Con gli occhi chiusi Tozzi

(Foto di Massimiliano Timpano)

“Come si vede, io sono un pessimo lettore; e, quel che è peggio, me ne vanto”

Mi pare sia andata a ‘sto modo. Nell’atto perniciosissimo – e inutile pure ché la polvere tanto ritorna, ti giri e lei torna – armato di swiffer con manichetta telescopica quel tanto che basta per non star là a turarmi le froge, l’ho scovato pigiato tra Tomizza, mamma li russi Tolstoj e l’amato amatissimo altissimo Pier Vittorio Tondelli. Il podere, Tre croci, e Con gli occhi chiusi, ch’è quello di Federigo Tozzi su cui torno più di frequente.
È l’inconclusa storia d’amore tra due: Pietro prima bambino poi uomo, e Ghìsola, ragazzina poi donna. A rendere tutto più agevole e di facile approccio ci sta che il Tozzi, in questo suo romanzo come pure negli altri suoi, non si presenta mica come un aristocratico del lessico e della sintassi; non una parola di più, non una di meno. E però quanto ai temi che affronta (e al come) – che sono poi quelli che ricorrono in tutto quello che ha scritto – ecco che sono sberloni.
Metto volutamente da parte i temi più grossi che richiederebbero lenzuoloni di pagine (non ne sono capace) e impunemente scrivo di quel che ne fa un testo a me gradito.
I personaggi
Stanno più o meno tutti sullo stesso piano: i principali – che nel romanzo sono Pietro e Ghìsola – non sono più importanti dei contadini, degli assalariati, o dei camerieri. E sono protagonisti descritti nella loro similitudine col mondo animale (strada già battuta da Tozzi col suo Bestie) e che come il protagonista non lottano, mormorano e masticano perennemente la loro miseria, fino a tentare anche di non esserci più: “anche gli sembrava strano d’esistere; perciò ebbe paura di sé stesso, e cercò di dimenticarsi, fissando lungamente le palme delle mani finché riuscì a non scorgerle più”. Ma c’è di più e in quella che potremmo chiamare economia narrativa, Tozzi dedica la stessa attenzione alla morte di Anna, la malaticcia mamma di Pietro (“che ha il viso contratto, quasi che le rincrescesse della sua morte soltanto per gli altri, chiedendo di non esserne rimproverata”) a quella con cui descrive il seppellimento del povero cane Toppa.
Natura e la roba
Si è scritto di Tozzi a proposito di questa sua storia che è stato capace di superare il “naturalismo obbiettivante”. E Tozzi lo fa, mica scherza, e attua questo superamento: con la natura che diventa essa stessa comprimaria quando non ingombrante eroina. Penso “agli olivi e ai cipressi che si fanno posto tra le case; come se, venuti dalla campagna, non volessero più tornare a dietro” o alle “nuvole che si fermano sopra, quasi si mettessero a guardare”; e alle “piazzole che sono piccole e sbilenche, ripide affondate, senza spazio; perché tutti i palazzi antichi stanno addosso a loro”. Che dire poi della relazione che i personaggi hanno con la natura stessa, con Pietro che ammollato d’amore abbraccia un pulcino o che aiuta le formiche ostacolate nel loro cammino da un ceppo; e che a volte pure esce sconfitta (la natura) con Ghìsola che schiaccia la testa ai passerotti, o col ragazzo che stacca le zampe e le ali ai grilli. Pure nel romanzo capita che ci sia una vera e propria amalgama tra la roba e gli uomini, tanto che parlando d’una donna scrive che “la farina era lei stessa e tutta la sua famiglia”; e che può aver maggiore importanza (la roba) degli uomini, come quando un’assalariata, dopo aver chiesto al marito se per caso nella farina ci siano finite delle farfalline, si sente rispondere “sarebbe meglio che si rompessero le costole a te” con lei che non ribatte ma che “arrossisce” “contenta”.
E, per concludere questo mio inutile pateracchio in cui mi sono scientemente ficcato, posso soltanto dire che voglio molto bene a Federigo Tozzi. Sono felice che ci sia stato. Voi, leggetelo e non fatevi fiaccare da gentaccia come me.

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Massimiliano Timpano vive a Roma. Ha scritto per Bompiani Chiuso per Kindle e La vita, se altro si dice. In attesa che esca il suo romanzo “grosso” sempre per Bompiani, scrive un’ultima storia, poi basta.