cover.jpg
Mara Cerri, illustrazione per la copertina de “I libri di Oz”

Ho conosciuto e iniziato a frequentare Frank Baum quando ero una bambina. Credo che questo sia un fatto importante, se voglio parlare del mio lavoro di oggi sui Libri di Oz editi da Einaudi nella collana dei Millenni. I libri che si scoprono, e si leggono da bambini, conservano sempre in qualche modo una traccia tangibile del proprio sguardo infantile, del ricorsivo e incantato riattingere, tipico dei piccoli, alle stesse immagini, agli stessi frammenti della storia. Ed è anche importante, credo, dire che mi occupo di teatro. Venticinque anni fa ho fondato una compagnia che si chiama Fanny & Alexander, per cui lavoro ancora oggi come drammaturga e attrice e, tra i nostri vari progetti teatrali, uno in particolare è dedicato al Mago di Oz: una serie di sei spettacoli sul viaggio di Dorothy, da Kansas a Emerald City via North, South, East e West, questi i titoli delle sei performance. Il nostro progetto Oz era proprio una saga, come del resto il ciclo di Baum: protagonista era lo spettatore, in viaggio con Dorothy su e giù tra mondo fantastico e realtà.

LA MAPPA.jpg
Mara Cerri, illustrazione per “I libri di Oz”

Credo che questa mia traduzione, oggi, abbia appunto a che fare con certe immagini ricorsive infantili (le scarpette magiche, i cicloni, la collezione di teste della vanitosa Langwidere, il cuore di velluto del Boscaiolo) e al contempo con il teatro. In teatro la traduzione è sempre l’operazione chiave. Traduce il drammaturgo, per ridurre, adattare, o anche solo per rendere accessibile un testo da una dimensione (la pagina o il pensiero) all’altra (la scena). Traduce l’attore, incarnando un testo, e così rendendolo compatibile col proprio corpo, con la propria voce, col ritmo del proprio respiro. Traduce il regista, trasportando nello spazio, nella luce, nelle architetture un’idea. Traduce in fondo anche lo spettatore, sempre alle prese con una viva esperienza.
Potrei anche parlare di Dorothy, al limite, come di una potenziale traduttrice, perché è una vera esperta della comunicazione tra mondi; Baum stesso, nella sua vita, non fece che tradurre da un universo a un altro immagini e parole, fuori e dentro le sue storie: dal mondo dei polli, a quello del teatro, a quello delle donne, o quello dei potenti o dei derelitti della sua grande America, fino a Oz. Tradurre Baum, di primo acchito, sembra cosa agevole: la sua lingua è piana, ospitale, perché il suo è un racconto indirizzato ai bambini. Ma come sa bene chi inventa storie per i più piccoli, ogni parola per un bimbo è precisa, concreta e al contempo arcana, misteriosa, foriera di mille domande. Occorre scegliere le parole giuste, perché i bambini dominano perfettamente una grammatica di tipo speciale, fatta anche di quello che noi adulti non sempre capiamo. E poi ci sono tutti gli enigmi, i calembours, i giochi disseminati e mimetizzati nella prosa come nei giardini o nei boschi delle più avventurose cacce al tesoro.

IL LAGHETTO DELLA VERITA_Fogra29.jpg
Mara Cerri, illustrazione per “I libri di Oz”

Ci sono due immagini molto potenti nei libri di Oz, che vorrei adoperare per parlare del mio rapporto con questa traduzione. La prima pare fin troppo perfetta, quasi da manuale, e infatti potrebbe addirittura intitolarsi come questa rubrica, “Dire quasi la stessa cosa”, in omaggio a Eco e al contempo a tutti i traduttori. Si tratta di un episodio del secondo libro, La Meravigliosa Terra di Oz, in cui ritroviamo uno degli amici di Dorothy, lo Spaventapasseri, divenuto re del regno fatato del Mago e qui alle prese con un ospite stravagante, Jack Testadizucca, un pupazzo di legno con una testa, appunto, che è una zucca. L’incontro tra i due personaggi è una sorta di colpo di fulmine: pur nella diversità i due si riconoscono somiglianti e l’emozione è tale che, anche continuando a dialogare, credono di non comprendersi. È allora che lo Spaventapasseri convoca nella storia la misteriosa figura del traduttore, definendolo come l’interprete tra due saperi, tra due dimensioni esistenziali addirittura. È molto bella questa parola, “interprete”, che conserva sia l’idea di mediazione tra due sistemi di pensiero e d’espressione, che l’aspetto pratico della trattativa, della negoziazione tra due mondi, in cui sempre qualcosa va irrimediabilmente perduto ma, nel migliore dei casi, qualcos’altro si guadagna. Il “grande traduttore” convocato a palazzo si rivela, con sorpresa di tutti, una semplice ragazzina, vestita naturalmente di verde smeraldo, con gli occhi e i capelli dello stesso colore. Si chiama Jellia Jamb. Jellia «conosce la lingua dei Gillikin», che è poi anche quella di Testadizucca, «perché è nata nel paese del Nord». C’è sempre un elemento originario, una matrice, che si rapporta a un elemento acquisito nel processo del tradurre, e Jellia a questo proposito pare avere le carte in regola: a Oz è un’autoctona, una perfetta madrelingua. Ma la faccenda subito si complica e infatti, appena i due pupazzi iniziano a discorrere e lei a tradurli, avviene qualcosa di inaspettato: Jellia, spinta dalla curiosità, inizia ad abusare del suo ruolo. Monta e rimonta le parole dei due, illuminandone i lati più oscuri, perfino sinistri, sviando l’attenzione verso quello che i due non dicono ma che lei vuole sapere, interrogandoli sulle questioni per lei davvero fondative («Come mai sei vivo? Chi ti ha fatto? Hai fame? Perché hai uno dei due occhi dipinti più grande dell’altro?»), e infine gioca sui fraintendimenti che ne derivano. Sembra dirci, Baum, che ogni storia, forse, nasce da una forma di tradimento, generato dallo stesso amore per la storia. Alla fine però il Re Spaventapasseri capisce: la ragazzina li sta davvero imbrogliando. In realtà loro due si capivano benissimo fin dal principio, perché a Oz tutti parlano la stessa lingua. Condividendo questa illuminante scoperta i due finalmente «diventano amici», cosa che Testadizucca afferma di «desiderare con tutto il cuore», suscitando lo stupore dell’altro («ma come, tu hai un cuore?») No, non ce l’ha, quello era solo un modo di dire; e così la storia delle traduzioni impossibili ricomincia.

