Braciola, Panetto e gli altri (prima parte)

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Alfonsine 2017
72° anniversario della Liberazione (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Un racconto di Simone Ghelli

***

E infatti sì, non è che potesse andare poi tanto diversamente: perché la scrittura arriva sempre dopo, dovevo saperlo che viene troppo in ritardo, e cinque anni non sono affatto pochi.
Tanto ha resistito, Nello; ed io lì con la penna sotto al naso, a riempir di baffi d’inchiostro dappertutto.
«Ma devo ripetertelo ancora?».
E io che insistevo, che bisognava risentire e analizzare quel passaggio: «Avanti, daccapo!».
Cinque anni, tutte le domeniche, non son pochi davvero. Si stava lì, su quel divano dal tessuto con la decorazione a fiori, e davanti a noi il tavolino di vetro col centrotavola fatto all’uncinetto. Ci stavamo comodi, e ancor di più col Marsala nel bicchierino di vetro e gli amaretti nel piatto. Ogni domenica il lavoro sembrava aumentare anziché alleggerirsi, e per questo dovevo riprendere i fili, intrecciarli, e soprattutto ripetere i nomi: Carlone, Caterina, il Bencini, Mariano, Paolina, Braciola, Panetto…
«Ma questi Braciola e Panetto, proprio non ti ricordi com’è che si chiamavano?»
«Si chiamavano così perché erano due buone forchette».
«Sì, va bene, ma il nome vero?»
Niente, non c’era verso di farglielo ricordare. A ripensarci adesso, mi sembra soltanto d’aver perso tempo, d’essermi impantanato tra i dettagli per alimentare il tarlo del realismo. E intanto mi perdevo il meglio: le tagliatelle fatte a mano dalla Fiammetta, ad esempio, che poi condiva abbondantemente di ragù.
«Suvvia, le assaggi, che ci son dentro anche i fegatelli!»
«No, la ringrazio… ne approfitto per fare due passi».
E ritornavo che la tavola era bella che sparecchiata, e la televisione che parlava in un angolo: pretendeva di raccontare della realtà anch’essa, della vita della gente comune.
Se mi chiedevano dov’ero stato, rispondevo sempre allo stesso modo: «Camminare mi aiuta a pensare, e poi ho sempre la speranza che il caso mi porti a incontrare uno di questi Braciola o Panetto…»
«Ma chi lo sa, magari saranno anche morti».
Eppure io non m’arrendevo, e per cinque anni ho continuato a fare l’investigatore, a cercare tracce, a saltare pasti per attraversare il paese durante l’ora di pranzo; e il massimo che raccoglievo era il rumore delle stoviglie, o l’eco di qualche discussione, soprattutto nelle stagioni più calde, quando le voci si tuffano in strada dalle finestre aperte con le persiane accostate. Mi sentivo un estraneo, uno straniero in cerca di spettri da fissare sul suo taccuino, ma non per questo ho desistito, anzi: ogni rumore, ogni parola carpita nell’ora della digestione mi faceva muovere la testa inutilmente.
Al ritorno mi fermavo spesso al piccolo bar che ancora si trova all’incrocio con la traversa più grande, all’altro capo della strada, dove prendevo un’aranciata amara e seguivo distrattamente l’andamento di una partita a scopa. C’erano sempre le solite tre o quattro coppie, che si alternavano in base all’esito della sfida: per lo più pensionati, a parte un ragazzone che dava l’impressione di essere un po’ ritardato, ma che a carte ci sapeva fare. Adesso c’hanno messo invece un biliardo, i tavoli di legno sono stati sostituiti da sgabelli cromati e le persone sembrano tutte più belle, con le gambe così snelle e allungate mentre sorseggiano un aperitivo. All’epoca, però, era tutto più in penombra, e ci voleva tempo per capire, per cogliere i dettagli.
Insieme a me, vicino al bancone tutto sgraffiato, mi ritrovavo spesso in compagnia di un signore magro e coi capelli arruffati, che d’estate mostrava grosse vene azzurre sotto la pelle bianchiccia delle braccia, e grosse orecchie a sventola su cui a volte mi fissavo, mentre lui succiava il solito grappino barricato.
Un giorno, dopo diverse settimane, presi coraggio e gli rivolsi la parola, mostrandomi di volergli offrire un secondo giro.
«E dunque lei viene qui per scrivere un libro?»
«Sì, un libro sui partigiani di qua, sulle loro storie».
«Eh sì, ne girano di voci, ma io non ne so nulla…»
«Uno l’ho trovato, sta in fondo alla traversa più piccola, nella casa con l’albero di limoni davanti».
«Ah, dice il Bartocci, quello che c’aveva la bottega qua dietro… È un bel po’ che non lo vedo in giro, si sarà fatto vecchio…»

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Racconto
Asciano (SI) 2013 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

