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Quello di Kent Haruf – ormai si sa – è in Italia, e non solo, un caso editoriale. La Trilogia della pianura è stata tradotta in molti paesi (in Italia da NN editore) e così pure la sua ultima opera, Le nostre anime di notte, una sorta di lascito estremo che odora di malinconia e deposita in chi legge la traccia di quelle cose miracolosamente portate a termine prima della fine.
Si è a lungo parlato del ‘fenomeno Haruf’, e soprattutto di questo ‘testamento’ che è Le nostre anime di notte, un libro che sfiora ormai, da noi, le 100.000 copie con nove mesi di permanenza nella classifica dei titoli più venduti. Se ne sono fatte letture pubbliche, centinaia di presentazioni, flash mob, ecc. Ritesh Batra ne ha tratto un film con Jane Fonda e Robert Redford, presentato lo scorso settembre alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia. E infine, da pochi giorni, è disponibile nelle librerie italiane anche l’audiolibro del romanzo (tradotto con perfetta efficacia da Fabio Cremonesi), pubblicato in coproduzione da Emons e da NNE (durata complessiva della lettura 3 ore e 14 minuti, prezzo € 15,90). La vicenda, ancora una volta ambientata nella cittadina di Holt, Colorado, è raccontata, come una carezza, dalla voce di Sergio Rubini.
Nelle Anime tutto ha inizio con un gesto di sfida verso la comunità. La vedova Addie Moore telefona a Louis Waters, anch’egli vedovo. Le loro case stanno a un isolato di distanza su Cedar Street, nella parte vecchia della città. Poi la donna esce, cammina sotto gli alberi e giunge alla porta di Louis: è lì per domandargli se anche lui è stufo di stare solo, e per proporgli di passare qualche notte insieme. Non per sesso. Solo per parlare, solo per avere qualcuno con cui osservare avvicinarsi la parete di fondo della vita.
Il coraggio di Addie invade, dolce, il pacato stupore di Louis, e da quel coraggio l’uomo trae un’inaspettata gioia che gli fa dire di sì. Passano le prime notti assieme, sfidando la meschina omologazione di “quello che pensa la gente”, di ciò che dicono Dorlan Becker, il proprietario del negozio di vestiti da uomo, e la commessa al supermercato, e Linda Rogers e Julie Newcomb. Uomini e donne che accusano Louis e Addie di aver passato il limite della decenza. Ma le loro anime sono più forti e sconvolgono le previsioni porgendo un’idea diversa di reputazione. Loro parlano nella notte, conferendo a quel loro bisbigliare tra la cucina e la camera da letto lo statuto di gesto rivoluzionario, in un luogo – la piccola e pettegola comunità rurale – che ha tutte le carte in regola per non ammettere rivoluzioni: eppure tutto, in loro, è ardito e rivoluzionario, anche il tacere, anche il silenzio suonato in coppia, perché, quando l’altro ascolta le tue labbra chiuse, quella cosa non è più silenzio. Ma che parlino o che stiano zitti, Louis e Addie edificano la loro proposta di vita insieme, e lo fanno senza fretta, sostenuti dalla stessa inaudita tenacia che sorregge la tartaruga in competizione con la lepre: la prima sera Louis si lava i denti, si spoglia, infila il pigiama e posa i vestiti piegati sulle scarpe, lasciandoli nell’angolo dietro la porta del bagno; è nella descrizione di questi gesti minimi che la voce di Sergio Rubini calza perfettamente con la prosa di Haruf: il timbro gentile, calmo, quasi d’altri tempi dell’attore pugliese conferisce la giusta tinta alla saggia rivoluzione di quella coppia intenta a ridefinire il concetto di decenza.
In particolare la decenza della senilità. Si tratta di sostituire la decenza ‘tradizionale’, in cui i corpi sono costretti a invecchiare in maniera arida, con una nuova decenza, più fertile, più ricca. È indecente che gli anziani finiscano nelle case di riposo; non dico che sia ingiusto, dico che è indecente farlo senza concedere alle donne e agli uomini nei loro ultimi anni di vita di nutrire ancora l’intimità. Prima di raccontare l’amore che lega Addie e Louis, Haruf narra la fine di due matrimoni, quello di Addie con Carl e quello di Louis con Diane; due matrimoni morti per consunzione, esausti, scarichi, progressivamente carenti di affettuose confidenze. Allora, in questo senso è indecente che agli anziani venga sottratta l’intimità dei corpi, perché è questo che avviene in quei luoghi di vecchiezza comunitaria che sono le case di cura e gli ospizi. Lì si accentua, di fatto, la trasformazione delle membra in fauna larvale e sonnolenta, lì, persa l’intimità del corpo che, al massimo, si volta in inerme e nudo oggetto di pubblica cura (un giorno un infermiere, il giorno dopo le mani di un altro), si accentua – forse – l’aspetto sociale del diventare vecchi, del condividere lo sguardo che inevitabilmente è fatto di scorcio, col collo girato a guardare il passato, dietro le spalle. Ma a discapito del contatto affettuoso, dello sfiorarsi delle mani, della percezione del calore della pelle altrui. L’intimità di Haruf è il non stare da soli in mezzo agli altri, è il non dover “risolvere le cose per conto proprio”. Nelle Anime i corpi anziani, sull’orlo della fine – non importa –, si toccano, respirano di conserva, vivono l’uno per l’altro in quell’abbraccio binario che è la linfa di ogni unione sincera e che permette a Louis di contemplare Addie come se ancora fosse una fanciulla: “si girò nel letto e lui le guardò le spalle nude, lisce e i capelli chiari alla luce dell’abat-jour”.
Indecente è, dunque, essere costretti all’aridità, a settant’anni. E indecente, ancora di più, è il fatto che non solo i conoscenti ma pure il figlio di Addie, Gene, si senta in dovere di distruggere i sogni della madre. A un certo punto, da Addie arriva il piccolo Jamie, il nipotino di cinque anni ‘esiliato’ a casa della nonna per dar adito ai genitori di rimettere in sesto i cocci del loro matrimonio. E Jamie con i due vecchi sta bene, anzi benissimo. Perché loro sanno accogliere le sue paure e le sanno cullare nel lettone, nel cuore del loro anziano e saggio abbraccio. Addie e Louis nutrono ancora la speranza più fresca e giovane che gli esseri umani possano provare, quella di “aggiustare le vite degli altri”, facendoci godere, una volta ancora, dell’idea che a Holt si impari a vivere, nonostante la meschinità di alcuni. Haruf ristabilisce quel valore antico e perduto della vecchiaia come fonte di saggezza: in un universo dove i giovani – rappresentati da Gene – sono disorientati, Addie e Louis conservano “una nozione di come dovrebbe essere la vita, di come dovrebbe essere il matrimonio”, di come dovrebbero andare le cose (virtù che già era dei fratelli McPheron in Canto della pianura). E anche quando la sorte provoca dei guasti, a quelli ci si rassegna perché fanno parte del gioco.
Così le due anime di notte, le due anime che, stando agli atti di nascita, avrebbero poco tempo a disposizione, si concedono tutto il tempo necessario affinché la loro esistenza residua possa essere l’ultimo atto di quella grande benedizione che è la vita assieme, di quel grande dono che è la vita per l’altro.