Gian Burrasca.jpg

Tra i suoi autori da capezzale, Alberto Savinio conta Omero e Collodi. Io che ho esigenze meno mitiche, e più prosaicamente cronachistiche, a Omero sostituisco quell’Omero moderno e domestico che è Proust, e a Pinocchio quel Pinocchio minore, tutto immerso nelle contingenze del suo tempo, che è Gian Burrasca. Entrambi, non a caso, raccontano con ironica empatia un pezzo di belle époque: forse l’ultima stagione in cui nella nostra civiltà si respirò un’aria di collettiva fiducia nel futuro – l’ultima stagione dominata da un’Europa ancora “artigianale”, “ingenua”, e ignara delle catastrofi novecentesche. Credo sia per questo che è così rilassante tendere la mano sul comodino e trovare Proust o Vamba, aprirli a caso e leggere un episodio dell’uno o dell’altro, a seconda del grado di appetito letterario. La differenza è che la Recherche non l’ho percorsa più di una volta e mezzo, mentre il Giornalino di Gian Burrasca l’ho riletto qualche decina di volte. Anche il suo autore, come Collodi, era un fiorentinaccio cresciuto nel giornalismo di costume – dai cui vezzi però, a differenza del collega, non si liberò del tutto nemmeno scrivendo fiabe. Dopo la prima giovinezza trascorsa in ferrovia, Luigi Bertelli (1860-1920) approdò a Roma, nell’ambiente delle gazzette firmate con gli pseudonimi, e scelse per sé il nome del buffone dell’Ivanoe di Scott. Con la sua vena facile e la sua combattività mazziniana, improvvisando versi burleschi e “pupazzetti” – cioè disegni umoristici – Vamba s’impose nel “Capitan Fracassa” di Gandolin, dove satireggiò senza troppa cattiveria Depretis, e poi nel “Don Chisciotte”, dove prese di mira Crispi. Intanto pubblicava almanacchi e albi, tra cui quello celebre dell’Onorevole Qualunquo Qualunqui, che “rappresenta al Parlamento italiano il secondo collegio di Dovunque, della quindicesima legislatura, e fino agli ultimi tempi ha fedelmente combattuto nel partito dei Purchessisti, propugnando il programma Qualsiavoglia e appoggiando costantemente il gabinetto Qualsiasi”. Col barbone crespo, la pipa, e “un aspetto tra lo sbarazzino e il brigantesco”, come lo descrisse Ugo Fleres, Bertelli si dimostrava fiorentino anche nell’attitudine agli scherzi extraletterari, alle burle di sapore brunelleschiano. Pare ad esempio che ad Arturo Labriola si presentasse con strani occhiali e tait, fingendosi un fratello di Vamba dissenziente dal giornalista: e per un po’, a giorni alterni, i due fantomatici parenti si sfogarono l’uno alle spalle dell’altro col povero rivoluzionario, che tentava invano di mettere pace. Dopo la stagione romana, Bertelli tornò a Firenze a redigere un giornale satirico provinciale, “Il Bruscolo” (1901-1905), dal direttore definito “organo dei quattro gatti repubblicani”. Ma la sua grande invenzione prese corpo nel giugno del 1906, quando pubblicò il primo numero del “Giornalino della Domenica” dedicato ai ragazzi, una rivista a cui collaborarono scrittori e artisti del calibro di Pascoli, Capuana, Fucini, Deledda e Nomellini, e a cui si affiancò un mensile scritto tutto dai piccoli lettori, “Il passerotto”. Fin da subito, con le sue pagine aperte al dialogo e coi suoi progetti di beneficenza, il “Giornalino” raccolse intorno a sé qualcosa di più di un pubblico: una sorta di attiva “società dei ragazzi”, ovviamente borghesi. Fu, in questo senso, l’anello di passaggio tra l’ottocentesco “Giornale per i bambini” di Ferdinando Martini e le future esperienze di Mario Lodi. Vamba fondò addirittura una Confederazione di piccoli cittadini giornalineschi, con ministri, ambasciatori, deputati, prefetti e sindaci, eletti senza distinzioni di sesso e di età, e divisi per quartieri che prendevano nome dai giardini pubblici, il luogo per eccellenza caro ai ragazzi. Nacquero così degli assessorati giovanili a Sport, Gola, Pace pubblica, Reclami. E per quel che riguarda i prefetti, ce n’erano anche in Venezia Giulia, Dalmazia, Istria, Trentino. Il “Giornalino” recava come distintivo il disegno di due bimbi che additavano le terre italiane oltre l’Adriatico. Fu infatti, tra il 1906 e l’11, l’organo