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Museo del Deportato 
Carpi, Fossoli 2015 ((Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Fu un giorno che pioveva a dirotto, e che di camminare non se ne parlava neanche con l’ombrello. Quella volta dovetti arrendermi e accettare l’invito; ma la Fiammetta non s’era sentita bene, e allora niente ragù, bensì brodo caldo di gallina.
«Quella vera, che le ho tirato il collo io, mica del supermercato!»
Ne mangiai due piatti pieni, tra lo stupore generale.
«L’ultima volta credo di averla mangiata che ero ancora bambino,» mi giustificai.
La Fiammetta volle saperne di più.
«Ricordo poco, ma c’era questo contadino che ogni tanto ci portava qualcosa: delle uova, qualche verdura, una gallina appunto».
«Noi s’è sempre avuta la terra, finché c’ha retto la schiena per lavorarla».
«E poi,» continuai, «ci siamo trasferiti in città per lavoro, e dalla finestra non vedevo neanche più le stelle».
«Le persone non lo sanno cos’è che si perdono, ma ormai son sempre di fretta, sempre a correre per fare soldi».
E fu a quel punto che Nello tirò fuori l’album delle fotografie, forse per mostrarmi quel che intendeva. In quelle immagini c’erano i genitori, i fratelli, gli animali e i campi; ma soprattutto l’infanzia: quella che la guerra gli aveva portato via troppo presto.
«Questo sono io, avrò avuto dieci anni, non di più».
L’immagine mostrava un bambino con dei pantaloni lunghi fino al ginocchio e tenuti su da un paio di bretelle.
«Visto che ometto?»
«Peccato che ancora non lo conoscessi,» aggiunse soddisfatta la Fiammetta. Aveva un sorriso furbo, che la ringiovaniva. Dentro a quel corpo così gracile, alla pelle macchiata e tirata sulle sporgenze delle ossa, si dibatteva ancora una grande energia.
«E quest’altri sono invece i miei fratelli: Luciano, Ernesto e Franco. Son rimasto solo io».
«La guerra?»
«Solo Ernesto, gli altri due son morti dopo per dei malacci».
Quel giorno Nello mi confidò che gli sarebbe piaciuto parlare di tutto, non soltanto della resistenza: anche della paura e dell’angoscia di chi rimaneva a casa, ad esempio, o di quelli che li avevano tolti di mezzo senza saperne niente.
«Non mi pare giusto che si racconti soltanto la storia di chi ce l’ha fatta».
«Ma come si fa?» obiettai: «Bisognerebbe inventarla da capo a piedi. E quanti libri che ci vorrebbero…»
«Anche, perché no? Non è forse quello che deve fare uno scrittore? I libri dovrebbero essere tanti quante sono le storie da raccontare, non credi?»
E in effetti dovetti confessare, rivelarmi per quello che ero: un impostore, un farabutto; uno buono soltanto a documentarsi e a trascrivere, ossessionato dal corpo del reato.
«Sono anni che cerco di scrivere un romanzo, di portarlo a termine, ma c’è sempre qualcosa».
«E allora sei più uno studioso che vuol rimettere le cose al loro posto. O un giornalista. Mica è un male di questi tempi, con tutti i bugiardi che ci sono in giro».
Gli confessai che non ero uno con le conoscenze giuste, al contrario di come m’ero invece presentato.
«Son vecchio, ma mica rimbecillito!»

