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Per motivi didattici, quest’estate mi è capitato di dover rimettere gli occhi su un libro bellissimo di Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni. In casa ho la prima edizione – in realtà appartiene a mia moglie – , quella dei Supercoralli del 1983, legatura cucita in tela azzurro-grigio, dorso tondo e sovraccoperta. Insomma uno di quei bei libri Einaudi curati nella carta, nella stampa, nella spaziatura dei caratteri. Un volume nel quale apprezzi, al di là del contenuto, la premura e l’impegno profuso dalle persone che stanno dietro le quinte, che impaginano, che rileggono, che controllano, che fiutano i refusi.
Il fatto è che, quest’estate, il ragazzo al quale ho dato ripetizioni e che – fortuna sua – doveva leggere la magnifica Ginzburg, si è presentato da me con una nuova edizione, quella curata da Salvatore Silvano Nigro – autore di un sempre accattivante saggio introduttivo –, uscita nella collana ET scrittori (cioè tra i tascabili, la più diffusa tra le collane Einaudi), nel 2016, al costo di 13 euro per 496 pagine di bellissima scrittura, tante foto, legato in brossura con copertina morbida, etc, etc…, tutto ciò, insomma, che si sa dei tascabili. Tredici euro è un prezzo più che accettabile, anzi verrebbe da dire che è quasi poco a petto del libro che ci si ritrova sulle ginocchia.
Io e il ragazzo affrontiamo il testo, io da un lato, lui dall’altro lato del tavolo. Leggiamo il capitolo dedicato a Giulia Beccaria: la prosa della Ginzburg è calamitante. A un certo punto, poiché volevo annotare alcune cose sul volume del mio alunno, decidiamo di scambiarci i libri. E io prendo a leggere dal suo. Passano i giorni e scopro – scopriamo, anzi – delle piccole pecche, dei refusi. Dico: ma come? A pagina 82 c’è scritto: “Fauriel arrivò a Milano, in via del Morone, il mese dopo. C’erano con lui due signore inglesi. […] Erano madre e figlia e si chiamavano Clarice; con la figlia, Mary Clarice, Fauriel aveva una relazione amorosa”. Clarice? Clarice? dico all’alunno: ma anche sul mio libro c’è scritto “Clarice”. No, su questo c’è scritto Clarke, Mary Clarke. Mi tocco la barba, alzo le sopracciglia e dico, Boh!

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Qualche riga dopo, sul tascabile del 2016, ricompare Mary Clarke e rimane Clarke fino alla fine del capitolo. Dico, meno male, sarà scappato. Poi, però, scopriamo altri piccoli refusi (ma sono refusi?), specialmente nomi propri, leggermente storpiati, parole che nella mia edizione andavano a capo e che nel tascabile hanno mantenuto, in mezzo alla riga, il trattino della divisione in sillabe (per dire, a p. 229, si vede “batiste-rio”).

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Di fronte a tali indizi, penso questo: penso che di alcuni testi di cui in casa editrice non si ha un file di scrittura, ma solo – che so io – una scansione digitale di ciò che era andato in stampa trenta, quaranta o cinquant’anni prima, si proceda alla creazione di un file di scrittura partendo da quell’immagine scansionata. Come si fa con i giornali, per dire. Se io consulto l’archivio storico de «La Stampa» di Torino e mi interessa un articolo, c’è una funzione che mi permette di trasformare l’immagine scansionata in un file di testo. Poi devi rileggere quel file di testo e ricontrollare tutto, perché il programma, ogni tanto, prende fischi per fiaschi e trasforma una parola in un’altra. Io non so se in una casa editrice le cose funzionino in maniera simile, ma ho pensato a questo.
Solo che poi, a un certo punto, nel capitolo dedicato a Teresa Borri, vedova Stampa e seconda moglie di Manzoni, troviamo un qualcosa che mi è suonato come un piccolo sacrilegio. Nell’edizione originale dell’Ottantatré, la Ginzburg riportava uno stralcio da una lettera che Teresa indirizzava al figlio Stefano e nella quale parlavano della madre di lei – cioè la nonna di Stefano – che da giorni stava a letto malata. Scriveva Teresa Borri, annotata dalla Ginzburg: “La mamma ieri l’ho vista per delle ore, e stava un po’ meglio, ma la gonfiezza è salita molto purtroppo; l’ha però sempre la sua cerina ridente e legriosa”. Legriosa è un termine, in quel contesto, bellissimo; si tratta di un vero lombardismo se non di un milanesismo fatto e finito; legriosa significa allegra, gaia e, in bocca a Teresa Borri, fa la sua perfetta figura. Peccato che nel tascabile, trent’anni dopo, il mio studente debba leggere che la nonnina aveva “una cerina ridente e legnosa”. Legnosa? faccio io. C’è proprio scritto “legnosa”?

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Spiego al ragazzo che enorme differenza corra tra legriosa e legnosa e inizio a pensare a questo articolo. E mi chiedo, infine, se non sia il caso di ricollocare più in alto, nella piramide redazionale, il ruolo del vecchio e paziente correttore di bozze.

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