dei giovani irredentisti, e ahimè dei futuri soldati della Grande Guerra. Ma fu anche, e soprattutto, il luogo di nascita di Gian Burrasca. Abilissimo nel rimaneggiare i testi altrui, Vamba trasse la materia da un libro inglese, le Memorie di un ragazzaccio; ma ricalcate le prime avventure, si allontanò dall’originale e proseguì a mano libera, affiancando alla narrazione quei disegni di Giannino Stoppani che sono una geniale caricatura dell’espressività infantile. Come si diceva, nemmeno quando si volse all’infanzia riuscì a dimenticare il suo risentimento politico: “Dice al ragazzo, perché l’adulto intenda”, ha scritto di lui Bargellini. Già nel 1893, nel suo Ciondolino, favola entomologica in cui lo svogliato protagonista si trasforma in formica, l’autore teneva a precisare: “Ho pensato, bambini, di farvi vedere molte cose grandi negli esseri piccoli. Più tardi nel mondo vedrete molte cose piccole negli esseri grandi”. E la dedica del Gian Burrasca recita: “Ai ragazzi d’Italia, perché lo facciano leggere ai loro genitori”. Perché riflettano sulle pecche dei loro metodi educativi, certo; ma anche perché il senso di alcune scene è interpretabile fino in fondo soltanto da un adulto.
La Firenze del Gian Burrasca è lo specchio dell’Italia giolittiana, un’Italia prosaica in cui l’eco delle lotte risorgimentali era ormai confinata nella retorica e nei particolari più inerti del costume; e Vamba, con polemico umorismo, ne associa il pathos al mondo minore ma anche più genuino dei ragazzi, monelli ancora idealisti e incorrotti. Alla prima pagina apprendiamo che Giannino Stoppani festeggia il compleanno, in occasione del quale gli è stato regalato il giornalino in tela verde su cui scrive il suo diario, nella simbolica data del 20 settembre. E poco oltre, sfuggito alle punizioni parentali con un avventuroso viaggio sulla garetta di un vagone merci, sentendosi un eroe in fuga dalla tirannia e credendo di morire soffocato sotto un tunnel, Giannino imprime sul diario la sua mano nera e scrive con uno zolfino spento un convinto “mojo per la libertà”. Questi tratti di caparbietà, all’inizio così comici, lo saranno molto meno quando Vamba, nella seconda parte del Giornalino, inventerà quel luogo di autentica tirannia che è il collegio Pierpaoli: dove Stoppani e gli altri convittori, spediti lì da genitori al limite della sopportazione, agiscono come veri e propri congiurati mazziniani.
Il bisogno dell’autore di “parlare ai grandi” si avverte quasi ovunque; e spesso Giannino e i suoi coetanei, più che dei personaggi autonomi, sembrano degli strumenti concepiti per svelare la meschinità e la rapacità degli adulti borghesi. Fin dall’incipit, Gian Burrasca comincia a mettere in crisi la famiglia con qualche scherzetto lieve, come per farsi la mano. Non sa come riempire il giornalino, e così va a copiare un pezzo del diario di una delle sue tre sorelle grandi, Ada, scegliendo proprio le righe in cui la ragazza lamenta che i genitori vogliano farle sposare un vecchio laido ma danaroso. La sera stessa il giornalino capita tra le mani di questo grottesco pretendente, che lo legge e abbandona casa Stoppani per non tornarci mai più. Poco più avanti, Giannino nuoce di nuovo alle sorelle recapitando a una serie di loro conoscenti maschi le rispettive foto, sulle quali le ragazze avevano annotato delle opinioni poco lusinghiere (“vecchio gommeux”, o dall’Ernani “Vecchio Silva Stendere”), e ottiene così il bel risultato di mandare a monte un ricevimento. Poi, senza concedersi soste, rivela a una ricca parente venuta in visita, la zia Bettina, che le sue sorelle la trovano ridicola, che preferiscono non averla in casa quando c’è gente, e che da lei si aspettano solo dei regali degni e una consistente eredità. Giannino racconta queste sue imprese col candore del finto tonto, come se non sapesse che la sua opera di tendenziosa “diffusione della verità” in un ambiente di consolidata ipocrisia non può che avere conseguenze disastrose. Qualche volta però s’intromette in faccende di cui ignora davvero i meccanismi; e la bravura di Vamba sta proprio nel trarre effetti