img_20171023_2024471172421443.jpg

di Alba Coppola

Nel giugno del 1594, Torquato Tasso, giungeva a Napoli da Roma, gravemente provato dalla malattia che di lì a meno d’un anno avrebbe avuto ragione del suo organismo, debilitato dagli anni durissimi nel carcere manicomio di S. Anna. Non cercava solo un clima più salubre, ma intendeva anche seguire più da vicino gli sviluppi della causa sull’eredità materna, che gli era contesa dal potente principe d’Avellino, Marino Caracciolo, dal momento che il casato della madre del poeta, Porzia de’ Rossi, era appunto un ramo di quei Caracciolo.
In una lettera dell’8 ottobre inviata dal monastero di San Severino, a Orazio Feltro, uno tra i suoi più intrinseci nella città partenopea, si trova la prima notizia di un’elegia latina indirizzata dal poeta alla gioventù napoletana. Per le correzioni d’alcune ‘inavvertenze’, come le chiama, linguistiche, s’era rivolto a un dotto gesuita, Francesco Guerriero, col quale era entrato in amicizia durante quello che sarebbe stato il suo ultimo soggiorno napoletano, e l’incrociarsi convulso e un po’ disordinato di lettere e biglietti anche con altri corrispondenti napoletani del poeta, tra cui lo stampatore Francesco Polverino, mostra com’egli desiderasse una pubblicazione dell’elegia in tempi brevissimi, secondo una cura costante degli ultimi anni della sua vita, nei quali malgrado la salute ormai definitivamente compromessa, o forse proprio perciò, il Tasso attendeva febbrilmente al rifacimento di alcune sue opere e alla composizione di altre, mentre sognava un’edizione completa della sua produzione a Venezia, come avrebbe scritto di lì a poco, il 16 novembre del 1594, da Roma ad Antonio Costantini.
Ma vivente l’autore il componimento non fu pubblicato e continuò per secoli a circolare manoscritto fra pochi lettori privilegiati. Due gli autografi che oggi restano dell’elegia. Il più antico è quello che il Serassi vide nel 1790 presso l’abate Saverio Gualtieri, i cui discendenti lo conservarono fino all’aprile del 1930, quando lo vendettero alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove è tuttora conservato, in un manoscritto miscellaneo che raccoglie oltre all’elegia, due lettere e un biglietto del Tasso, un biglietto del Cozzarelli al Guerriero, le correzioni del Guerriero alla composizione. L’altro autografo è conservato in una silloge di cinque carmi della Biblioteca Palatina di Parma, due apografi sono alla Nazionale di Firenze, uno alla Vaticana, uno alla Biblioteca Ambrosiana.
Edizioni ottocentesche nel 1822, nel 1831, nel 1877, nel 1895. Nel Novecento quella di Antonio Altamura nel 1958, ripubblicata nel 1959 e finalmente l’edizione critica a cura di Francesco Pavone, nel 1968, con un apparato che mostra immediatamente la particolare importanza dell’autografo napoletano, per la presenza delle varianti d’autore ancora non risolte, diverso dall’ordinato autografo parmense.
E veramente l’autografo napoletano è un emozionante, commovente ingresso nel laboratorio creativo del poeta, con varianti e versi tormentati, con l’appunto in margine di un mezzo verso virgiliano, coi lemmi sparsi di prova o d’appunto in una carta solidale a quelle dell’elegia.
Il componimento Ad Juventutis Neapolitanae Principes, in distici elegiaci, è in larga parte un incastro di citazioni da Virgilio, Orazio, Catullo, forse anche da Lucano. Si apre con una bella apostrofe, su calco virgiliano, alla insigne gioventù napoletana, generata dal morbido, fertile seno d’una terra beata, gioventù potente d’armi e di dominî, tremenda nella guerra, sicura e lieta sotto il suo principe, discendenza più illustre di quella di Romolo. Ma subito la lode si sposta alla terra felice che nutre la nobile stirpe, terra della guerra e della pace, cara a Pallade, con la descrizione paesaggistica di una natura tipicamente autunnale, con i boschi che arrossano le foglie, mentre si spande ovunque il profumo dei pomi delle Esperidi, fra trionfi d’alloro e fiorire di gigli e viole, che le Muse intrecciano assieme alle poesie. E sono note e richiami classico-umanistici. Ed ecco la madre Dedala e le Pieridi Muse, ed è Apollo stesso che spira nelle parole della florida gioventù napoletana, e nella dolce notte della città, nel vento leggero, non lontano dall’onda che mormora sulla carena delle navi, il bosco profumato s’illumina dell’ombra di Virgilio. Poi, la lunga lode delle grandi imprese in guerra, la tentazione di elencare i nomi illustri dei combattenti fanno pensare al Tasso epico. Poi versi che, a parte i riscontri puntuali, per l’andamento ritmico, nella sequenza delle arsi sono propriamente virgiliani. L’elegia si chiude con un’ultima apostrofe a quella gioventù cui si addice lo splendore delle armi, ma forse più ancora il nobile pallore che dà la fatica degli studi, ed ancora una citazione virgiliana, ed è il Virgilio delle Georgiche preferito a quello delle Bucoliche, per il quale non l’amore, ma il lavoro tenace vince ogni cosa.
Certo, l’elegia non è particolarmente notevole, ma, tornando al latino quasi al termine della sua esistenza, Tasso sembra toccare nuovamente e in sintesi le sue corde preferite, magari con accenti di velata malinconia. C’è nell’elegia, nel naturalismo di certe descrizioni, un’allusione e un rimando al Tasso pastorale, quello dell’Aminta e di alcune rime, c’è un rimando all’epica e c’è un invito agli studia humanitatis.
Partito dall’esercitazione umanistica del verseggiare in latino, al limite dell’esistenza il Tasso rivisita i luoghi della fanciullezza, ma in questa rivisitazione entra l’intera sua esperienza poetica: l’elegia appare come un ‘congedo’ infinitamente più dimesso di quello d’oraziana memoria, un larvato e sintetico testamento.