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Silvano Sarti
Sant’Anna di Stazzema | Bottega “Gamba Carlo”
Settembre 2014 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Anche la Fiammetta l’aveva capito: «Dal primo giorno! Uno con le conoscenze non ha certo bisogno d’andare in giro a fare chissà che. Tutto il giorno a camminare con la testa per aria».
«Soprattutto al bar per parlare col Cardelli!»
In realtà, a Nello non importava niente del libro: «Tanto non sarei campato in tempo per leggerlo»
La Fiammetta scosse la testa: «Ma cosa dici? O son discorsi da farsi, questi?»
«Son discorsi come altri. A me più che altro mi garba avere una persona che stia qui ad ascoltarmi».
«Ma ai vostri figli non interessa?»
Le foto erano tutte appese sopra al caminetto.
«Eccoli i nostri figli, che erano tanto bellini… Ma ora son grandi, e hanno altre preoccupazioni per la testa».
Nello si accalorò: «E poi anche loro hanno smesso di votare per i comunisti!»
«Ma anche volendo, i comunisti non ci sono più,» obiettai.
«E però t’interessano i partigiani, e ce ne vorrebbero di nuovi… vedresti quanta gente a portare i sacchi di farina».
«Io non credo che siano più i tempi».
«Ma che discorsi, da te poi! Me lo dicevano anche da giovane, che non erano tempi, ma dio bono se non li abbiamo fatti maturare, i tempi!»
«Ma oggi non c’è mica la guerra!»
«È a dire così che ci ricascherete… Ora non ti sembra, non ti pare che possa accadere, ma le cose precipitano anche in un solo giorno, e ti ritrovi col fucile in mano senza nemmeno sapere da che parte si tenga. E il fucile è una cosa, le parole un’altra».
Nello aveva ragione: la scrittura non c’entrava niente, il libro men che mai. Quello che cercavo era una prova, la testimonianza che in passato era stato diverso. Per questo ero ossessionato da quel Braciola e da quel Panetto: perché sentivo approssimarsi il giorno in cui la sua voce si sarebbe spenta per sempre, e non avrei più saputo a chi chiedere. Certo, la Fiammetta mi avrebbe raccontato ancora dei patimenti e degli stenti, della noia di ritrovarsi adolescente in un casolare buio, accerchiata dai fratelli minori. Mi avrebbe descritto la cucina fresca in cui passava intere ore a rimestare patate e cipolle, ad ascoltare il rumore dell’artiglieria in lontananza, o del passaggio degli aerei in formazione. Lei aveva conosciuto, ancorché bambina, la paura di viver rintanati come conigli, ma non aveva visto che quella sua casa e il campo tutto intorno. Dei nascondigli per le armi e dei giacigli per la notte sapeva soltanto Nello, e anche di chi aveva pagato con la vita.
«Ma non è così! Non erano mica soltanto uomini, come pensano alcuni».
C’era ad esempio la Paolina, che a diciassett’anni faceva la staffetta e sorrideva sempre: «Diceva che era per farci sentire meno soli, anche se i genitori li aveva persi entrambi e s’era ritrovata a dover badare ai nonni e al fratello più piccolo».
E di certo non si sarebbe mai dimenticato della Margherita, che più di una volta lo nascose nella sua cucina.
«Una bomba degli alleati cadde proprio sul tetto della sua casa, quando il marito gliel’avevano già ammazzato, ma non esplose. In cucina, che era subito sotto al tetto, ci lasciò un buco grande così».
E quel buco, mi spiegò Nello mimandone la circonferenza con le braccia spalancate, lo attraversava per andarsi a nascondere tra il muro e i mobili della cucina, rimasti miracolosamente intatti sul pezzo di solaio che non aveva ceduto.
«E come facevi ad attraversare il buco?»
«In un cantiere avevo trovato una tavola lunga più di tre metri. Dopo esser passato la toglievo e la mettevo per lungo sotto i mobili, spingendola a ridosso del muro. Io mi ero ricavato uno spazio dietro la vecchia cassapanca. C’andavano anche i piccioni passando per il buco rimasto nel tetto. C’era una puzza… però mica la sentivo dalla paura! E poi stavo così stretto e attaccato al muro che a fatica ci respiravo».
Perché lì dietro Nello mi spiegò che ci doveva stare di fianco, con una spalla poggiata a terra.
«È per quello che quando cambia il tempo mi fa male. Per via dell’umidità che c’era su quell’impiantito».
Eppure, nonostante il freddo e tutti i patimenti, ha campato quasi novant’anni, e la Fiammetta lo sentiva che era arrivato all’ultimo giro, e proprio per questo non l’interrompeva mai, anzi lo spronava.
«Raccontagli di quella volta che Carlone cadde nel fosso,» e giù a ridere da non saper continuare oltre.
Nello aggiungeva ogni volta un’espressione diversa, qualche particolare in più, ma il succo era sempre quello: che Carlone, per rubare l’uva, finì nel fossato in mezzo alle serpi.
Meno male che c’era un bel sole, perché Carlone si ritrovò inzuppo fino alla cinta dei pantaloni, e in tasca gli c’entrò anche una piccola ranocchia. È questo il particolare che ogni volta fa sbellicare dal ridere la Fiammetta.
«Si prese in giro per giorni. Gli si diceva che c’aveva guadagnato, che al posto della frutta aveva trovato del pesce fresco. La gente i partigiani se li immagina chissà come, ma in tanti eravamo poco più che ragazzetti».
Carlone fu uno dei tanti: di quelli che l’Italia non fecero in tempo a vederla liberata; ma Nello riusciva persino a riderci, tanto diceva che ormai era pronto a raggiungere anche lui i compagni dall’altra parte del fossato.
E infatti sì, non è che potesse andare poi tanto diversamente, ma a scriverne m’è successa una cosa che non avrei mai detto: che in mezzo a loro, a Carlone, Caterina, il Bencini, Mariano e Paolina mi ci sono sentito anch’io. E anche con quel Braciola e quel Panetto, che per quanto non sia riuscito a saperne niente, mi sembra d’averci passato un bel pezzo di tempo.
A guardare indietro, cinque anni son stati davvero tanti, e tutte le domeniche. Lo dice sempre anche la Fiammetta: «Meno male che la domenica ci vieni te a trovarmi, perché i miei figli, tra lavoro e famiglia, non c’hanno mai tempo per la loro mamma».
A volte le porto qualche dolcetto, più spesso un po’ di frutta fresca, che le ricorda di quando avevano la terra. A pranzo adesso mi fermo sempre, perché alle tagliatelle fatte in casa non riesco proprio più a rinunciare.
Piuttosto: il libro lo sto ancora scrivendo, ma ho smesso di fare domande. Certe idee mi vengono quando chiudo gli occhi, un attimo prima di addormentarmi sul divano, ma per appuntarle attendo il risveglio: mi dico che se resisteranno all’oblio, allora varranno davvero la pena.
La Fiammetta sostiene che io sia troppo severo con me stesso, e mi dice che a volte le ricordo il suo povero Nello.
«Era sempre a dire che avrebbe potuto far meglio questo e quello, ma penso che il suo l’abbia fatto, no?»
E io le dico che sì, che Nello il suo l’ha sicuramente fatto.
«E invece te ti senti in debito».
«Sì, penso che sia così».
Penso sia per questo che non voglio concludere, che mi trascino il lavoro dietro: perché dilazionando il tempo mi sembra di sdebitarmi, e per giunta con gli interessi.

