adelphi, trad. di Maurizia Balmelli) comincia con una donna sessantaduenne che vuole sentirsi più viva dei suoi malanni, mentre riprende a guardare The Americans di Robert Frank, un album fotografico di Street Art, degli anni ’50. Facce stanche, spente, tristi. Testimoni di Geova impauriti con tra le mani una rivista che esclama di svegliarsi. Awake. Reza scrive: “Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più”. Subito dopo scatta e torna alla memoria con un episodio giovanile, lei diciassettenne, innamorata, tra amici festanti cha vanno al mare a bordo di una due cavalli. Scelgono una canzone allo Scopitone, un primordiale Jukebox dal quale si poteva vedere il video della canzone. Ballano. Alla terza pagina eccola riscattare e irrompere nel presente immediato. Lei, Élizabeth, addetta all’ufficio brevetti dell’istituto Pasteur, sposata con Pierre, i due hanno un figlio. Il suo vicino dalle origini italiane Jean-Lino Manoscrivi è sposato in seconde nozze con Lydie Gumbiner, una cantante dal carattere esuberante. Jean-Lino, impiegato nel ramo elettrodomestici, invece, è un uomo con pochi minimi sussulti, tra questi il nipotino di lei, Rémi, al quale è affezionato in modo sgangherato.

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“È giusto desiderare di farsi voler bene? Non è uno di quei tentativi inevitabilmente disastrosi?” Tra Élizabeth e Jean-Lino – magro, non molto alto, viso butterato – non è ben chiaro cosa ci sia, non particolare attrazione fisica, semmai un intendimento sotterraneo su impacci condivisi, nel passato e nel presente. Si incontrano sulle scale essendo gli unici due del condominio che non hanno intenzione di prendere l’ascensore, lui per fobia, lei perché vuole muoversi e camminare quanto più possibile. Il primo appuntamento lo passeranno alle corse dei cavalli, Jean-Lino scommette e sembra divertirsi, Élizabeth nel frattempo va avanti e indietro nei ricordi ma la sua idea fissa è quella di una cena con i nuovi vicini Manoscrivi e con gli altri amici. La cena si terrà il primo giorno di primavera, il 21 marzo.

C’è una scena molto bella a inizio cena. Tutti sono sulle loro, procedono per frasi di circostanza, fino a quando interviene la neve. Grossi fiocchi che vedono cadere dalla finestra.

“Nevica! Ho gridato nevica” esclama Élizabeth. Yasmina Reza scrive che gli uomini commentano con “non attaccherà”, per le donne invece “attaccherà”, eccome.

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Al centro della cena c’è la conversazione, che come accade nell’opera di Reza, sembra andare sempre da un’altra parte rispetto ai buoni propositi. Lydie chiede come sono stati trattati i polli che stanno per mangiare. Jean-Lino, per rendersi simpatico in una della poche serate in cui sente di poter parlare in modo contento e spensierato, approfitta per raccontare un aneddoto su sua moglie che alle cene fra amici chiede se i polli sono stati alimentati con granulato biologico, se hanno avuto la possibilità di svolazzare, appollaiarsi sugli alberi, vivere da polli liberi. L’aneddoto, “sull’appollaiarsi sugli alberi” metterà tutti di buon umore; tranne sua moglie Lydie.
Nel precedente altrettanto splendido romanzo, del 2013, Felici i felici, coppie si sfiorano, alcuni di loro compaiono più volte, in generale tutti in qualche maniera sono in relazione seppure marginale per parentele, professioni, vita mondana. C’è umorismo, nervosismo, ma non si arriva mai alla collera o al gelo, tuttavia Yasmina Reza mette in scena uomini e donne che dicono e si mostrano come se non fossero più padroni delle loro parole, come se la loro lingua sia il loro intimo carceriere. Libro notevole per la minuzia dei particolari, nei 21 monologhi-conversazioni tra coppie francesi della medio alta borghesia prendono la parola alcuni personaggi dai nomi curiosi come Luc Condamine, Odile Toscano, Loula Moreno, Raoul Barnèche. Uno di loro dirà: “Le donne approfittano di qualsiasi cosa per avvilirti, adorano ricordarti quanto sei deludente”.

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In Babilonia l’avvilito è costantemente Jean-Lino ma in una semplice, banale cena le cose possono saltare per parole che non erano messe in conto. C’è uno splendido verso di un grande poeta, Czesław Miłosz che dice: “Noi non siamo come nel nostro farneticare”. Profondamente vero, ma nelle storie di Yasmina Reza, come accade in Babilonia, il nostro farneticare non sempre lascia tutto com’è. Nella seconda parte, che non racconto, accadrà un fatto brutto, la storia piegherà verso un umorismo grottesco.
I libri migliori di Yasmina Reza – questo lo è – fanno questo effetto. I personaggi apparentemente sanno litigare, usano i termini giusti, disincantati e taglienti:

“Élizabeth, lei è cattolica?”

“Non sono niente”.

Quasi quasi si vorrebbe tornare dentro un libro di Robert Walser dove eravamo un po’ tutti senza magnifica erudizione. Vorremmo che i personaggi stessero un po’ più zitti, un po’ più impacciati. Ma Reza con la sua lingua rapida e talvolta bellissima, ci fa capire che tu, lei e loro che stanno dentro il libro, compresi i polli alimentati con granulato biologico, appartenete alla stessa ‘fiaba sociale’. E ti affezioni a questa scrittrice amorale contro volontà, contro ogni retorica:

“Mi sono ricordata dei sessant’anni di mio padre. Avevamo mangiato una choucroute in place de la République. Era l’età che avevano i genitori. Un’età sconfinata e astratta. Adesso sei tu che ce l’hai. Com’è possibile? Una ragazza ne combina di tutti i colori, scorrazza nella vita sui tacchi, tutta imbellettata, e all’improvviso si mette ad avere sessant’anni. Andavo a fare foto con Joseph Denner. Lui amava la fotografia e io amavo tutto quello che amava lui. Saltavo le lezioni di biologia. Non avevamo paura del futuro, in quegli anni”.
“Non sono i grandi tradimenti a provocare malinconia, ma il ripetersi di perdite infime”.

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