comici da questa indefinita consapevolezza del suo personaggio. Perfino Giannino, tuttavia, deve ammettere che alcune “birbonate” sono tali fin dalla loro concezione. Ma in questo caso gli piace insistere sulla loro irresistibilità. Ecco come Gian Burrasca, che per i fuochi d’artificio ha una vera passione, descrive il matrimonio della sorella Luisa col dottor Collalto: “Quando gli sposi sono scesi dal Municipio, io mi son messo dietro a loro. Erano così commossi, che non mi hanno neanche visto. Allora, non so come, m’è venuto l’idea di attaccar la girandola al bottone di dietro del frak di Collalto e acceso un fiammifero le ho dato fuoco….”. Gian Burrasca “non sa come”: sa solo che una volta concepita l’idea, la sua attuazione è fatale. Più o meno allo stesso modo racconta lo scherzo giocato a scuola al Betti, un compagno vestito sempre all’inglese ma con le orecchie costantemente sudicie, e per questo soprannominato il Mi’lordo: “Io ho sempre detto che sono un gran disgraziato, e lo ripeto. Infatti guardate: io porto a scuola una bottiglietta d’inchiostro rosso proprio nel giorno in cui alla mamma del Betti viene in mente di mettergli una golettona inamidata di due metri (…) Basta. Non so come mi è venuta l’idea di utilizzare la goletta del Betti, la quale era così grande, così bianca, così luccicante….”. E così, sopra la goletta, Giannino è “costretto” a scrivere la frase-ritornello del temuto professor Muscolo, che chiamerà quella vittima designata del Mi’lordo alla lavagna, rendendo la scritta visibile a tutta la classe.
Ma torniamo alla satira sociale, al Vamba che parla un po’ ai ragazzi e molto ai grandi. Uno dei bersagli più evidenti del Giornalino è la strumentalizzazione del partito socialista – in quel periodo sdoganato da Giolitti – da parte dei rampanti professionisti borghesi. In casa Stoppani, questi professionisti si presentano nelle vesti dell’avvocato Maralli. Un compagno di scuola di Giannino, nipote di un commendatore moderato, lo considera ancora uno straccione, e mamma Stoppani lo chiama “eresiarca”; ma il babbo è già più indulgente o lungimirante: “farà carriera e bisogna adattarsi ai tempi, molto più che oggi l’essere socialista non è una cosa brutta come venti anni sono”. Maralli è il personaggio vessato da Gian Burrasca nel modo più insistente, esilarante e involontario. All’inizio lo troviamo a uno spettacolo allestito in casa dal ragazzo, che tenta temerariamente di riprodurre i trucchi di un prestigiatore. A un certo punto l’avvocato si presta a fare da cavia per un esercizio, e Giannino, con un colpo di pistola, quasi gli cava un occhio. In realtà questa birbonata, come altre, sarà a suo modo provvidenziale, perché durante la convalescenza Maralli stringerà una relazione con Virginia, sorella di Giannino, e deciderà di sposarla. Ma le sorprese, per il povero avvocato, non sono finite. Un giorno che Gian Burrasca, ormai suo cognato, si trova solo nel suo studio legale, arriva un contadino a chiedere aiuto. È stato coinvolto in uno sciopero, e con altri compagni ha lanciato sassi ai soldati, che si son messi a sparare. Ora vuole sapere se al processo deve dirlo o no, questo fatto dei sassi. Giannino, convincendolo che chiedere un parere a lui è come chiederlo al cognato, gli risponde con diabolica innocenza che dev’essere proprio un grullo ignorante se non sa che in tribunale bisogna dire “la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità”. Ovviamente, su simili presupposti, Maralli perderà la causa. In questo caso avviene il contrario di quel che era successo con l’affare della pistola: là un’azione sciagurata aveva prodotto un buon esito, qui l’applicazione di un sano principio diventa una sciagura. Vamba ironizza su un mondo in cui i ragazzi sono puniti non in base alla sbandierata etica kantiana della volontà e dei principi, ma solo in base alle conseguenze accidentali dei loro gesti: “quando il male che può fare un ragazzo vi torna utile,” scrive Giannino-Bertelli, “voialtri grandi siete pieni di indulgenza; mentre poi se facciamo magari qualcosa a fin di bene e che ci riesce male (…) allora ci date tutti addosso senza remissione!”