gallo silvestre

Oggi presentiamo il quinto testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro sapiente palinsesto sul Cantico del gallo silvestre firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Il cantico del gallo silvestre

Alcuni maestri e scrittori ebrei affermano che tra il cielo e la terra, per meglio dire mezzo nell’uno e mezzo nell’altra, vive un gallo selvatico che sta sulla terra coi piedi e tocca con la cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante, oltre a varie altre caratteristiche di cui scrivono i suddetti autori, ha uso di ragione; o comunque, come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a parlare il linguaggio umano, dal momento che, in una pergamena antica, è stato ritrovato, scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato Scir detarnegòl bara letzafra, cioè Cantico mattutino del gallo silvestre: uno scritto che con gran fatica, e dopo aver interrogato rabbini, cabalisti, teologi, giureconsulti e filosofi ebrei, sono riuscito ad interpretare e a tradurre in italiano come più avanti si vede. Non ho potuto ancora arguire se questo Cantico sia ripetuto dal gallo a volte, o tutte le mattine; o se venga cantato una volta sola; e chi l’oda cantare, o chi l’abbia udito; e se la lingua in cui si è trovato scritto sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico sia stato tradotto da qualche altra. Quanto alla mia traduzione, per farla più fedele che fosse possibile, scopo per il quale mi sono adoperato anche per ogni altra via, ho ritenuto di usare la prosa piuttosto che i versi, sebbene sia un testo poetico. Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio, non dovrà essere imputato a me, ma ricalca quello del testo originale, secondo lo stile tipico delle lingue orientali, soprattutto quello dei poeti.
Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e se ne staccano le immagini vane. Sorgete; riprendete il fardello della vita; tornate dal mondo falso nel vero.
Ciascuno a quest’ora raccoglie e riafferra coll’animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i progetti, gli intenti e gli impegni; si prospetta i piaceri e le pene che sta per provare nel nuovo giorno. E ciascuno in quest’ora è più desideroso che mai di richiamare alla mente aspettative di gioia e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti in questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero appena desto torna nelle mani dell’infelicità. Dolcissimo è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L’una e l’altra si conservano intatte fino alla vigilia del dì seguente, quando o scemano o scompaiono.
Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, se fosse sonno la vita stessa; se sotto il sole, languendo sulla terra tutti i viventi in profondissima quiete, non apparisse alcuna opera; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; se da alcuna parte sorgesse voce, moto, se non quelli delle acque, del vento e delle tempeste, certo l’universo sarebbe inutile; ma vi si troverebbe forse meno felicità, o più dolore? Io chiedo a te, o sole, autore del giorno e primo arrivo dell’alba: nei secoli che hai creato e consumato finora sorgendo e cadendo, hai mai visto uno solo dei viventi essere almeno una volta felice? Delle opere innumerevoli dei mortali da te vedute finora, pensi che almeno una raggiungesse lo scopo, cioè la soddisfazione, durevole o transitoria, di chi la realizzò? Anzi, vedi nel presente o hai visto mai nel passato la felicità nei confini del mondo? In qual campo si trova, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illuminano e scaldano? Forse si nasconde da te, e siede nel fondo delle caverne, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provvista o sfornita di virtù vegetative o animali? E tu stesso, che come gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né riposo, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; tu sei beato o infelice?
Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo che nessuna forza esterna, nessun moto interno vi riscuoterà dalla quiete del sonno; ma in quella riposerete per sempre e insaziabilmente. Per ora non vi è concessa la morte: solo di volta in volta per qualche spazio di tempo vi è consentita una somiglianza d’essa. Perché la vita non si potrebbe conservare se non fosse interrotta frequentemente. Troppo lunga mancanza di questo sonno breve e caduco è male per sé mortale e causa di sonno eterno. Tale è la vita, che per tollerarla occorre spesso interromperla e riprender forza, e ristorarsi col sapore e quasi con una porzione di morte.
Sembra che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico fine il morire e non potendo morire quel che non esiste, perciò le cose che sono scaturirono dal nulla. Certo l’ultima causa dell’essere non è la felicità; perché nessuna cosa è felice. È pur vero che le creature animate si propongono questo fine in tutto quello che intraprendono; ma da nulla l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, in verità non patiscono e non si affaticano se non per arrivare a quest’unico scopo della natura che è la morte.
A ogni modo, l’inizio del giorno è di solito per i viventi il più sopportabile. Pochi al risveglio ritrovano nella mente pensieri piacevoli e lieti; ma quasi tutti se li creano da soli: perché gli animi in quell’ora, anche senza fondamento alcuno, inclinano alla giocondità, o sono disposti più che in qualunque altra ora a sopportare i mali. Perciò se uno, quando il sonno gli era sopraggiunto, era nella disperazione, destandosi, accoglie di nuovo nell’animo la speranza, quantunque essa sia del tutto immotivata. Molte disgrazie e travagli, molte cause di timore e di affanno sembrano allora tanto meno gravi di quanto erano sembrati la sera prima. Spesso, le angosce del dì passato sono considerate vane e quasi derise come effetto di errori, e d’immaginazioni fasulle. La sera è come la vecchiaia; il principio del mattino somiglia alla giovinezza: per lo più racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e incline al pessimismo. Ma come la gioventù della vita intera, così quella breve del mattino che ognuno prova in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e rapidamente anche il dì assume i caratteri della giovinezza, che, sebbene sia il meglio della vita, pure è cosa misera. Anche questo povero bene si dilegua così rapidamente, che il vivente da più segnali s’accorge del proprio declinare: appena ha sperimentato la perfezione, e neppure ha potuto sentire e conoscere pienamente le proprie forze, già quelle scemano. In tutte le creature mortali, la maggior parte del vivere è un appassire. Tanto la natura in ogni opera sua è intenta e indirizzata alla morte: ed è non altro che perciò che la vecchiaia prevale nella vita e nel mondo con tanta evidenza, e così a lungo. Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabili. Solo l’universo appare immune dallo scadere e languire: perché se nell’autunno e in inverno si mostra come malato e vecchio, nondimeno ogni volta alla nuova stagione ringiovanisce. Ma come i mortali all’inizio di ciascun giorno riacquistano una parte di giovinezza eppure invecchiano lungo tutto il giorno, e infine muoiono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà che l’universo, e la natura stessa, saranno spenti. E come di grandissimi regni ed imperi umani, e delle loro prodigiose imprese, illustri in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; così del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo mistero mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, prima d’esser stato svelato e compreso, si dileguerà e perderà.

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