Raccontarla giusta.jpgCome si fa a raccontare una storia? Come si fa a farlo bene?

C’è un e-book – a tutti gli effetti un manuale – che, con un tono colloquiale e attraverso la riproposizione di un dialogo tra alunna e maestro, ci aiuta ad affrontare la pagina bianca porgendo decine di suggerimenti su questioni macroscopiche ma anche sui più piccoli e secondari problemi e dubbi che attanagliano coloro che si accingono a scrivere una storia. Il titolo è Raccontarla giusta, l’hanno scritto Beatrice Dongo e Marco Lazzarotto, ed è pubblicato da Zandegù (si può scaricare qui!). Oggi ne presentiamo un invito alla lettura con breve estratto dal secondo capitolo, dedicato alla Struttura della storia.

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La struttura della storia

Sai che ci ho pensato a questa cosa del Tema? Mi ha messa un po’ in soggezione, a dirla tutta. In fondo, forse, quello che voglio raccontare è un po’ qualcosa in cui ci si possa riconoscere, che mi assomigli. Ecco, se dovessi proprio stringere al massimo, direi che voglio raccontare un’epica del quotidiano. Sarà che ho letto troppe volte Piccole donne e mi si è inciso nella testa il consiglio che il professor Bauer dava a Jo: racconta di ciò che sai. E se penso alle mie Cose Che Ho Da Dire, la più adatta mi sembra la numero due, quella del ragazzo un po’ sfigato che non ha il coraggio di dichiararsi all’amica gioviale col sederone. Per partire mi sembra più maneggevole della situazione sociopolitica in Medioriente. Ora però la Grande Domanda: come si trasforma un Tema in una Storia?

No, aspetta, non ti agitare.

Ci sono autori che hanno affrontato grandi Temi pur partendo da episodi quotidiani, ordinari; pensa a uno qualunque dei racconti di Raymond Carver. Per esempio, nel racconto Vicini, tutto comincia quando una coppia chiede ai suoi vicini di casa di bagnare le piante e dare da mangiare al gatto mentre loro sono via. Da lì si scoperchia un vaso di Pandora di insoddisfazioni personali e morbosità che, in un paio di pagine, riescono a suscitare, in chi legge, domande inquietanti e risposte forse addirittura peggiori. La sua grandezza sta proprio lì, nella capacità di descrivere la condizione umana pur raccontando situazioni normalissime.
Se ti può tranquillizzare, una volta ho scritto un racconto che aveva per protagonisti due ragazzi che aspettano l’autobus. Non succede nulla di particolare in questo racconto e, pur non essendo un capolavoro, né minimamente accostabile a uno qualsiasi dei racconti di Carver, beh, però posso dire che parlasse di qualcosa in più dell’episodio riportato, anzi, qualcosa che andava al di là dell’episodio in sé.
Ora, per quel che riguarda la tua Cosa Che Hai Da Dire, il mio primo consiglio è: fidati delle tue sensazioni. Magari non metterti a scrivere immediatamente, lasciala sedimentare un po’ nella tua testa, e vedi cosa succede. Se non riesci a fare a meno di pensarci, se tutto quello che ti capita, o che vedi, o che senti, o che annusi, ecc. in qualche modo va a finire lì, ad arricchire quella Cosa Che Hai Da Dire, quasi fosse un tuo nuovo organo, o una tua nuova funzione vitale, o addirittura un settimo senso, beh, allora ci siamo, è quella che fa per te. E a volte ci sono delle Cose Che Hai Da Dire che sono talmente potenti che sono in grado di attirare le altre a sé, a formare un piccolo agglomerato da cui, è molto probabile, nascerà una storia.
Insomma, la tua idea deve diventare una fissazione, un’ossessione!

[…] Va bene. Mi hai convinta. Partiamo per ’sta luna di miele. In compagnia del giovane musicofilo dal cuore infranto, dài.

Allora, procediamo. Hai scelto la numero due, molto bene! Ora, dopo che questa Cosa Che Hai Da Dire ha superato la prova dell’istinto, proviamo a sottoporla a un TPN (Test di Potenzialità Narrative). Dunque:
• c’è un protagonista: è un ragazzo che ama la musica ed è un po’ sfigato. Potrebbe essere un sedicenne troppo innamorato della musica che non si cura molto, o che magari, proprio per la musica, adotta un look che lo rende ancora più buffo di quanto non sia;
• il protagonista vuole qualcosa: è innamorato di una ragazza che è con lui al concerto. Quindi abbiamo anche un altro personaggio. Chi è? Come si sono conosciuti?;
• il protagonista ha un problema che forse gli complica, o impedisce del tutto, di ottenere quello che vuole: non ha coraggio, forse perché ha paura di un rifiuto, forse perché non ha mai avuto una ragazza, forse perché si sottostima.
Bene, sai che ti dico? Questa Cosa Che Hai Da Dire ha superato il TPN.