. Comunque le sventure di Maralli non terminano con l’umiliazione sul lavoro. Nel periodo che Gian Burrasca sverna a casa sua, abita lì anche Venanzio, un vecchio zio da cui l’avvocato si aspetta una lauta eredità. Ma Giannino, stavolta in modo assai poco innocente, spiffera al sordo Venanzio – al quale, tra l’altro, pesca un dente di bocca – tutti gli epiteti ingiuriosi che gli affibbia il nipote. Così, morendo, lo zio lascia beffardamente a Maralli solo il dente strappatogli dal monello; e nel testamento, con suprema ironia, scrive di aver deciso di assegnare le sue sostanze ai poveri proprio per non fare un torto alle dottrine socialiste professate dall’avvocato. Maralli, furioso, tenta di trarre dalla disdetta almeno un vantaggio pubblico, e fa scrivere sul giornale di partito di aver suggerito lui stesso allo zio quel testamento. Ma non ha fatto i conti con Giannino, che dopo averlo rovinato professionalmente e patrimonialmente si prepara a stroncargli la carriera politica, sebbene con le migliori intenzioni. Un giorno, leggendo sul giornale dei conservatori che Maralli sarebbe un mangiapreti, il ragazzo pensa bene di protestare. Infatti ricorda perfettamente quella mattina che, pur non essendo stato invitato, s’è nascosto dietro al mantice della carrozza che conduceva l’avvocato e sua sorella a sposarsi in una chiesetta di campagna: e a riprova mostra ai redattori le pagine del suo giornalino dove ha segnato l’accaduto (e che Maralli, chissà perché, voleva strappare…). Giannino, monello di nove anni tutto d’un pezzo, non sa ancora niente delle doppiezze degli adulti, e dunque non prevede che i redattori del giornale conservatore titoleranno subito “L’avvocato Maralli libero pensatore in città e bigotto in campagna”; né che suo padre, per un gesto così innocente (ma destinato a far perdere le elezioni al genero), deciderà di chiuderlo in una casa di correzione… Quello del socialista-arrivista è insomma un Leitmotiv su cui Vamba si diverte da cima a fondo. E viene da chiedersi cosa ne avrebbe fatto cent’anni dopo: forse avrebbe inventato un Gian Burrasca informatico che sbugiarda l’apparente trasparenza dei grillini? Avrebbe immaginato uno Stoppani figlio o nipote di un giustizialista in carriera mediatica, che porta a galla il moralismo spregiudicato del padre o dello zio rivelando involontariamente la loro insaziabile volontà di potere?
Oltre al socialismo imborghesito, si ritrovano nel Giornalino molti altri tratti tipici dell’epoca, introdotti con ammirevole agilità stilistica. C’è, ad esempio, la descrizione di una mentalità attratta dai fenomeni paranormali: mentalità che fa capolino all’inizio, quando la zia Bettina crede di vedere lo spirito di un tal Ferdinando nella sua pianta di dittamo improvvisamente cresciuta – in realtà manovrata da Gian Burrasca nascosto con un bastoncino sotto il balcone – e che trionfa poi nelle sedute spiritiche del collegio Pierpaoli, degne di stare accanto alle analoghe scene del Fu Mattia Pascal e della Coscienza di Zeno. C’è, ancora, la fascinazione per l’esotico, filtrata in Giannino dalle letture salgariane. A una sfortunata bambina (nipote del Maralli!) il monello taglia i capelli e tinge la faccia da mulatta per giocare allo schiavo e al padrone, abbandonandola poi in un parco sotto la pioggia per essere realista fino in fondo. Ma soprattutto, quando è in campagna dalla zia Bettina, stupisce i figli dei contadini improvvisando un serraglio: vernicia l’adorato cane della zia da leone, la pecora da tigre, l’asino da zebra, traveste il maiale da coccodrillo, e trucca un bimbo da scimmia appendendolo a un ramo. Punito per questa alzata d’ingegno, ma ammirato per il disegno del serraglio che ha tracciato nel giornalino, Stoppani ripete a modo suo la sentenza omerica sulle sventure umane assegnate dagli dèi per dare ai poeti materia di canto: “se non avessi avuto l’idea di fare il serraglio delle belve feroci non avrei avuto quella di disegnarlo (…) dunque, certe scappate, per un ragazzo che si sente nato per far l’artista, son necessarie”.
