Scrivere di un libro come Una solitudine molto rumorosa di Bohumil Hrabal è per me molto complicato. Lo lessi negli anni novanta, quando andava ancora di moda (Einaudi lo pubblicò in Italia nel 1987), l’ho riletto pochi anni fa, ora che pare quasi dimenticato. La prima volta quel libro mi cadde addosso da chissà quale dimensione.
Perché lo amo? Perché racconta che i cieli non sono umani e neppure gli inferi lo sono, popolati di topi e surmolotti, e racconta di come neppure gli uomini, distruggitori di ogni cosa, umani non sono. Contro tutte le retoriche del restiamo umani, racconta una parabola di umanità che è allo stesso tempo dolcissima e devastante.
Il compito del funzionario Hanta è la distruzione, la distruzione dei libri del mondo vecchio, dell’universo borghese e tedesco che la Cecoslovacchia comunista non vuole più vedere. Disfare libri, disinnescarli, lasciarli al macero con fogli della più varia provenienza, persino la lugubre carta da macellaio, con resti disgustosi di povera carne animale, di sangue raggrumato e nugoli di mosche affamate. La carta viene assembrata in blocchi e poi consegnata alla macchina per essere pressata e distrutta. Da trentacinque anni, Hanta fa questo lavoro ma per compiere bene il suo dovere, ha bisogno di birra: ossessiva, schiumosa, birra per non impazzire nel carcere del suo piccolo universo. L’alcool lo induce al torpore, al sonno, alla visione… e nella visione succede che in quel mondo infero, di un inferno che avrebbe disgustato persino Dante e le Malebolge, appaiano Cristo e Lao Tze: un giovane e volenteroso Dio verso un anziano e rassegnato filosofo, a confrontare le loro concezioni dell’esistenza, del ruolo dell’uomo, della salvezza (Cristo) della non redenzione (Lao Tze), le loro Considerazioni sul peccato, la speranza, il dolore e la vera vita.
Sotto questi cieli disumani, Hanta a suo modo è un resistente. Né homo faber capitalista né homme machine socialista, Hanta sceglie – o forse non sceglie nulla ma più sentitamente pratica – la militanza ostinata e segreta della cura, della conservazione del perituro. La sua etica è quella dell’uomo in rivolta, dell’uomo che dice no, ma la sua rivolta non ha speranza, la sua negazione non apre nuovi mondi, ma, nicodemica, sta chiusa in un petto, in una serie di gesti.
Decide quindi di mettere al centro di ogni balla destinata al macero una copia di un libro. Hegel, Nietzsche, Hölderlin, Rimbaud, l’apollineo Goethe, trasformati nei cuori pulsanti di un groppo di carta morta, insanguinata di bestia, circondata di un nugolo di mosche. Adagiati, si avviano con dignità all’orrore della pressa. Le parole vanno al patibolo ancora pulsanti di vita, ma senza nessuno che possa sentirle.
Ma quei libri incalzano, circondano il povero Hanta che li porta a casa, li legge, li impara suo malgrado, perché forse neppure vorrebbe esser cólto, ma non ha alternative in un mondo che non è umano; quelle parole diventano parte di lui, parte del suo allucinato e solitario discorso, parte della sua anamorfica visione delle cose. Di chi lavora da trentacinque anni in una cava e le cose non può che guardarle dal basso, come le guarda Gregor Samsa metamorfizzato nell’indicibile insetto. Hanta che è cólto suo malgrado vive affollato dai libri, sopra il letto ha una incerta mensola su cui grava tutta l’interiorità dell’Europa borghese: il sistema e la crisi, la razionalità e la follia. Tutta la Babele del secolo borghese gravita e grava sulla sua testa. La mensola è vecchia, scricchiola, potrebbe cedere e il povero capo di Hanta venire schiacciato da Balzac, Flaubert, Schopenhauer.
L’operaio della pressa rischia di rivivere grottescamente la sorte di Chisciotte, di Emma, di Christian Buddenbrook, anche per lui la letteratura è una scommessa fatale, un attentato all’integrità dell’anima ma soprattutto del troppo fragile corpo umano, che da un momento all’altro potrebbe essere maciullato dal carico irrequieto di quei volumi chiassosi e densi.

