The jazz messangers
Un album dal vivo, in quintetto (il sax è Hank Mobley), con lunghi brani, come la tecnica del long-playing permette da poco tempo, in cui i solisti han modo di improvvisare come in lunghe jam session, tirando fuori la grinta, il blues, la rabbia, la negritudine che cool e west coast, allora alla moda (siamo nel 1955), riescono in parte a sopire. Protagonisti i Messaggeri del jazz, capitanati da Art Blakey, forse il primo batterista a rivolgere la propria attenzione direttamente all’Africa già dagli anni Cinquanta dove di frequente soggiorna, ricerca, suona. Senza essere un innovatore assoluto dello strumento, Blakey vanta una brillante caratteristica che principalmente consiste nel riportare simbolicamente attraverso la batteria il sound, la poliritmia e la timbrica dei più ancestrali tamburi del Continente Nero. Tra gli iniziatori dell’hard bop, Blakey è famoso oltre che per il drumming vigoroso che porta comunque le percussioni in primo piano nei concerti e sui dischi, anche come indefesso scopritore di nuovi talenti sino a tutti gli anni Ottanta. Nei suoi Messaggeri, uno dei gruppi più longevi della storia jazzistica, militano infatti i più bei nomi di almeno mezzo secolo (Wynton Marsalis è l’ultima grande scoperta, ad esempio), a cominciare da questo Café Bohemia con il brillante pianista Horace Silver, caposcuola per tutti negli anni Cinquanta, presenza fondamentale in questo disco, addirittura come direttore artistico.