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di Silvia Avallone

La poesia non ha a che fare con lo straordinario. Credo invece abbia più parentela con la realtà, con la sua parte più quotidiana, eppure più luminosa.
È poesia, per esempio, che due bambini di nove e dieci anni, lasciati troppo soli dai genitori, vadano a preparare biscotti d’avena a casa di un’anziana signora che sta per morire. È poesia che una ragazza di diciassette anni, incinta, che vuole tenere suo figlio contro l’opinione di tutti, scelga di vivere insieme a due vecchi scapoli in una fattoria lontana dalla città, in mezzo alle mucche e al niente. Ed è poesia il fatto che a Holt, una piccola provincia immaginaria dove tutti sparlano, sia però possibile uscire dalla propria solitudine e bussare a una porta per incontrarsi. Una porta che non è mai quella approvata dagli altri, ma sempre quella di fronte a cui ti trovi completamente nudo.
Kent Haruf ha scritto romanzi, ma per me è un poeta. Canto della pianura, NN Editore (trad. Fabio Cremonesi), è la prova che trovare il coraggio di voler bene a una persona è l’unico gesto che abbia senso fare.
E che nella vita avrai sempre un’occasione. Anche se hai vissuto da solo per cinquant’anni, non è detto che all’improvviso tu non possa accogliere una ragazzina e la sua pancia che comincia a premere da sotto il cappotto, come una figlia, e andare con lei ai grandi magazzini a scegliere una culla.
Nella vita c’è sempre, ancora, un inizio.

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