JELLIA.jpg
Mara Cerri, illustrazione per “I libri di Oz”

Jellia, l’impostora, la ficcanaso, l’artista è allora la perfetta traduttrice di queste storie? Un giorno mi hanno chiesto chi fosse per me il “protettore” o il “patrono” di tutti i drammaturghi e io ho risposto sicura: Sherazade; se oggi mi domandassero di indicare quello dei traduttori, lungi dal pensare alla traduzione come a un inganno (perché Jellia, nella sua infedeltà, alla fine è fedelissima allo spirito della storia), farei di certo il suo nome.

C’è un’altra immagine nelle storie di Baum a cui vorrei ricorrere per parlare del secondo aspetto di questa mia traduzione oziana: il montaggio. Il Millennio è costruito come tessitura di brani originari collegati tra loro da piccoli ponti narrativi da me composti, e questa pratica è davvero simile a quella drammaturgica che da tempo frequento e si è articolata in una serie di immersioni nel testo di Baum da cui poi, riemergevo, questa era la sensazione, come per ritrovare il ritmo regolare del mio respiro. In quei passaggi di risalita si sono appoggiati i ponti, o raccordi, tra una storia e l’altra. L’immagine a cui alludevo si trova nell’ultimo libro, Glinda di Oz. Dorothy e la principessa Ozma sono in viaggio assieme; d’un tratto si trovano davanti un muro fatto di ragnatela molto sottile, ma resistentissima. Re Ragno, signore di tutte le trame, l’ha costruito per fermarle. Le due allora si sforzano di aggirarlo ma, cammina e cammina, si accorgono di essere tornate al punto di partenza. Capiscono, dunque, che la tela è circolare: sono imprigionate. Il Ragno non è disposto a liberarle, dovranno cavarsela da sole, se ci riusciranno potranno andare via. L’impresa pare impossibile: la trama è così robusta da non spezzarsi. Dorothy pensa che solo una tenaglia extra-umana sarebbe capace di aprirla, una tenaglia favolosa. È allora che vede un piccolo granchio verde, che le fa cenno di volere parlare. Di nuovo troviamo qui due lingue, quella animale e quella umana, che a Oz come due magici vasi comunicanti si traducono istantaneamente l’una nell’altra per effetto della fede nel meraviglioso. Il granchio parla: vuole solo diventare bianco, colore inviso ai grandi Ragni suoi nemici; in cambio, certo, aprirà la rete per loro con la sua chela. Per Ozma quello è un trucco semplice, e così le due sono presto liberate. Questa nuova immagine, con la “trama” che avvolge chi si introduce nella storia, fino ad avvilupparlo (e Baum più di tutti restò prigioniero, per vent’anni, nella grande rete di Oz), e che poi viene aperta dalla chela favolosa di un essere con cui si è dovuto imparare a parlare, è la seconda che mi viene da associare alla mia traduzione dei libri di Oz. Aprire varchi tra le trame della scrittura è forse un compito ulteriore di chi traduce, richiesto anche dal passaggio misterioso e arcano tra le due lingue: come un esperto palombaro, poi, il traduttore si rituffa da capo nelle profondità di quel mondo pulsante, che lo sa accogliere sempre a patto che, presto o tardi, ritrovi la via della superficie, carico dei tesori che si trovano laggiù.

Pubblicità