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di Andrea Nicolussi Golo

Per quelli che lo amano e sono in molti, anche se non quanti meriterebbe, è una leggenda e la leggenda vuole che coltivasse mimose attorno al suo eremo, naturalmente non è vero, anzi, pare che non le apprezzasse neppure: Il loro giallo è fatuo, ignaro delle tenebre del mistero, ma la leggenda ha la sua ragione di essere, perché Francesco Biamonti è un nodo inestricabile di vita e scrittura e suolo.

Biamonti è stato un fine intellettuale, capace critico, autore di saggi sulla pittura, ma nessun lettore, per quanto accorto, può sottrarsi dal vederlo aggirarsi come un protagonista dei suoi romanzi per paesi in rovina, tra malinconici bar, aperti solo per gli ultimi disperati, immaginarlo camminare tra le pietre e l’oro delle mimose e i picchi calcinati dal sole e scavati dal salmastro e poi ancora sui declivi terrazzati, chino tra gli ulivi che argentano sotto il vento di Mistral.

Francesco Biamonti è il paesaggio che ha scritto e che ha elevato a protagonista pressoché unico dei suoi romanzi.

A nessuno come a lui è riuscito di far vivere il paesaggio di vita propria, quasi che il paesaggio stesso fosse capace di comporre da sé la propria immagine con le parole. Tutto si può perdere dentro un romanzo di Biamonti, la trama può assottigliarsi sino a divenire un rivolo irriconoscibile, i fatti rimangono spesso senza spiegazione, i personaggi oscuri, quasi che l’autore (oh quanti maestri di scrittura creativa inorridirebbero) si dimenticasse di loro, ma conta poco, conta nulla, conta il respiro, conta l’umore, conta il ritmo delle parole e conta lo sfacelo dei tempi che trabocca da ogni pagina, perché, come solo i grandi, Biamonti ha il dono, non voluto, della profezia.

Siamo tra gli anni ottanta e i primi anni novanta, di immigrazione si parla saltuariamente, ma nei romanzi di Biamonti, dentro e assieme al paesaggio scabro dell’interno ligure, cammina la polvere, sono curdi, iracheni, turchi, serbi, e africani, camminano e camminano, muovono la notte come la brezza muove l’infiorescenza della mimosa, è un camminare confuso e continuo senza interruzione, sono bisbigli, rantolare di gufi, sono mezze parole e sono il respiro del mare, presente e troppo lontano, sono il gemito di una donna troppo bella, sono sangue e sono morte. Sono quello che verrà un giorno; e sono oggi che quel giorno è venuto.

E conta il taglio d’ombra che spezza in due una roccia, e conta il viola di un grumo di terra e la corteccia di un ulivo. Conta la rosa bruciata dal gelo, memoria di un antico delitto.

Conta avere iridi di un colore lontano, di mare, d’oltremare.

Leggi Biamonti, mi disse una volta Rigoni Stern, è il più bravo di tutti. Ero poco più che un ragazzo, ho letto e ho amato. Amato.

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