Last Dance

Se solo fosse uscito quattro anni fa, Last Dance sarebbe stato, come sempre, al centro delle discussioni sui pregi e sui difetti di Keith Jarrett, perché ogni nuovo disco del pianista di Allentown fa ormai discutere fino allo sfinimento riguardo al significato innovativo o al contrario tradizionale della proposta musicale. Ma dall’11 luglio 2014 l’album si colora purtroppo di altri significati perché in quella data è venuto a mancare, dopo una lunga sofferta malattia, il cofirmatario dell’opera, il contrabbassista Charlie Haden. Ed ecco quindi che Last Dance (ECM) acquista il valore oggettivo di testamento spirituale, oppure di ‘canto del cigno’ di un grande artista che ha dato moltissimo all’universo sonoro preciupuamente jazzistico. La storia dei rapporti tra Jarrett e Haden iniziano da molto lontano, da quando insomma Jarrett, dopo la militanza nel quartetto di Charles Llyod, esordisce in proprio come trio dove ci sono appunto Charlie e l’amico Paul Motian alla batteria (entrambi fra l’altro già ritmica del precedente Bill Evans): dopo un paio di introvabili album per la Vortex – Life Between The Exit Signs (1967) e Somewhere Before (1968) – Keith ritrova Haden tre anni dopo per formare un nuovo gruppo: è lo strepitoso quartetto sperimentale che, assieme a Motian e a Dewey Redman ai fiati, incide fra il 1970 e il 1976 via via per Atlantic, Impulse, ECM, ben quattordici album: e sono tutti di altissimo livello, con almeno un capolavoro, il doppio Expectations (1971) però in sestetto e con archi. Poi le carriere di entrambi si dividono per incrociarsi solo trentun anni dopo, con il duo Jasmine che vede la luce per ECM nel 2010. Da quelle session registrate al Cavelight Studio (ovvero una parte della dimora di Jarrett ad Oxford nel New Jersey) saltano fuori questi nuovi brani, che completano una placida riunione tra vecchi amici, che però oggi ha il sapore dell’addio (più che dell’arrivederci ripetuto dai titoli di molti pezzi), anche alla luce dei toni complessivamente malinconici, intimisti, vespertini dei nove brani presenti (due dei quali alternative take di Jasmine). My Old Flame, My Ship, ‘Round Midnight, Dance of the Infidels, It Might As Well Be Spring, Everything Happens to Me, Where Can I Go Without You, Every Time We Say Goodbye, Goodbye lasciano dunque senza parole non solo per il prefetto interplay, per il romantico melodismo, per il dialogo paritetico, per le doti combinatorie, per le improvvisazioni contrappuntate, ma soprattutto per la dolcezza e la mestizia che emana il pianoforte forse consapevole del fatale destino di un grande amico.

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