Per tutto il Giornalino, come si sarà capito, Gian Burrasca vaga da una casa parentale all’altra; finché il parente di turno, esasperato, non manda un telegramma ai genitori perché vengano a riprenderselo. Così, marachella dopo marachella, anziché ottenere l’agognata bicicletta Raleigh, finisce regolarmente accarezzato sul didietro dagli stivali paterni, tanto da faticare a star seduto, e viene nutrito a sole minestrine in una camera chiusa a chiave, dalla quale tenta di calarsi con lenzuola ispirate ai corsari salgariani, magari dopo essersi paragonato a Pellico reduce “dalle patrie battaglie” (ma qui il radicale Bertelli piazza subito una nota per i grandi: “Si prega di condonare (…) al povero Giannino, oltre l’audace associazione d’idee, l’errata classificazione di Silvio Pellico nelle patriottiche benemerenze”). Questo tran tran di traslochi, punizioni e fughe, continua finché il padre decide di spedire l’irredimibile Gian Burrasca in collegio. L’istituto Pierpaoli, coi suoi professori servili e le sue meste minestrine di riso, è un luogo di tirannico, tragicomico squallore, gestito da una coppia di grotteschi criminali comuni: la direttrice Gertrude, tonda e bassa, e il marito Stanislao, uno scheletrico spilungone coi mustacchi e un portamento insensatamente militaresco, che lei in privato chiama “imbecille” e che gli alunni hanno soprannominato Calpurnio, alludendo a un passo del manuale di storia romana dove si parla di un console “Lucio Calpurnio Bestia”. Stoppani, appena arrivato, trova subito il modo di farsi punire e viene chiuso in una specie di prigione. Lì, arrampicandosi fino a una finestra che dà su un cortile interno, sente un agghiacciante dialogo tra il nuovo sguattero e il cuoco, che gli spiega come si mette insieme l’agognata e saporita minestra di magro alla casalinga del venerdì, unico piatto succulento nella dieta dei convittori – in sostanza, col brodo della rigovernatura di un’intera settimana. I direttori tentano di convincere Giannino che il cuoco scherzava; ma appena uscito dalla sua cella, ed entrato in quella specie di carboneria collegiale che è la società segreta “Uno per tutti e tutti per uno”, il ragazzo partecipa a una verifica ingegnosa. Insieme ai compagni ruba l’anilina dal gabinetto di chimica e ne lascia cadere un granello in tutti i brodi della settimana, finché il venerdì, tra lo sconcerto generale, viene servita una minestra rossa. E non è l’unica impresa legata alla dieta: poco dopo, gettando petrolio sulle balle dell’odiato riso, i congiurati ottengono finalmente un piatto genuino, la pappa col pomodoro. Ma l’avventura più clamorosa del collegio si deve al buco che l’instancabile Gian Burrasca scava nella parete della sua camera, in corrispondenza dell’armadietto personale. La parete è sottile: dall’altra parte, oltre la tela di un quadro, c’è la stanza privata dei direttori. Il quadro raffigura il fondatore del collegio, Pierpaolo Pierpaoli, e con un’ardita incursione i congiurati riescono a praticargli due buchi all’altezza degli occhi, nei quali Giannino infilerà i suoi. Muovendo le pupille alla fioca luce notturna, e modulando una voce cavernosa, il ragazzo si fingerà il minaccioso spirito del fondatore, terrorizzando Gertrude, Stanislao e il cuoco. Poi li convocherà in una seduta spiritica a luci spente, nella quale i suoi compagni interverranno picchiandoli a sangue e lasciando credere – per un po’ con successo – che si tratti di una punizione affibbiatagli dal fantasma pierpaolino.