Evviva! Non so se sia un bene o un male, ma già mi vedo tutto molto più chiaro in testa. La faccia di lui, per esempio, le sue tragiche scarpe da ginnastica bianche, perfino la sua cameretta. Sono solo dettagli. Forse forse ho pure capito quale potrebbe essere il Tema, ma non voglio lanciarmi troppo. Intanto, iniziare a pensare a una Storia come a un insieme di piccoli pezzi gestibili e non a una specie di monolite dal cipiglio severo, mi fa sentire che posso farcela. Prima prova superata!

Non a pieni voti, però; ma non ho dubbi che si tratti di un’idea da cui partire per scrivere una storia.
La prima cosa che devi avere chiara è: dove vuoi andare a parare. Mi spiego meglio: il tuo personaggio, quello intorno al quale ruoterà la vicenda, deve avere un obiettivo di cui tu sei consapevole, anche se non è necessario trasferire subito questa consapevolezza al lettore. Può essere una cosa contingente, non devi buttarla sul metafisico. Insomma, non per forza la pace nel mondo: va bene anche se l’obiettivo è quello di prendere l’autobus. O un bicchiere d’acqua, come suggeriva Kurt Vonnegut.
Gli sforzi del tuo personaggio per raggiungere il suo obiettivo sono ciò che fa andare avanti la storia; se il tuo personaggio raggiungesse subito il suo obiettivo, non esisterebbe alcuna storia, e il racconto si esaurirebbe subito.
Se tu mi dicessi: «Mario ha sete. Mario apre il frigo, prende una bottiglia d’acqua e se ne versa un bicchiere», io avrei tutto il diritto di interromperti e dirti: «Beh? Chi se ne frega». Non c’è storia. Ma se Mario non trovasse nessuna bottiglia nel frigo, e nemmeno in tutta la casa, e nemmeno al supermercato… o se Mario non riuscisse ad aprire il frigo per un problema tecnico, o se addirittura, per qualche motivo, avesse paura di aprirlo, le cose sarebbero ben diverse, e ti direi: «E quindi? Che farà Mario? Che succederà?».
Abbiamo bisogno di ostacoli: ovvero le cose che rendono interessante una storia.

Insomma, in pratica io devo prendere un personaggio, dargli un obiettivo – che in questo caso sarebbe sedurre la fanciulla che gli piace, o quantomeno dichiararsi – e poi incasinargli la vita in modo che non sia facile per lui raggiungerlo in fretta. Che sadismo.

Ok, può sembrare crudele, ma il conflitto è ciò che dà un senso alla narrazione. Anche perché, attraverso gli imprevisti e la risoluzione del conflitto, tu dai al personaggio l’opportunità di cambiare, di crescere, di evolversi: e quindi consenti al lettore di affezionarsi, di palpitare pagina dopo pagina per vedere come va a finire.

Certo che il termine «conflitto» mi fa subito venire in mente robe apocalittiche: il Pelide Achille, una balena bianca che sfugge peggio di un’anguilla, navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Io voglio solo aiutare un giovane nerd a uscire dal dramma della verginità protratta.

E non sei lontana dalla realtà: tutti gli esempi che hai citato arrivano da un qualche tipo di conflitto tra la volontà del personaggio e qualcosa che si frappone fra lui e il suo obiettivo. Visto che so che hai un debole per gli elenchi, eccone uno con i diversi tipi di conflitto:
• il conflitto esterno: l’antagonista. Un personaggio – il classico «cattivo» – che non vuole che il protagonista raggiunga il suo obiettivo, magari perché vuole ottenere per sé la stessa cosa;
• il conflitto interno: il tuo protagonista ha un dilemma che lo dilania e gli impedisce di ottenere ciò che desidera;
• il conflitto sociale: l’obiettivo che si è dato il tuo protagonista sfida le convenzioni prestabilite della comunità in cui vive;
• il conflitto uomo-natura: l’impresa titanica del singolo alle prese con la vastità del cosmo;
• il conflitto con la tecnologia: pensa a quante storie, soprattutto di fantascienza, partono dal presupposto della tecnologia che si ribella a chi l’ha creata;
• il conflitto con Dio: l’uomo piccino alle prese con una forza più grande di lui, che gli fa urlare: «Ma perché capitano tutte a me?».
L’obiettivo e il conflitto, se studiati con cura, ti permettono di rendere il tuo protagonista riconoscibile, e di far sì che il lettore provi empatia per lui. E magari quest’empatia farà chiudere un occhio al lettore, se il tuo personaggio si comporterà male o farà scelte poco condivisibili dal punto di vista etico. Noi vogliamo che il lettore tifi per il nostro protagonista, sempre! E direi che, come punto di partenza, il tuo racconto promette bene. Al tuo personaggio non possiamo non affezionarci.

Grazie, questo elenco mi ha aperto il cuore e la testa. Tu sì che sai come fare felice una donna: meno fiori, più elenchi!

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