di Alba Coppola

A poche settimane dalla giornata di riflessione sulla violenza sulle donne, desidero condurre l’attenzione su una storia di più di cento anni fa. Nulla ce ne sarebbe rimasto, sarebbe stata una tra le mille sepolte dal tempo, se al centro non ci fossero stati due grandi autori della nostra letteratura: Sibilla Aleramo e Dino Campana, due innovatori, due figure particolari di scrittori, che condivisero una storia di dolore, violenza e malattia che ferì ripetutamente, e infine uccise, un amore grande. Due persone che affidarono i loro tormenti diversi a lettere fra loro e con altri, ma anche a poesie, alcune di singolare bellezza.
Quando Sibilla Aleramo incontra Dino Campana ha 40 anni ed è già pienamente inserita, come personaggio di rilievo, nell’ambiente intellettuale del suo tempo, tanto quello milanese che quello fiorentino e romano, ha già da un decennio pubblicato il suo romanzo autobiografico Una donna, che narra, attraverso temi allora considerati ‘scabrosi’ come la follia e le molestie sessuali, il costituirsi di una coscienza femminista, destinata in lei a consolidarsi negli anni.
Dino Campana era nato nel 1885 e fin dai 15 anni aveva iniziato a manifestare gravi disagi, a curare i quali la medicina del tempo, particolarmente per un soggetto povero e solitario, del tutto sradicato quale sempre egli fu, non era in grado di fare molto. Vagabondò e visse sempre in condizioni di estremo disagio, non uscendo da questa condizione neppure durante la sua breve e tempestosa storia con Aleramo. La vicenda stessa della pubblicazione dei Canti Orfici è coerente con questa vita piena di difficoltà estreme.
La storia fra i due, che si conoscono attraverso i rispettivi scritti, e si innamorano di un amor de lohn, che l’incontro reale, concordato per via epistolare e realizzano avventurosamente, conferma e rafforza straordinariamente, si dipana lungo il biennio 1916-1918, anche se la relazione vera e propria durò poco più di sei mesi nel corso del 1916 e se dopo il gennaio del 1917 i due si incontreranno una sola volta e nelle circostanze drammatiche di un ricovero coatto di lui.
Le prime settimane del rapporto d’amore recano ad entrambi sentimenti nuovi, emozioni mai prima vissute con tanta intensità, malgrado entrambi avessero avuto numerosi incontri, più o meno significativi per la poetessa, meno incidenti per Campana. Entrambi trovano accenti appassionati ed intimi. Particolarmente notevole la differenza delle lettere di lei, di tono quasi dannunziano e un po’ recitato all’inizio, ma presto, dopo i primi incontri, intimo e tenero, pieno di abbandono affettuoso, come quando si firma col piccolo, modesto suo vero nome: Rina o addirittura Rinuccia, che, gli scrive, “non ho usato mai”. Ma presto la follia del poeta si manifesta col suo carico di dolore e di violenza. E se la malattia che lo tormentò è la motivazione sostanziale delle sue ripetute violenze, pure, la manifestazione di esse sulla donna amata, accusata di infedeltà e colpevolizzata per le precedenti relazioni, ha la forma storica del sentimento di proprietà cieco e violento in tanti rapporti uomo/donna che, ancora oggi nel nostro Paese, e non solo nel nostro Paese, fa ogni giorno nuove vittime. Una poesia di straordinaria intensità e bellezza, che reca la data dell’8 settembre 1916, scritta da Sibilla e spedita al suo amato Dino, apre uno scenario sconvolgente sulle atrocità cui ella era stata sottoposta.

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo, invano, oh creatura!
Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.
Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male!

L’autrice del primo romanzo italiano di sentire femminista, la donna libera Sibilla Aleramo, reagisce a lungo in modo che sta pur’esso dentro il canone storico: si sottomette, subisce, spera in un cambiamento, le pare di comprendere perfino che la sofferenza di lui, folle, è più grande di quella che prova lei, che subisce la violenza, ma non ne viene ingoiata. Ben presto si incontrano ancora. Tuttavia, il ripetersi delle violenze la convince dopo alcuni mesi che la situazione è perduta, che la storia va troncata. Ama ancora, lo dichiara nelle lettere a lui e ad amici, e la sua sincerità, il suo dolore, il suo rimpianto sono evidenti, ma ha ampie risorse, sa difendersi emotivamente e comprende che in un caso simile l’unica soluzione è interrompere il rapporto.
Il 21 dicembre 1916, scrive alla comune amica Leonetta Cecchi Pieraccioni:

Leonetta, non so se vedrai Campana. Dopo averlo ritrovato, e con lui qualcuna delle nostre ore più belle, stanotte s’è di nuovo abbandonato al suo delirio d’odio e questa volta credo non ci ritroveremo più […] Non avevo mai impegnata così totalmente la mia esistenza: era adorazione, sottomissione, negazione mia totale. Ora non saprò mai più amare. Sibilla

Spaventata, ma soprattutto avvilita e intimamente ferita, Aleramo non volle più incontrare Campana, malgrado la successione insistita, appassionata e a tratti straziante dei messaggi di lui, nei quali invocava perdono e chiedeva almeno un ultimo incontro.
Il sottrarsi di lei, d’altro canto, appare colmo di dolore e rimpianto, malgrado quello che ricorda come “martirio”. Il 26 febbraio 1917 scrive all’amico Vittorio Baldini:

Ho vissuto sei mesi di martirio, aspetto a cui tutto ciò che avevo prima sofferto si è parso gioco. Ma era vita, e ora ch’è finito….

E difatti nelle lettere che continua ad inviare al poeta, pur negandogli un nuovo incontro, gli dichiara un amore appassionato, la speranza che tutto possa ancora cambiare, che il futuro insieme possa essere ancora possibile. Speranza destinata a non realizzarsi.
Nel 1918, su indicazione medica, Campana entrava nel manicomio dal quale non sarebbe mai più uscito, morendovi nel 1932. Aleramo visse fino al 1960. Quello che era stato l’amore più perturbante della sua vita fu per lei una ferita definitiva, una vicenda della quale seppe e volle pochissimo parlare, autorizzando solo nel 1958 la pubblicazione del carteggio in suo possesso e che conoscerà una storia editoriale pure singolarmente tormentata.

Le citazioni sono tratte dal carteggio Sibilla Aleramo – Dino Campana, Un viaggio chiamato amore, Lettere 1916-1918, a cura di Bruna Conti, Feltrinelli, 2000. Nel 2015 ne è uscita una nuova edizione, per la stessa curatrice ed ancora per Feltrinelli.

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