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di Daniele Petruccioli

«…così è la vita, siamo già tutto alla nascita e ci è dato tutto, e il futuro, nel suo insieme, è la somma dei momenti passati a ripetere ciò che abbiamo dimenticato…»

Valério Romão ha alle spalle 43 anni di vita, traduzioni di Beckett e Virginia Woolf, una nascita in Francia e una formazione portoghese, pièce teatrali, due libri di racconti e due romanzi.
Uno di questi, l’ultimo, Vincenzo Barca l’ha tradotto per Caravan (2017, pp. 169; ed. originale 2013) piccola casa editrice dal catalogo prezioso.
Quello che è successo a Joana dovrebbe essere il secondo volume di una trilogia sulle «paternità mancate», ma la sua devastante dirompenza resta del tutto inalterata anche a leggerlo da solo.

Joana è una di noi. Una donna attenta, informata, previdente, sicura. Programma tutto, usa tutta la tecnologia di cui è in possesso per anticipare, controllare correggere. Joana aspetta un figlio, e questo figlio, che rappresenta tutta la sua vita futura, e anche quella passata perché ne è il coronamento, nascerà come deve, Joana ne è convinta e lavora perché su questo ci sia il margine di dubbio più vicino possibile allo zero. Il che, per una donna come lei, come noi, con accesso al massimo di informazioni possibile e la capacità di organizzarle secondo parametri che crediamo indiscutibili, è semplicemente una questione di ovvie conseguenze:

«…Joana si asciuga con l’asciugamano di spugna e le sue mani, per chi ha la ventura di convivere intimamente con la donna di cui stiamo parlando, meriterebbero un palcoscenico proprio, tanta è la certezza che hanno del posto delle cose che si mettono in moto senza che gli occhi debbano tenerle al guinzaglio…»

Ma la vita, il futuro, non si lasciano afferrare così facilmente. La storia di Joana comincia con un sogno in cui tutto è al rovescio, a cominciare da quelle meravigliose creature una delle quali ha tanto voluto e sta aspettando con tanta ansia:

«I bambini, un flagello di tafani nani, scorrazzavano in una frenesia incontrollabile che terminava più o meno all’altezza della vita e, da quel fossato intransitabile che si chiama infanzia, irrompeva, in un guizzare di fuochi d’artificio, l’infinita varietà di strilli in cui si disperdeva l’energia…»

Al risveglio (sudato), Joana (al settimo mese) avverte strani dolori e macchie sul corpo e si fa portare dal suo uomo all’ospedale. Tutto sembra ancora controllabile, tutto sembra ancora poter avere una fine, un esito futuro. Invece si scopre che la fine, forse, c’è già stata.

«Com’è possibile, dottore, grida Joana, in piedi, mentre il medico guarda a terra cercando un modo con cui riuscire a portare altrove il discorso, lasciando acceso solo il modulo della risposta automatica, com’è possibile se il mio bambino si muoveva, solo poche ore fa, prima che i addormentassi mi scalciava nella pancia, sembrava fossero due…»

E qui comincia la vera discesa agli inferi di Joana, e del romanzo. Un inferno in contrappunto e in serie, perché sono tanti orrori che si sovrappongono, alternano, intrecciano. C’è l’incomunicabilità fatale tra il cittadino e l’istituzione, dove il dolore la rabbia e anche l’ormai congenita mancanza di fiducia del primo scatenano la distanza altera e vendicativa condita dal lieve sadismo dell’altra:

«Il dottor Reinaldo, inalberando un sorriso cordiale, in modalità continua, riuscì a ottenere che Joana gli desse la mano per brevi secondi, durante i quali lui continuò a sballottarla come se fosse morta…»

C’è la solitudine assoluta del dolore fisico, in questo caso delle partorienti, alimentata dall’orrenda pratica per così dire biblica di lasciarle in balia del loro stesso dolore:

«…Joana si guarda intorno (una sala in penombra con due ingressi, con diverse barelle munite di ruote, ognuna occupata da una gravida che cerca incessantemente la posizione migliore perché i dolori la tocchino solo di sfuggita), e l’intera scena, vista da un coprotagonista passivo, è una specie di casting per l’ultimo Fellini…»

E c’è la follia, alla fin fine così riconoscibile da rivelarsi quotidiana, che non può che scaturire da tutto ciò:

«…per il momento l’infermiera, che poco prima era stata il Bianconiglio di Alice che attraversava, orologio in pugno, i corridoi dell’ospedale, ora era l’inverso e ogni passante incrociato diventava un’occasione in più per una chiacchiera che solo di rado riguardava questioni lavorative, mentre affondava in modo prolisso e incisivo nella specialità dell’infermeria, nella sua versione pettegola e maldicente, sarà così in tutti i posti di lavoro, pensa Joana…»

Una discesa a spirale, un declinare che precipita sempre più nella notte, con luci esclusivamente elettriche anzi meglio al neon, con parole che diventano sempre più grida, contorni che si fanno sempre più improbabili, frasi che cominciano sicure e a mano a mano perdono di senso, fino a perdersi e basta, in un’incomprensione assoluta, millenaria.

Per il lettore della versione italiana di questo romanzo, significa anche perdersi sempre di più nella sintassi a spirale, nella lingua dal lessico preciso e quasi asettico ma con l’andamento lacerante che Vincenzo Barca ha voluto e saputo trovare per seguire la caduta di Joana, non solo attraverso un andamento della frase vorrei dire incastonato su sé stesso, ma anche con un gioco attento di allitterazioni dure (ne avrete riconosciuto qualche esempio nelle citazioni riportate sopra). Una caduta anche linguistica, quindi, di cui la traduzione si fa per così dire specchio ustorio, che traduce – è il caso di dirlo – con la precisione di un bisturi la punibilità della sicumera di tutti noi nei nostri piccoli privilegi ossessivo-compulsivi, ultimo dei quali quello del linguaggio, che non è altro se non un’ultima condanna.

Un libro spietato e didattico, nel senso brechtiano del termine. Una traduzione che raggiunge la liricità senza la minima concessione al lirismo. Non lasciateveli scappare.

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