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Montemaggio 
Marzo 2012 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

«Scrivo, cancello, riscrivo, cambio parole in continuazione. Forse dovrei arrendermi all’idea di essere uno scrittore mediocre».
«Se ti sentisse il mio povero Nello, con tutte queste lamentele. Andiamo a tavola, va».
E in silenzio mangiamo, chini ognuno sul proprio piatto.
La domenica è sempre questa storia, ormai saranno due anni, e non ne salto una. Cinque anni non si dimenticano così presto, non con un libro ancora tutto da scrivere e due nomi dispersi tra le righe della storia. Non con un monumento che lo vedono soltanto i piccioni e i gabbiani, perché il mare è vicino e col salmastro, si sa, la ruggine corre anche più veloce.
«Se ti sentisse il mio povero Nello, ti direbbe che sbagliare è un dovere, perché di quelli che per non sbagliare non hanno fatto niente se n’è conosciuti fin troppi».
La Fiammetta sembra mangiare perché è lenta, ma nel piatto non ci mette quasi niente. Si direbbe che usi piuttosto la forchetta per raccogliere i pensieri e digerirli piano, prima di azzardare una frase.
«Se ti sentisse… ma non può più sentirti, e mi manca il suo borbottare e maledire il mondo».
«Se ti sentisse che sei così nostalgica,» azzardo.
«E c’hai ragione, sembro proprio una vecchia bacucca».
E insomma il silenzio non è che duri molto, perché alla fine, senza neanche rendercene conto, ripetiamo gli aneddoti che Nello ha raccontato per anni.
«Come quella volta che Braciola e Panetto si sentirono male per quanto avevano mangiato, e gli prese a entrambi un attacco di diarrea proprio mentre dovevano scappare dai tedeschi».
«Sì, e poi dovettero pulirsi con l’erba secca».
«E puzzarono per giorni, perché non avevano sapone e neanche altri vestiti».
«E com’è che diceva il mio Nello?»
«Che lo stesso stavano uniti, e anche a dormirci accanto la puzza non dava fastidio, perché erano compagni».
«Era proprio così, ma ormai a chi vuoi che interessi?»
Dopo pranzo, la domenica, rimango ancora un poco ad aiutare: sparecchio la tavola e spazzo le briciole da terra, ma i piatti li vuol fare sempre la Fiammetta.
«Di forza ne ho ancora. Piuttosto, potresti andare a prendere dei fiori».
I fiori son quelli da mettere sotto al ritratto in bianco e nero, perché Nello la tomba non l’ha voluta e sulla bara chiese che non ci fossero corone.
«Buttami a mare,» le disse: «Quando muoio buttami a mare, che così mi mangiano i pesci».
«Ora che sta zitto, però, si fa come dico io».
E così ogni domenica mi manda dal fioraio davanti al piccolo cimitero, che ormai già lo sa cosa voglio e se non fosse per me, i garofani rossi non li terrebbe nemmeno più.
Ieri la Fiammetta mi ha fatto promettere che quando non ci sarà più dovrò prenderli anche per lei, perché tanto i figli faranno di testa loro e le porteranno le rose e i crisantemi, o addirittura quegli orribili fiori di plastica che basta spolverarli una volta l’anno.
«Mi raccomando,» mi ha detto, «nel libro dovrai scriverci anche questo. Che i garofani rossi non li vuole più nessuno. Scrivici che a noi piacevano le cose vere, le persone vere. Che alla fine ci hanno preso tutto. Scrivilo anche se non ci crederà più nessuno».
Ormai mi guarda in un modo che sembra già essere altrove, in un modo che lo può vedere chiunque cos’è che attende.
«Certo,» le ho risposto, «lo farò senz’altro».
Ebbene sì, cinque anni non sono affatto pochi, e alla fine non è che poi potesse andare tanto diversamente.

 

 

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