Elizabeth Strout e l’estasi di ciò che è fuori controllo

 

Alessio Duranti per Elizabeth Strout
Sguardi
Rigomagno, Autunno 2016 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

Tutto è possibile (trad. Susanna Basso, Einaudi, pp. 207, € 19) è un libro che procede dalle ferite dell’anima. Siamo nel Main, nell’America rurale dell’Illinois, tra i centri di Carlisle e di Amgash, dove la gente evita le chiacchiere e i piagnistei. Per questo gli uomini della Strout, spesso reduci di guerra, si tengono tutto dentro – croci e paure – e finiscono per produrre altri e più bui dolori alle donne che amano, ai figli, agli amici. E le donne pure soffrono e tacciono, perlopiù, perché, come Dottie Blain ha imparato da zia Edna, “quando una donna si lamenta è come se ficcasse il lerciume sotto le unghie di Dio”.
Lo strazio di uno, quindi, coinvolge tutti; e le storie s’intrecciano. I capitoli del romanzo sono in fondo otto racconti che potrebbero sussistere autonomi ma che, assieme, funzionano come tessere di un domino: ne tocchi una e tutte si muovono mostrando le loro schiene colme di segni. C’è di nuovo Lucy Barton – già eroina di Mi chiamo Lucy Barton – che nel libro appare e dispare come la dama a cavallo nel Blanc Seing di Magritte. Si sa che c’è, ma si vede e non si vede; gli abitanti di Amgash ne parlano perché Lucy – in un gioco intertestuale – ha scritto un libro di memorie che getta piccoli bagliori sui misteri della comunità. Ed è proprio Lucy la prima vittima del dolore altrui: del padre Ken, che dopo la guerra è un “disastro”, e della madre che piega i figli a mangiare dalla spazzatura o taglia loro i vestiti per poi – lei sarta – rammendarli il giorno dopo. Così spiamo il povero fratello di Lucy, Pete, ormai adulto, abbattere con inusitata, e forse catartica, violenza il cartello – Orli e Riparazioni – dell’antica attività materna. Così conosciamo Marilyn Macauley e suo marito Charlie, reduce del Vietnam e uomo “dal dolore indicibile” che va a puttane e distrugge il matrimonio per poi, forse, ritrovare una pagliuzza di felicità nel torrente di un amore attempato con Patty Nicely; Patty la Grassona, nata nell’indigenza e testimone degli amplessi extraconiugali della madre, cresciuta incapace di fare l’amore con il suo primo marito (“sdraiati nel letto si tenevano per mano, e non si spinsero mai oltre”).
Tutto è possibile da quelle parti, in quella provincia dove la gente coltiva l’illusione di conoscere tutto di tutti – e forse è vero – ma solo pochi accarezzano il sogno di comprendere e di essere compresi, di entrare in connessione con gli altri e coi loro paesaggi interiori. Strout cerca di cogliere, in queste vite, le crepe e poi gli stati di grazia, “i guai immensi e insignificanti” di un’esistenza, l’incredibile sensazione di libertà provata da chi si sente amato, la paura e la vergogna ove si insaccano le famiglie, i tanti modi in cui non si sanno le cose. La solitudine e la miseria sono monete che si spendono nella vita e, come tali, hanno anche un rovescio che Strout mostra, senza indugi e all’improvviso, lanciandole nell’aria malinconica – a volte ironica – delle sue pagine e riacchiappandole subito dopo: dall’altra parte c’è magari una gioia inaspettata o un inedito senso di comunione. Tutto è possibile è ossimoricamente “l’estasi di quando finalmente ogni cosa è per sempre fuori controllo, irraggiungibile ormai, remota e basta”.

Articolo apparso per la prima volta su Avvenire, il 5 ottobre 2017

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