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Siena, Piazza del Campo
Presidio Antifascista 22 aprile 2017 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

Il 31 ottobre scorso ricorreva un anniversario importante per la mia valle. Trentasei anni fa moriva Cino Moscatelli, celebre comandante partigiano delle brigate Garibaldi della Valsesia. Nato nel 1908 a Novara, si oppose fin da giovanissimo alle organizzazioni fasciste: già nel 1925 era iscritto alla gioventù comunista, assumendo una posizione politica che lo costrinse all’espatrio a Basilea, prima, e poi a Berlino, Mosca, Parigi. Sotto falso nome (con passaporto svizzero intestato a un kafkiano Franz Kraft) tornò in Italia nel 1930, agì in Emilia-Romagna, fu arrestato, nello stesso anno, a Bologna, mentre si dava da fare, come sempre, per organizzare alcune manifestazioni in occasione dell’anniversario della rivoluzione bolscevica; fu deferito al Tribunale Speciale, conobbe diverse galere, a Volterra, Civitavecchia, Alessandria. Nel 1937 fu di nuovo arrestato a Serravalle Sesia e tradotto a Vercelli. Poi tornò a Borgosesia e lì, dopo l’8 settembre, fece la Resistenza. Fu la Resistenza della mia valle. Divenuto uomo politico, ricoprì per alcuni mesi, dal maggio ’45 al marzo ’46, la carica di sindaco di Novara, venne eletto deputato alla Costituente e, durante il terzo governo De Gasperi, ebbe il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri per l’assistenza ai reduci e ai partigiani. Fu poi al Senato. Tenne a battesimo federazioni politiche, associazioni, istituti, fra cui quello che porta il suo nome, l’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nelle province di Vercelli e di Biella.

Al suo funerale il paese era messo in pavesi rossi, tutti gremiti nella piazza; Sandro Pertini seguiva il capo che se ne andava, con orgoglio, con occhi piccolini nella montatura nera e spessa.

Ma Moscatelli, prima di essere politico, fu uomo. Per questo varrebbe la pena di ripigliare in mano un vecchio libro, che fino a poco tempo fa era quasi introvabile – spesso preso dalle muffe e dalle tinte gialle della carta che sente il tempo – ma oggi finalmente ripubblicato per la gioia di chi ama preservare la memoria. Si tratta di un volumone di 650 pagine scritto a quattro mani da Moscatelli con Pietro Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, uscito, col numero 227, per i Saggi Einaudi nel 1958, riproposto poi nel 1972 e nel 1983, sempre da Einaudi, e infine scomparso per più di trent’anni dal catalogo dell’editore torinese. Quel libro è come una Bibbia per quelli della mia valle che vogliono mettere le mani nella Resistenza. E, come la Bibbia, è un libro ricchissimo, a volte strabordante, pieno di informazioni, di nomi, di ricordi, di considerazioni. A tratti anche di errori: date sbagliate, situazioni ricapitolate in maniera imprecisa. Non fu propriamente un saggio scientificamente storico, ma un documento. Di quelli da sfogliare come le cipolle, per trovarci qualcosa di nuovo sotto a ogni strato. Per questo oggi ne saluto con grande entusiasmo la ristampa anastatica proposta da Pgreco (p. 977, 28 euro) dell’edizione del 1972 del Monte Rosa è sceso a Milano, quella con i ringraziamenti particolari a fine Introduzione e con il ricchissimo Elenco dei nomi a chiudere il volume (che invece manca nell’edizione del 1958).

Il libro è passato, nella sua interezza, da due anime, che sono poi quelle dei due autori. Pietro Secchia (1903-1973) conobbe, come Moscatelli, molte sofferenze prebelliche, fatte di reclusioni, di condanne al confino, di umiliazioni. Fece parte, con Luigi Longo, del Comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi; e dopo la guerra fu ai vertici della politica di partito, ricoprendo la carica di vicesegretario del PCI dal 1948 al 1955. È ricordato, tra l’altro, per essere stato uno della linea dura e rivoluzionaria. A lui si devono, del volume, i lacerti più spiccatamente teorico-politici, quelli che già nel titolo sanno di ideologia: La classe operaia e la nazione, L’azione nelle fabbriche, solo per fare due esempi; e sinceramente sono proprio questi i passi che sentono di più i dodici lustri passati sopra alle nostre teste. La seconda anima è quella squisitamente narrativa, dovuta perlopiù alla penna moscatelliana: allora la prosa fluisce rapida come un fiume di montagna, spumeggia sulle rocce – rocce affliggenti, quelle valsesiane – che rilasciano il benefico sale dei minerali. Laddove non pesa l’ipoteca degli inserti politico-dottrinari, leggere quel dettato ha lo stesso sapore di quando s’affondano le labbra nelle acque fresche raccolte a giumella da una fontana montanina. Poco manca a che si possa credere di aver sulle ginocchia il commentario d’un antico condottiero o, in certi tratti, un poema epico, oppure ancora un bel libro d’avventura.

Viene da sorridere? Il disincanto richiederebbe meno elogi, qualche bacchettata più severa? Sono troppo compiacente o ingenuo? Non penso. Il libro usciva – s’è detto – nel 1958, l’anno in cui Vittorini mandava definitivi segni di insofferenza per il progetto dei “Gettoni” e il fumo bianco di San Pietro, diradandosi, scopriva il volto paffuto di Angelo Roncalli. Si chiudeva dunque un’epoca e un’altra iniziava, in quel giro d’anni: era il miracolo economico che allungava le radici fin sotto alla porta di casa. Forse a molti iniziava a non più interessare il racconto crudo della guerra. Così questo libro di Secchia e Moscatelli è simile a un punzone che sigilla un tempo in cui si aveva ancora voglia di narrare e di ascoltare le storie partigiane, e si aveva voglia di farlo perché erano patrimonio, diretto o indiretto, di tutti. Ognuno aveva da dire la propria, di quando aveva preso in mano un fucile, di quando aveva tremato per un rastrellamento, di quando aveva sentito sulla testa gli aerei.
Insomma, la storia era una cosa viva. Poi sono arrivati i surrogati. Ma non importa: è naturale che sia così. Però, se vogliamo respirare un’aria vecchia, coi suoi ardori e le sue ingenuità – ingenuità e ardori che, oggi, scafati e incartapecoriti come siamo, non tollereremmo –, prendiamo in mano questo volume e, facendo il grande sforzo di spogliarci delle nostre ironiche malizie, tentiamo la prova inedita di riassaporare il gusto della storia vissuta, portata a noi da chi ne ebbe esperienza, facendoci adagiare dentro le non mai innaturali parole di chi ci fu.

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