E così gli raccontai delle mie domeniche passate a prendere appunti, ad ascoltare questo signore di ottanta e passa anni che incespicava nella memoria e si arrabbiava con se stesso, con la testa che non gli diceva più le cose giuste; e anche di quei nomi gli parlai, e gli chiesi di quelli che non trovavo.
«Gli altri son morti tutti, proprio come m’ha detto lui: Carlone, Caterina, il Bencini, Mariano, Paolina… ma questo Braciola e questo Panetto non riesco proprio a capire chi fossero…»
«Mah, io non ne so nulla. L’unica possibilità è chiedere a quel signore là. Lo vede quello che tiene le carte vicine agli occhi?»
M’indicò un uomo grosso, con la pancia che premeva contro i bottoni della camicia a quadri. Aveva la testa pelata e lucida e labbra carnose su cui passò la lingua dopo aver buttato giù un gran sorso di vino.
Appena che fu finita la partita, l’altro lo chiamò a sé: «Oh Cardelli, c’è questo signore che ti deve chiedere una cosa…»
L’uomo non sembrò granché gradire, e di malavoglia s’avvicinò al bancone, sbuffando non poco e ansimando. Aveva il collo d’un toro, e la pelle gli faceva una serie di pieghe dietro la nuca.
«Fa lo scrittore, cerca notizie su un paio di partigiani di qua».
«Non ce n’è più di partigiani,» disse secco il Cardelli.
«È quello di cui mi vorrei accertare,» precisai, «sapere insomma se ce n’è di ancora vivi, come Nello».
«Ah, buono quello!»
S’appoggiò al bancone e chiese un altro gottino di vino: un rosso pastoso che lasciava un alone violaceo tutto intorno al vetro.
«E degli altri, che sa dirmi?»
«Quali altri?»
«Di un certo Braciola, ad esempio, e di Panetto…»
«Mai sentiti. Se li sarà di certo inventati il Bartocci. E poi, anche se fosse non le saprei dire, perché io coi comunisti non c’ho m’hai avuto niente a che spartire. A me certe idee fanno venire il prurito alle mani…»
Mi guardò con due occhi porcini, stretti come due fessure.
«Il mio non è un libro di politica,» mi giustificai.
«Non mi piacciono nemmeno i libri. Soltanto il vino e le carte».
Mosse appena il braccio e istintivamente feci un passo indietro per la paura di ricevere uno schiaffo da quella sua mano rossa e gonfia, che allungò verso il bicchiere.
«E quando bevo, a volte divento cattivo».
L’altro, dietro di lui, lasciò andare una risata che era piuttosto uno squittio.
«Cardelli,» lo apostrofò, «il problema è che bevi sempre».
«E infatti hai mai sentito dire da qualcuno che son di quelli buoni?»
Sorrise, scoprendo dei denti piccoli e consumati, divisi da gengive pallide e dal giallo del tartaro.
«Era solo per chiedere».
«E io ti ho risposto. Non conosco nessuno di questi che mi dici. Se li trovi fammi un fischio».
L’altro ridacchiò ancora, in maniera sguaiata.
Pagai l’aranciata e guadagnai in fretta la strada. Da quel giorno presi l’abitudine di cambiare lato del marciapiedi quando mi trovavo a passare davanti a quel bar. Spesso mi capitava però d’incrociare lo sguardo divertito del signore con le orecchie a sventola, che si faceva trovare apposta fuori, con la sigaretta in mano e il sorriso sdentato che ostentava al mio passaggio. Io alzavo svogliato la mano e tiravo avanti, imbarazzato dall’idea d’esser diventato lo zimbello del paese.
Eppure continuai lo stesso, tenendo per me quell’ossessione, anche se la notte tornavo spesso a pensarci.
La Fiammetta a volte cedeva alla curiosità, voleva per forza sapere: «Ma insomma, quando sarà pronto questo libro? Lo presenterete poi in televisione?»
Io non ce l’avevo il coraggio di dirle la verità: che ancora non avevo neanche un editore interessato a pubblicarmi, figurarsi la televisione.
Nello, invece, della televisione non si curava; aveva piuttosto voglia di raccontare, di pescare ancora altri nomi che affioravano dal vaso della memoria, e a volte chiedeva, a me, del perché se ne fossero tutti dimenticati.
Io gli dissi allora dell’episodio del bar, perché qualcosa, a un certo punto, sembrava essersi rotto in quel tessuto sociale che credevo tanto solidale.
«Il Cardelli è uno di quelli che prese la tessera per convinzione, te lo dico io, ma siccome è furbo come una volpe, racconta a tutti che lo fece per il bene della famiglia, poverino».
«Ma non è solo lui…»
«E certo, gli van dietro tutti perché è grosso, e ha fatto pure i soldi quel farabutto!»
«Ma nemmeno alla Casa del Popolo…»
«Alla Casa del Popolo chi c’è rimasto? Giusto il Santini, ma quello c’ha più anni di me, e tra un po’ non si ricorda neanche la strada per casa, figurarsi dei partigiani…»
«Ma proprio qui, in questa regione che tutti considerano rossa, e con quel monumento ai caduti proprio al centro della piazza…».
«Ma chi vuoi che li guardi i monumenti, uno sgorbio del genere poi!»
E in effetti quella strana figura astratta di metallo, messa lì con estremo ritardo per risarcire qualche combattente sconosciuto ai più, tanto bella non è.
Nello sosteneva che l’avrebbe fatto meglio lui, il monumento: «Almeno non s’arrugginiva tutto come quello».
E poi ci avevano messo una specie di rete intorno, per non farci andare i piccioni, che teneva a distanza anche i curiosi e impediva di leggere i nomi incisi sopra.
«Dei nomi non importa più niente a nessuno, a parte te, con quel Braciola e quel Panetto».
E infatti: perché cinque anni a rincorrer fantasmi non sono pochi davvero, nossignori. Alla fine Nello m’è morto sotto il naso, e io che continuavo a fare l’investigatore. Ma almeno il peso dallo stomaco me lo sono tolto, perché glielo dissi che non sono un vero scrittore.

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