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Sant’Anna di Stazzema
Settembre 2014 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

 

di Alessandra Sarchi

Con Racconti partigiani siamo ancora nel cronotopo che Verri ha eletto per ambientare la propria ricerca narrativa: la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana piemontese. E verrebbe subito da chiedersi perché uno scrittore nato nel 1978 senta la necessità di scavare in biografie, reali o immaginate, che non gli appartengono se non attraverso lo studio della storia e i racconti del luogo in cui è nato e cresciuto: la Valsesia, che fu per l’appunto terra di Resistenza.
Una prima risposta potrebbe offrirla la dedica del libro: “Ai condannati all’oblio della Resistenza italiana”.
Dunque la scrittura come baluardo memoriale contro l’oblio che colpisce, a settant’anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale, non solo la ricostruzione dei maggiori fatti storici, spesso attaccati da un revisionismo fazioso, ma soprattutto le vite singolari di chi ha dato il proprio contributo alla Liberazione e al sogno di un paese diverso da quello voluto e edificato dal ventennio fascista.
Addentrandosi nei racconti si scoprono, invero, questioni private e privatissime a legare alla grande Storia le esistenze di persone travolte dai fatti di quegli anni: la scoperta della sessualità, che costa la vita all’adolescente Claudia, e affligge in una voyeuristica ossessione il piccolo Sebastiano che con la famiglia la nasconde, in Vene sottili e petali di rosa; una bugia basata sulla compassione più profonda del viceparroco, Don Gianni, nel racconto Quel particolare della corda; la mutilazione portata per tutta la vita con dignità e fierezza in Parlo di Boezio; il desiderio di vendetta per il fratello ucciso che cresce “duro come una perla” in Desiderio Turchini protagonista di Un fiero mal di denti.
Si tratta sempre di personaggi ignoti, di eventi collaterali, di storie che nessuno conosce, ma che se non fossero accadute, non avremmo avuto viceversa quell’unica grande spinta verso una direzione di libertà.

Giacomo Verri allestisce, come nel plastico evocato nel racconto Passano i guerriglieri di Piombo, tante scene, vere, verosimili, probabilmente intessute di ricordi tramandati, di fatti ricostruiti, che hanno tutte il sapore di una riappropriazione, come a dire: da lì veniamo, da lì viene il nostro vivere in pace. Ma certo a quel periodo Verri guarda, se non con nostalgia che non potrebbe avere, con la consapevolezza che quella fu un’epoca di imprese epiche, individuali e collettive, il cui contrasto con la mancanza di partecipazione alla vita politica di oggi non può che stridere.
E la riappropriazione del passato passa innanzitutto attraverso il filtro della lingua che è arcaicizzante, ricercata, letteraria, con impennate liriche e un alto tasso di figuralità. Talvolta è proprio questa lingua, mai scontata, in cui le case “si acculano”, gli occhi “gatteggiano”, le lacrime scendono come “lombrichi”, a essere la protagonista che sovrasta le voci, invade i dialoghi e le coscienze, penalizzando qua e là la dinamica dei punti di vista, a favore di una resa che vuol essere evocativa ed espressionista in modo omogeneo, come se si trattasse di un unico canto corale.
Il tempo di Racconti partigiani è dunque un tempo che viene spiegato e interrogato per spremerne miti, immaginazione: erano donne e uomini come noi, hanno vissuto svolte che non ci appartengono più, perché nel frattempo le circostanze, il paesaggio, la nostra lingua, i nostri usi, perfino i nostri nomi propri sono tanto cambiati; eppure quel tempo ci ha consentito di esistere: ne siamo figli o nipoti, e non solo in senso biologico.
Per Giacomo Verri non si tratta dunque di saldare un debito con il passato, quanto di riconoscere i fili vitali, ambigui e indistricabili, che a esso ci legano, di imparare a vedere “il corpo universale della violenza” nelle multiformi pelli che storicamente assume, essendone il fascismo solo l’ultima e più vicina a noi.

Recensione originariamente apparsa su La ricerca, il 25 luglio 2015.