Alessio Duranti per Brautigan
Agamennone. Due esercizi sul tragico
Foto di scena 2015 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

Qualcosa di Brautigan aveva pubblicato Rizzoli a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, senza lasciare tracce particolari. Nel 1979, per dirne una, Claudio Gorlier scriveva su «Tuttolibri», parlando di Bukowsky, che Richard Brautigan è “un narratore senza risonanza in Italia”. Poi Serra e Riva e soprattutto Marcos y Marcos e ISBN tra gli anni Novanta e gli Zero del XXI secolo l’hanno riscoperto, tradotto e divulgato. Oggi, l’autore di Pesca alla trota in America è un pezzo imprescindibile della narrativa statunitense contemporanea, e per questo minimum fax inaugura una serie di nuove pubblicazioni dei suoi principali titoli.

American Dust (traduzione e postfazione di Luca Briasco, pp. 129, euro 16) è il penultimo lavoro dello scrittore di Tacoma. Pubblicato nel 1982, è la storia di un ragazzino soprannominato “Whitey” dai coetanei – uno “sporco bianco”, insomma, per via di quei capelli albini –, di un lago e di una cucchiaiata di avvenimenti successi dall’infanzia del protagonista fino a quel fatidico 17 febbraio 1948 in cui la vita di Whitey subisce una svolta: il giorno tragico e tutto il resto sono rimembrati dalla voce narrante, in prima persona, mentre Whitey sta seduto da qualche parte, sul versante opposto della memoria, il primo agosto del 1979, tenendo “l’orecchio premuto sul passato, come se fosse il muro di una casa che non esiste più”.
Nell’estate del ’47, Whitey è un ragazzino di dodici anni, ai piedi ha un paio di scarpe da tennis “a metà del loro ciclo vitale” e in mano una canna da pesca, in certi giorni, o un fucile calibro .22, in altri; siamo all’indomani della fine del conflitto mondiale e la gente non fa molto caso se in giro c’è un moccioso con un’arma in spalla. Il fulcro della sua vita – della sua esperienza della vita – è un lago, caput mundi, un universo lungo un miglio in mezzo al nulla. Lo specchio d’acqua è però quasi privo di storia:

Credo che il lago fosse nato quando si era deciso di spostare tonnellate di terra per costruire un cavalcavia, in modo che i treni potessero passargli sotto. Un tempo il lago era stato un semplice campo come tanti altri, ma ora era diventato un cavalcavia, un luogo dove pescare e un salotto all’aperto dove sistemare un bel po’ di mobili.

Niente di romantico, nessuna effusione lirica. Accompagnata dal rumore delle tife “che ricorda un clangore di spade”, attorno al lago ruota una serie di personaggi da tall tale: stanno in bilico, sul crinale dell’incredibile, sia il guardiano notturno della segheria al quale ogni tanto Whitey fa visita per farsi dare i vuoti di birra da rivendere a un penny l’uno, sia lo strano vecchio che sulle rive del lago ci ha costruito una baracca usando il legno delle casse da imballaggio, sia i due grassoni che ogni giorno guidano il loro furgone fino a lì, scaricano i mobili e si mettono a pescare pesci gatto. Nessuno di loro intrattiene un rapporto necessario con lo specchio d’acqua: il guardiano, spesso ubriaco e male in arnese, potrebbe benissimo stare da un’altra parte, così il vecchio, coi capelli lunghi e bianchi come quelli di un generale Custer finito all’ospizio, non ha niente a che fare con quel posto “che lascia campo libero alle rive del mondo”, se non fosse per il pontile e la splendida barca fatta a mano, che peraltro non usa mai. Lo stesso si dica della coppia di grassoni che scaricano un divano sulla sponda instabile del lago senza nome, “nel cuore gotico dell’America del secondo dopoguerra”. Whitey ha a che fare con tutti loro, parla col guardiano e col vecchio, e osserva, incantato, il rituale di acquisizione di un luogo, l’allestimento del ‘salotto’ da parte dei coniugi obesi che hanno fermato il loro furgone stracolmo di mobili sulla riva del mondo: “per me era come assistere a una fiaba che prendeva forma davanti ai miei occhi”.
Ecco: American Dust è una fiaba, potremmo dire il prototipo della ‘fiaba’ intesa come formula letteraria che si abbina indissolubilmente con i moduli di un dolcissimo distacco e di un’ironia comica e macabra a un tempo, consentendo alla voce che narra di assumere il profilo di uno strumento straniante, di un modello di configurazione del mondo. La ‘fiaba’ di Brautigan serve a dire cos’è il passato (“una casa che non esiste più”) e quali conti occorre fare con esso, pressati dall’urgenza della memoria, “prima che il vento si porti via / Questa polvere… polvere americana”. Il titolo originario del romanzo è So the Wind Won’t Blow It All Away che, con l’aggiunta del secondo verso, Dust… American… Dust forma il refrain che punteggia la narrazione di Whitey. Una narrazione tutta rivolta all’indietro, un lungo e caotico flashback di una vita che non era un granché come vita, ma che poi è stata peggio.
Whitey poteva scegliere tra un’armeria e un ristorante, tra una scatola di proiettili per il suo calibro .22 e un bell’hamburger americano. Ha scelto i proiettili e quelli, uno di quelli, ha cambiato per sempre la sua vita:

Peccato non poter afferrare al volto quella pallottola e infilarla su per la canna del fucile calibro .22, dove sarebbe tornata indietro fino alla camera di scoppio per poi incollarsi di nuovo al bossolo, come se non fosse mai stata esplosa, né caricata.

