Modiano Bertini

Pubblicato un anno prima di Dora Bruder – che è probabilmente il suo capolavoro – Dall’oblio più lontano (trad. di Emanuelle Caillat, ed. orig. 1996, Einaudi, 2017, 142 pp., € 17,50) non è uno dei romanzi più conosciuti di Modiano. Non è un’opera di intensa, straziante poesia come Riduzione di pena (1988; trad. it. Lantana, 2011) e non ha le intriganti venature noir di Bijou (2001; trad. it. Einaudi, 2014). È però un tassello importante di quella rievocazione degli anni Sessanta del Novecento a cui spesso il romanziere ritorna, intrecciando memorie personali e frammenti di cronaca appena riconoscibili, semicancellati dal tempo come i manifesti nei décollages di Mimmo Rotella.

Il narratore, il cui volto sfuma ambiguamente in quello dell’autore, ripercorre, negli anni Novanta, un’avventura vissuta nei primi anni Sessanta: il suo incontro con Jacqueline, legata a Van Bever, giocatore di professione nei casinò di provincia; la loro storia d’amore clandestina, sullo sfondo dei lungosenna nebbiosi e degli alberghetti del quartiere latino; la fuga della giovane coppia in quella Londra anticonformista che di lì a poco si trasformerà in una sorta di capitale mondiale della trasgressione. Le figure femminili di Modiano devono tutte qualcosa all’Albertine di Proust: sono, come lei “êtres de fuite”, esseri sfuggenti, fantasmi inafferrabili di cui è impossibile conoscere veramente il passato e prevedere le mosse future. Jacqueline non fa eccezione: dopo aver spinto il narratore a derubare un amico ricco di Van Bever per finanziare la loro fuga a Londra, a un certo punto sparirà nel nulla, lasciando Patrick più solo e smarrito che mai. La sua figura però non ha i tratti duri, determinati della dark lady. Jacqueline è, come Patrick, una creatura alla deriva, un’adolescente che cerca di sopravvivere in un mondo ostile di predatori adulti. Un barlume della sua giovanile fragilità continuerà a brillare in lei quando Patrick la rivedrà casualmente, quindici anni dopo: non più con i lunghi capelli sciolti sulla giacca di pelle e i pantaloni neri stretti alla caviglia, ma in un abito scollato da signora elegante che frequenta le feste della buona borghesia nel quartiere chic del Bois de Boulogne.

I luoghi in cui si svolgono le vicende di Dall’oblio più lontano finiscono per esercitare sul lettore una fascinazione un po’ ipnotica; forse perché non vengono mai propriamente descritti – la descrizione è estranea a Modiano come a Simenon –, ma piuttosto evocati attraverso l’emozione di chi li attraversa. È il caso del piccolo square londinese in cui si imbattono Patrick e la sua compagna in una notte d’estate:

Siamo arrivati davanti a un giardino di cui non ricordo il nome. Era vicino all’appartamento, e ho consultato spesso la mappa di Londra per ritrovarlo. Che fosse Ladbroke Square, oppure si trovava più lontano, dalle parti di Bayswater? Le facciate delle case che lo circondavano erano buie, e se quella notte avessero spento i lampioni ci saremmo potuti orientare al chiarore della luna piena.
Avevano dimenticato la chiave nella serratura del cancelletto. L’ho aperto, siamo entrati nel giardino e ho dato una mandata dall’interno. Eravamo chiusi dentro e non poteva entrare più nessuno. Ci ha avvolti una frescura improvvisa, come se ci fossimo inoltrati in un sentiero nel bosco. Sopra di noi le chiome degli alberi erano così folte che a stento lasciavano filtrare i raggi della luna. (…)
–Si sta bene qui,– mi ha detto Jacqueline.
Mi ha appoggiato la testa sulla spalla. Le chiome degli alberi nascondevano le case attorno al giardino. Non sentivamo più il caldo soffocante che da qualche giorno opprimeva Londra, quella città in cui bastava girare l’angolo per trovarsi in una foresta.

Questa Londra un po’ flou, i cui contorni indeterminati ricordano quelli delle foto notturne di Brassaï, è certo un luogo irreale, un luogo di sogno. Eppure, per ricrearla, Modiano ha lungamente interrogato non soltanto i propri ricordi, ma cronache, fotografie e memorie degli anni Sessanta. Lo ha messo in luce il più attento studioso della sua opera, Denis Cosnard. Autore di un importante studio, Dans la peau de Patrick Modiano (Paris, Fayard, 2010), Cosnard ha rintracciato un’ampia serie di frammenti di realtà che lo scrittore ha interpolato nella finzione di questo romanzo.

Uno dei personaggi più stravaganti ed enigmatici dell’avventura di Patrick a Londra, ad esempio, è il ricco costruttore Peter Rachmann. Ambiguo mecenate dei giovani beats, Rachmann si è arricchito comprando interi quartieri fatiscenti; tra le mura cadenti di palazzi in rovina, ama crearsi dei rifugi segreti, dove consuma le sue avventure erotiche con giovani donne. Ora, ci rivela Cosnard, Rachmann non è affatto una figura immaginaria e le cronache londinesi ebbero ad occuparsi di lui nel contesto del cosiddetto “scandalo Profumo”. Nel 1963 il ministro della guerra inglese John Profumo fu costretto alle dimissioni per aver frequentato una “ragazza-squillo”, Christine Keeler, che aveva rapporti anche con una spia sovietica. Christine e la sua amica Mandy Rice-Davies facevano parte dell’entourage di Rachmann. Un’allusione ancora più esplicita all’attualità del tempo è affidata da Modiano a Linda Jacobsen, la bruna dagli occhi azzurri, vicina di casa di Patrick e Jacqueline, dal cui appartamento filtra sempre un profumo dolciastro di haschisch. È nel suo stesso nome che si nasconde un riferimento cifrato a Christine Keeler:

Nel 1963 – scrive nel suo libro Cosnard – Christine Keeler posò nuda, seduta a cavalcioni su una sedia, per una foto che divenne celebre. La sedia in questione era un modello di Arne Jacobsen, designer danese noto per una serie di caffettiere chiamata Cylinda. Il nome Linda Jacobsen costituisce dunque una doppia strizzata d’occhio a questa foto divenuta un’icona.

Christine Keeler

La Londra onirica di Modiano, fluttuante nella memoria del narratore, è dunque un luogo fantastico, così come in Incidente notturno diventa un luogo fantastico la parigina Esplanade du Trocadéro, dove il protagonista vede risorgere dalle nebbie del passato un cane amato nell’infanzia. Ma è anche un concentrato di realtà, la quintessenza di un’epoca, la sua memoria salvata dal nulla e riportata alla luce, secondo le parole di un poeta, Stefan George, “dall’oblio più lontano”.

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