Il periodo del collegio è notevole anche per un’altra avventura, che non si svolge lì dentro ma che tra quelle mura un compagno di Giannino, Gigino Balestra, racconta al narratore per spiegargli le ragioni che hanno deciso suo padre a internarlo. E’ di nuovo un’avventura legata alle doppiezze del socialismo, il più felice bersaglio bertelliano. Dunque, Balestra ha un papà che è insieme pasticcere e socialista. L’ultimo 1 maggio, mentre teneva un comizio, Gigino ha pensato bene di applicare a suo modo l’abolizione della proprietà privata, lasciando che folte schiere di ragazzi entrassero nella bottega paterna, divorando centinaia di paste e scolandosi litri di rosolio (la golosità infantile è un motivo che percorre tutto il Gian Burrasca). “Il vero torto di noi ragazzi è uno solo: quello di pigliar sul serio le teorie degli uomini”, commenta Stoppani condensando il succo delle esperienze raccontate nel suo giornalino. Che è, lo si è visto, un libro di continue e ingegnose trovate comiche. Ma il suo fascino non sta solo nell’umorismo o nella satira: sta anche, e forse soprattutto, nella capacità di restituire con tratti rapidi e in apparenza noncuranti il colore di un’epoca, quell’atmosfera in cui il lettore postnovecentesco può avvolgersi con voluttà gozzaniana. Ed è un’atmosfera che perfino le imperfezioni architettoniche del testo contribuiscono a rendere più credibile. Tutto sommato, il Gian Burrasca non riesce a raccontare davvero l’evoluzione di un’infanzia sul limite dell’adolescenza: è un puro canovaccio di peripezie, e lo sviluppo dei personaggi appare insufficiente. Ma è appunto questo difetto di penetrazione fantastica, questa sospensione conoscitiva, unita però a una grande efficacia bozzettistica, a dare un maggior senso di realtà, a suggerire al lettore che quelle figure presentate di scorcio “esistono” a tuttotondo in un altrove, e a stimolarlo a leggere e rileggere, fino a impararle a memoria, le minime descrizioni assegnate a ciascuna, con l’atteggiamento che oggi riserviamo alle serie (Vamba aveva promesso un seguito al Giornalino…), ma con in più il gusto dell’immersione in un passato storicamente addomesticato, familiare e riposante nella sua chiusa lontananza. Così, lettura dopo lettura, continuiamo a fantasticare sull’“altra vita” dei personaggi, specie di quelli secondari. Cosa farà lo sferico, contadinesco Capitani, vecchio pretendente di Ada? E che vita sarà quella dell’adorabile, distratta signora Olga, la vicina filiforme come un Giacometti che scrive i “libri stampati” e che, sola, sa stare agli scherzi di Giannino? E che peccato non poterne sapere di più di Bice Rossi, amica pettegola delle sorelle, o delle sorelle stesse e della cameriera Caterina, del cerimonioso servitore del cognato e del malinconico scrivano di studio del Maralli, del maligno marchese o del cavalier Metello che guida Giannino per Roma rivelandosi un cicerone quanto mai “uggioso” (è sul Giornalino che incontrai il termine per la prima volta)! Per non parlare poi dell’impagabile signor Tyrynnanzy, commesso viaggiatore dall’aria di cinese atticciato e fedinato, che si cambia le “i” del cognome in “ipsilonni” per procacciarsi clienti, e a cui Stoppani, affidatogli durante un viaggio in treno, ruba i campioni d’inchiostro inglese per spruzzarli in faccia ai viaggiatori del vagone di fronte… Ognuna di queste figure, che si dileguano rapidamente tra una riga e l’altra, s’impone al di fuori di ogni funzionalità narrativa, “fa epoca”: e la sua comparsa nel diario del ragazzino sembra quasi la citazione di un personaggio storico.
Il Gian Burrasca finisce con un corsivo, esterno al diario, in cui Bertelli racconta di avere avuto il giornalino strappandolo alla torpida macchina della Giustizia italiana, dove era finito come documento processuale nella contesa tra Maralli e il giornale conservatore che ne aveva denunciato l’ipocrisia in fatto di religione. È una trovata satirica, questa sui tribunali italiani inclini a fagocitare anche le cose più innocenti e private, che chiude degnamente un libro umile, datato, eppure ricchissimo di stratificazioni, e luccicante d’invenzioni quasi a ogni pagina. È un libro tutto risolto in un bozzettismo sapido e tosco, che subito dopo la morte di Vamba sarebbe stato riproposto in chiave falsa e reazionaria: così come l’irredentismo dei “balilla” a cui il poligrafo fiorentino dedicò le sue tarde energie di divulgatore, in quella che retrospettivamente ci appare l’ultima età innocente della società italiana.