Ma dal passato non si sfugge. E il ragazzo, tra l’altro, non ha nessuna intenzione di scappare. Quella che ha addosso è una religione del passato che lo fa rimemorare senza fretta con un procedere iconico, punteggiato da immagini intrise di ironia agrodolce. American Dust è il racconto di un’attesa, l’attesa di qualcosa che finisce. Ma non c’è fretta di farla finire, forse perché non sai esattamente quando finirà, forse perché è già finita, ma attendi che il vento si porti via la polvere delle macerie.
Il passato è crollato. Il passato è un sogno che non si vorrebbe smuovere. Ne sono un correlativo oggettivo le lettere posate sul tavolo nella baracca del guardiano notturno; lettere che stanno sempre nello stesso posto, che nessuno tocca mai. Come non c’è anima viva che vada a camminare sul pontile del vecchio strambo né che posi il sedere su quella barchetta costruita alla perfezione “con un legno elegante e laccato fino ad assumere una meravigliosa lucentezza”.
Il passato a cui attingono i pensieri di Whitey affonda nel cuore degli anni Trenta, quelli della Crisi, della Grande Depressione, dello sradicamento di un Paese dai comodi sedili su cui aveva appoggiato la schiena tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo. Ma a Brautigan non interessa fare una lezione di storia né di politica (ricordiamoci che la sua è una ‘fiaba’). A lui interessa passare con la mano sulla polvere che la grande Crisi ha lasciato sulle cose, creando una generazione di sognatori e un’epica dei reietti (alla Faulkner), per sentirla ancora un po’ sulle dita, quella polvere. Probabilmente una polvere sterile e arida, ma bella e stimolatrice di riscosse come le sofferenze di una battaglia.
Brautigan scriveva che “So the Wind Won’t Blow It All Away è una tragedia americana che si svolge negli anni Quaranta. Rievoca l’indipendenza e la dignità di un piccolo gruppo di persone il cui stile di vita era già condannato mentre lo praticavano”. Così viene da pensare che la sua ‘polvere americana’ sia sorella di quell’Ask the Dust di Fante, cantore dell’Est e del Middle West, di quella “polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere”. Proprio questa è l’American Dust, è ciò che dice Fante, ma sotto forma di fiaba, di sogno, di narrazione inusuale, ripiegante e accerchiante. Un libro che cerca di agguantare qualcosa destinato a sparire – basta una folata di vento a portare via tutto – attraverso elaborate deviazioni nella “geografia del tempo”.
Whitey ricorda le tante case che ha abitato da quando è nato al 1948; ricorda il proprio impalcabile interesse per la morte, specie per la morte di altri bambini e per le conseguenze del loro trapasso; ricorda l’appartamento che un tempo era parte integrante di una camera mortuaria; ricorda che dalla finestra di quella casa vedeva ogni giorno una sfilata di funerali e che la figlia del proprietario delle pompe funebri aveva sempre le manine fredde. Ricorda quell’altra casa in cui la radio era rotta e l’unica preoccupazione ossessiva della madre era quella del gas: “la sua testa era come una biblioteca grigia, zeppa di storie in cui la gente moriva per una fuga di gas”. Ricorda infine un’altra casa e un altro amico, David, una versione fanciullesca del futuro Svedese di Roth,

alto, magro, aveva dei bei capelli biondi e le ragazzine erano tutte follemente innamorate di lui. I genitori baciavano la terra su cui camminava. Se molti altri ragazzi avevano la tendenza a cacciarsi nei guai, ogni sua iniziativa era un successo e un modo di accrescere la sua fama. Ogni cosa gli andava a meraviglia e aveva un futuro fantastico davanti a sé.

Ma non è così. David, quella personificazione del sogno americano, nasconde il disagio di una nazione (“mi confidò che non era sicuro di sé e fiducioso come tutti credevano, e che a volte aveva paura di qualcosa, senza però riuscire a identificarlo con precisione”). David fa dei sogni che sconfinano nell’incubo: nella ‘fiaba’ di Brautigan quella è proprio l’allegoria di quanto possa essere pauroso l’American Dream, di cosa possa celare tra le pieghe polverose. Per questo, infine, chiudendo perfettamente il cerchio di questa storia simbolica, il piccolo David finisce ucciso in una pozza di sangue, “una specie di bandiera liquida posata sulla sua gamba”, tanto simile ai drappi e ai vessilli con cui si avvolgono gli eroi di guerra.
Ecco perché, infine, quella di Brautigan sembra una fiaba pericolante e quella di Whitey una vicenda sul senso di precarietà di ogni esistenza vissuta per perseguire ossessivamente la propria salvezza; una salvezza che, in questo caso, ha l’aspetto comicamente rassicurante – e squisitamente americano – di un hamburger ben cotto.

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