Forse Una solitudine troppo rumorosa è il racconto di un impossibile equilibrio fra l’orrore e la bellezza, assieme a libri che lo seguiranno nei decenni a venire (penso a Sebald, inutile nasconderlo), ci intrattiene parlandoci del genere umano dopo la catastrofe, dei sopravvissuti filiformi e incerti. Hanta è circondato di personaggi che inseguono a loro volta una impossibile bellezza, come la zingara che vive nei suoi ricordi di gioventù: la ragazza che ballando creò il vuoto attorno a lei, e continuò a vorticare al centro della pista convinta che gli altri le dessero spazio perché rapiti dalla sua grazia e non si accorse che le falde della sua gonna troppo lunga si erano impiastrate di merda animalesca (era una festa di campagna) e, danzando, il suo vestito ne lanciava ovunque schizzi che inorridivano gli astanti, obbligandoli ad allontanarsi, a voltare gli occhi da quella bellezza che lo sterco proibiva di ammirare, incompiuta, contaminata dal fango del mondo, dallo scarto del vivente.
L’organico assedia l’anima, l’anima declama il giusto spazio per estendersi. Lo zio di Hanta e i suoi colleghi ferrovieri in pensione ricostruiscono in giardino, come personaggi shandyiani, un piccolo paradiso di locomotive, binari, scambi e lì vivono felici e felicemente aspettano la morte. La morte per Hanta non può che essere autodistruzione, consegna alla macchina che lo presserà con la carta, al posto della carta, lui spugna di birra e parole, visionario suo malgrado e cólto contro la sua volontà.
I cieli non sono umani, anche se a volte sono bellissimi; forse neppure i libri sono umani. Mentre scrivo queste pagine per il blog che cortesemente mi ospiterà, mi rendo conto di aver perso, nel caos dei miei libri, il libro di cui sto parlando; che ricostruisco a memoria quindi, senza preoccuparmi delle imprecisioni, perchéalla fine il racconto di un libro amato èil racconto della nostra idea del libro. Ma una citazione sono in grado di darla, perché da sempre è conservata fra gli appunti inseparabili. Ed è una citazione sull’orrore del sistema, della pacificazione, della conciliazione e sulla difficile bellezza del conflitto; è una riflessione contro le sirene della pacificazione fra le spire di un mondo mostruosamente uniforme:

E così vidi come è giusto il verso di Rimbaud, la lotta spirituale è tremenda come qualsiasi guerra, penetrai la dura frase di Cristo, non son venuto a portare la pace, ma la spada. E ogni volta, con queste visite nelle fogne e cloache e stazioni di depurazione di Podbaba, mi sono calmato, e siccome ero istruito contro la mia volontà, rabbrividivo e sbigottivo sopra Hegel, il quale mi insegnava che l’unica cosa di cui si può avere terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti, che l’unica cosa da cui si può aver gioia è quando non soltanto il singolo, ma anche la società umana riesce a ringiovanire attraverso la lotta, a conquistare attraverso forme nuove il diritto alla vita umana.

Questo libro apparentemente cupo, sporco, puzzolente di birra e di vita organica, è forse uno dei più strepitosi inni alla vita che si possano leggere. Un inno pessimista, in cui la vita non è mai raggiungibile, e titanico è lo sforzo per raggiungerla, titanico e vano, ma non compierlo vorrebbe dire uniformarsi ai cieli che ci pesano sulle spalle: diventare noi stessi non umani.

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Marco Viscardi (Napoli, 1978) insegnante di materie letterarie negli Istituti Tecnici e studioso di letteratura Otto-novecentesca, ha partecipato al commento ai Promessi Sposi (BUR 2016) sotto la direzione di Francesco de Cristofaro con cui ha di recente curato Il Borghese fa il mondo (Donzelli 2017).