Harry Mulisch

Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”.
Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. In questa quarta puntata proponiamo un pezzo di Elisa Occhipinti Gelsomino che racconta un grande autore olandese ormai dimenticato dai nostri editori: Harry Mulisch.

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Harry Mulisch è scrittore pressoché sconosciuto in Italia, nonostante sia stato uno dei tre grandi della letteratura olandese del Dopoguerra (insieme a Willem Frederik Hermans e Gerard Reve, anche loro colpevolmente trascurati nel nostro Paese ma molto apprezzati altrove) e più volte candidato al Premio Nobel.
Nemmeno la morte, sopraggiunta nel 2010 all’età di ottantatré anni, è riuscita – come invece talvolta accade – a far riscoprire questo straordinario autore.
Solamente i quattro romanzi più famosi hanno avuto una traduzione italiana, a fronte di una produzione vastissima comprendente anche racconti, testi teatrali, poesie, saggi, libretti d’opera. L’attentato (1982, trad. it. di Gianfranco Groppo, 1986, Feltrinelli), La scoperta del cielo (1992, trad. it. di Laura Pignatti, 2002, Rizzoli), La procedura (1999, trad. it. di Laura Pignatti, 2005, Rizzoli) e Siegfried (2001, trad. it. di Laura Pignatti, 2003, Rizzoli) sono però tutti fuori catalogo da ormai quasi un decennio e non sono mai stati disponibili in formato digitale.

Difficilissimo dunque riuscire a leggere Mulisch: le uniche soluzioni restano l’usato o, e si dispone di voglia e competenze, l’acquisto del volume in traduzione straniera (a meno che non si sia così fortunati da conoscere il neerlandese).
Ciò fa tanto più sorridere – o disperare, dipende dai punti di vista – se pensiamo che L’attentato e La scoperta del cielo sono stati bestseller mondiali, trasposti cinematograficamente (il film L’attentato ha vinto un Premio Oscar e un Golden Globe nel 1987 come migliore film straniero) e adattati per il teatro.
Le opere di Mulisch ruotano spesso e volentieri attorno all’ebraismo e alla Seconda guerra mondiale. Figlio di madre ebrea tedesca, scampò insieme a lei alla deportazione (a differenza dei nonni, morti in campo di concentramento) grazie all’intervento del padre, austriaco emigrato in Olanda dopo la Prima guerra mondiale e collaborazionista negli anni dell’occupazione nazista. L’appartenenza contestuale tra le fila dei perseguitati (da parte di madre) e dei collusi col regime (da parte di padre) segnerà in maniera decisiva la vita e la produzione di Mulisch, tanto da indurlo a dichiarare lapidariamente: “Io sono la Seconda guerra mondiale”.
L’attentato affronta il tema della colpa e delle responsabilità individuali e collettive, raccontando le conseguenze dell’omicidio di un nazionalsocialista in una via residenziale di Haarlem. In Siegfried, Mulisch riflette sulla figura di Hitler mettendo il suo alter ego Rudolf Herter di fronte ad una rivelazione straordinaria: Hitler ed Eva Braun avevano avuto un figlio. La procedura, invece, si sposta alla mistica ebraica indagando il mistero della vita attraverso due storie parallele: da un lato un rabbino che nel Cinquecento crea il golem, dall’altro una scoperta di laboratorio dei giorni nostri.
Ma il libro di Mulisch che più di tutti forse ci manca, oggi, è la sua opera magna, La scoperta del cielo. Eletto migliore romanzo olandese di tutti i tempi e capolavoro assoluto, è un romanzo poderoso, raffinato ma anche pieno di humor: quasi novecento pagine in cui metafisica e cabala si mescolano con storia e attualità (su temi importanti come, ad esempio, l’eutanasia e le famiglie non tradizionali), il rapporto tra divino e umano si assottiglia, il triangolo amoroso tra i due amici Max (altro alter ego dell’autore) e Onno e la violoncellista Ada è motore di eventi inaspettati, che cambieranno non solo il loro destino, ma quello dell’umanità intera.
Sarebbe bello che questi romanzi venissero ripubblicati da Feltrinelli e Rizzoli. E ancor più bello sarebbe andare nella direzione di una (ri)scoperta significativa di Harry Mulisch.
Vi sono molte altre opere notevoli, tra le oltre ottanta che ci ha lasciato, che è un peccato rimangano sconosciute al pubblico italiano: i romanzi La luce nera (1956), osannato da Cees Nooteboom e che sta godendo di nuova popolarità in Germania grazie ad una nuova traduzione, e Due donne (1975), tragica storia d´amore omosessuale tra Laura e Sylvia; il reportage sul processo Eichmann Il caso 40/61 (1962), seguito da Mulisch a Gerusalemme insieme all’amica Hannah Arendt; il romanzo autobiografico Autoritratto con turbante (1961) e l’autobiografia Libro d’ore (1975).
Insomma, spes contra spem.

 

 

 

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